La Profezia di Malachia, cosa c'è di vero sulla storia (futura) dei Papi

(Photo by Franco Origlia/Getty Images)

La Profezia di Malachia è un testo attribuito a San Malachia, un arcivescovo di Armagh vissuto nel 12° secolo. La profezia venne pubblicata per la prima volta nel 1595 dallo storico benedettino Arnoldo Wion nel suo libro Lignum Vitæ. Non citò il manoscritto originale né spiegò i dettagli della sua scelta, se non quella di soddisfare 'la curiosità' di chi conosceva già parte dei contenuti.

Nella Profezia vengono elencati 112 motti in latino, che sarebbero descrizioni apparentemente enigmatiche dei Papi eletti in futuro. L'elenco parte da Celestino II, eletto nel 1143, e finisce con Pietro Romano, l'ultimo papa che assiste alla distruzione di una innominata città dai sette colli e al giudizio universale.

Perché dubitare della sua autenticità? Prima di tutto la tempistica: per ben 4 secoli nessuno ne ebbe notizia. Poi Bernardo di Chiaravalle, grande amico di Malachia e suo biografo, non cita nemmeno per scherzo l'esistenza di tale profezia. Riguardo al contenuto, forti dubbi sono nati osservando l'ordine di elencazione (con diversi papi e antipapi fuori posto).

Le prove maggiori sono riguardo alcuni motti, riportati con gli stessi errori compiuti nella storia ecclesiastica scritta da Onofrio Panvinio nel 1557, ben 4 secoli dopo Malachia; mentre i motti più recenti sono effettivamente vaghi rispetto a quelli più antichi, per cui si ritiene logico che la Profezia sia stata scritta un po' a casaccio.

Se pensiamo che l'unico appiglio per trovare dei collegamenti tra papi realmente esistiti e i motti è la fantasia, senza immediati riferimenti, allora è evidente e ragionevole avere dei dubbi.

Solo prendendo gli ultimi papi, c'è una certa vaghezza.

Pio XI (Achille Ratti) è definito Fides intrepida ("Fede intrepida"), secondo alcuni per via della sua resistenza al fascismo.

Pio XII (Eugenio Pacelli) è Pastor angelicus ("Pastore angelico") per la guida che avrebbe dato ai fedeli durante la Seconda Guerra Mondiale.

Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) è Pastor et nauta ("Pastore e navigante") per via del suo ruolo come Patriarca di Venezia.

Paolo VI (Giovanni Battista Montini) è Flos florum ("Fiore dei fiori") per via dello stemma personale.

Giovanni Paolo I (Albino Luciani) è De medietate Lunae ("Del medio periodo della luna") sarebbe a causa della brevissima durata papale, ovvero un mese.

Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła) è De labore solis ("Della fatica del sole") per via dei problemi fisici avuti durante il pontificato, oppure per la presenza di un'eclissi solare il giorno della nomina a papa e il giorno della morte. Anche qui il nome è vaghissimo, con nessun riferimento, ad esempio, alla Polonia.

Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) è Gloria olivae ("Gloria dell'ulivo"), secondo alcuni studiosi per il giorno di nascita di Ratzinger (un sabato pasquale) e per l'aver scelto il nome Benedetto (che fu fondatore dell'ordine degli Olivetani). Collegamenti molto flebili.

Francesco (Jorge Mario Bergoglio) è In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit ("Regnerà durante l'ultima persecuzione della Chiesa"), per molti il monito per una certa resa dei conti che sta avvenendo all'interno del Pontificato.

Ovviamente non è contemplato il fatto che Ratzinger e Bergoglio siano a tutti gli effetti contemporanei.

Alla fine ecco arrivare l'ultimo tratto di testo: "Pietro Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni; passate queste, la città dai sette colli sarà distrutta e il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Fine". Indicherebbe il giorno del giudizio, e ovviamente la fine dei nostri giorni. Anche qui, il riferimento è molto vago: Pietro è un nome per indicare genericamente i papi, e Romano sta per il papa di Roma (al riparo da eventuali scismi).