La protesta forzista finisce contro un muro (Silvio)

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(Photo: Mondadori Portfolio via Mondadori Portfolio via Getty Im)
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Il grande centro è come l’araba fenice che risorge ogni volta dalle ceneri, solo che resta sempre a metà del guado, tra wishful thinking e gioco del cerino. Nel cortile di Montecitorio, in un giovedì insolitamente animato per il voto sulle mozioni antifasciste, l’audio-sfogo della ministra Gelmini per cui se Forza Italia continua così “rimarranno in dieci” non ha emozionato i più. O meglio, non ha convinto che i motori di qualcos’altro si stiano davvero scaldando. La foto del “patto quirinalizio della spigola” tra Berlusconi, Salvini e Meloni si è impressa meglio nella retina dei parlamentari. Altro che la coalizione liberale, competente ed europeista lanciata da Calenda, figuriamoci l’agenda anti-populista ventilata dal sindaco Dem Nardella. “Io c’ero ieri all’assemblea del gruppo e non mi è piaciuto quello che ho visto – dice Valentina Aprea, forzista della prima ora, che ha ritirato la sua firma dalla richiesta di voto segreto per l’elezione del capogruppo - Linea, posizionamento e prospettiva li decide Berlusconi che è il federatore di un grande schieramento e non il capo di una parte sola o di un piccolo centro”. E l’ex premier, da Bruxelles, sfida i ribelli: “Non so cosa sia successo alla Gelmini, dice cose fuori dalla realtà, non c’è nulla di cui mi debba preoccupare”.

E’ quello che, dal versante opposto, pensa il Dem Andrea Romano. Cambiano le ville, il menù, i convitati, ma il Cavaliere è sempre il padrone di casa e il leader dello stesso centrodestra: “Solo che al posto di Follini c’è Calenda… Dal ’94 a oggi Berlusconi non ha mai sciolto il rapporto con il centrodestra – spiega il deputato Pd – Non si è mai comportato come gli altri leader europei, da Macron alla Merkel, tracciando un confine tra destra moderata e destra estrema. Anzi. Proprio questa commistione è alla base del fenomeno Silvio”. Un unicum nel panorama politico, che sfida l’età: “Capisco e rispetto i tormenti della Gelmini e della Carfagna, ma finché Silvio giocherà un ruolo politico restano nell’ambito del velleitarismo”. Anche se Brunetta, il ministro più veemente della delegazione, ha soccorso la collega: “Ha dato voce a un malcontento diffuso, non si può ignorare, bisogna far ripartire la vita del partito per un’analisi politica”. Anche se il solitamente mite Sestino Giacomoni ritirandosi dalla sfida a Barelli si è doluto: “Pensavo fossimo maturi, capaci di camminare da soli”. Tutto pare inutile, anche insistere: se non ora quando? Perché la risposta più diffusa è: dopo la quarta votazione per il successore di Mattarella (intanto Berlusconi ha buttato lì che Draghi sarebbe bravissimo ma è più utile per il Paese dove sta)

Quella di “armiamoci e partite” è l’accusa (con le attenuanti del caso) che amici e nemici muovono ai governisti azzurri: nel day after tutto tace, si precisa che la battaglia sarà “dentro il partito e non fuori”, che l’auspicio è “cambiare pelle” a Forza Italia ma sempre sotto l’ombrello del leader. Che oggi a Bruxelles rassicura che “il centrodestra italiano è lontano da estremismi e ritorni al passato”, ma non è riuscito a scontentare gli alleati neppure sullo scioglimento di Forza Nuova. Particolarmente inquieti nelle file di “Coraggio Italia”, i totiani che a Montecitorio sono riusciti a formare un gruppo guidato da Marco Marin sfilando – fatto senza precedenti – una ventina di deputati all’alveo berlusconiano (al Senato, è al lavoro Quagliariello). Marin si è già detto contrario al partito unico e ai palchi con la Le Pen: “Sono convinto che i valori cattolici, europeisti, moderati e riformatori siano in maggioranza tra gli elettori di centrodestra”. Osvaldo Napoli diffonde ottimismo: “Presto l’ala governista di Forza Italia si staccherà, non hanno alternative”. Altri storcono il naso: Calenda, che sta pure nel Pse, corteggia Fi anziché noi? Tanti auguri. Lupi, invocato ieri dalla Gelmini come candidato che a Milano avrebbe vinto, rilancia: “Senza centro non si vince, Draghi sta creando uno spazio, Lega e FdI riflettano”.

Il malessere per l’appiattimento sulla linea sovranista cova. Mentre è partita una “riflessione a bassa temperatura” sulla legge elettorale, tra proporzionale e maggioritario di coalizione, che ha come punto di ricaduta proprio la Lega e le conseguenze del “chi ha un voto in più esprime il candidato premier”. Il tempo stringe, ma fino a febbraio è tutto (in apparenza) fermo. Il senatore Quagliariello sintetizza: “Si può pensare di riequilibrare questa coalizione, si può pensare a fare il terzo polo, ma fare finta che si possa andare avanti con questi equilibri, come appare dal comunicato dei tre leader, è un suicidio politico”.

A dargli ragione è Guido Crosetto, che di passaggio in Parlamento parla fitto con il capogruppo meloniano Lollobrigida. “Il centrodestra deve rafforzarsi al centro – spiega il cofondatore di FdI – Il problema è proprio la debolezza di Forza Italia”. E’ innegabile, e Crosetto lo dice da tempo, ma chissà perché oggi suona un po’ beffardo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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