La rabbia per le vittime del volo abbattuto: "Vogliamo processo a L'Aja"

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AGI - L'8 gennaio del 2020, il volo commerciale PS752 della Ukraine International Airlines con a bordo 176 persone e un bambino non nato, decolla dall'aeroporto internazionale di Teheran. Pochi minuti dopo, un'unità di difesa aerea delle Guardie della rivoluzione iraniana (Ircg) lo abbatte con almeno due missili. Le autorità iraniane negano per tre giorni qualsiasi coinvolgimento, salvo poi ammettere "un errore umano", dopo forti pressioni internazionali e proteste di piazza.

"Sono passati due anni e questo crimine perseguita tutte le famiglie delle vittime: è molto difficile convivere con quanto accaduto, l'unica cosa che ci tiene in vita è la battaglia per ottenere giustizia".

A parlare, in un'intervista all'AGI, è Hamed Esmaeilion, portavoce dell'Association of Families of PS752 Victims, che da due anni combatte per preservare la memoria e svelare la verità su quello che definisce "un massacro".

Esmaeilion, dentista 43enne che vive a Toronto in Canada, nello schianto del volo PS752 ha perso la moglie Parisa Eghbalian e la figlia Riera.

L'abbattimento del volo - sul quale viaggiavano per lo più cittadini iraniani, molti dei quali con doppia cittadinanza canadese - suscitò un'ondata internazionale e interna di sdegno, in un momento di massima tensione nella regione, per via dell'uccisione a Baghdad, con un drone americano, di una delle figure chiave del regime il capo delle Forze Quds, Qassem Soleimani.

La notte dell'incidente, le forze iraniane erano in allerta per una potenziale risposta degli Stati Uniti, dopo aver lanciato in rappresaglia missili contro due basi che ospitavano truppe americane in Iraq.

Esmaeilion sa che sarà difficile, ma vorrebbe che alla sbarra, al termine di un'inchiesta internazionale indipendente, venga portata "la Guida Suprema dell'Iran, Ali Khamenei, i vertici dell'Irgc, responsabile di aver lanciato i missili in modo intenzionale e tutto il Consiglio di sicurezza nazionale, l'organismo responsabile della decisione di lasciare aperto lo spazio aereo quella notte, usando un aereo passeggeri come scudo umano".

"La Repubblica islamica ha fatto il possibile per confondere l'opinione pubblica e i governi", denuncia il portavoce. "Poche ore dopo lo schianto hanno ripulito il luogo dell'impatto e tenuto in ostaggio le prove chiave, come le scatole nere, per oltre sette mesi, hanno pubblicato rapporti caotici che hanno generato più domande che risposte e ora hanno accusato 10 persone sconosciute e di basso rango".

"Non ci aspettiamo nessuna giustizia dall'Iran perché non crediamo che Iran esista giustizia", ammette Esmaeilion, "per questo insistiamo perché ci sia un'inchiesta indipendente che arrivi o alla Corte penale internazionale o alla Corte internazionale di giustizia". La seconda opzione è quella che stanno perseguendo con più forza i quattro Paesi coinvolti nella tragedia: Canada, Svezia, Regno Unito e Ucraina.

"Pochi giorni fa, tutti e quattro i Paesi hanno affermato di rinunciare ai negoziati con l'Iran, dopo che Teheran ha mancato l'ultima scadenza questa settimana per accettare  colloqui multilaterali", riferisce Esmaelion che ieri ha incontrato il premier canadese, Justin Trudeau: "Ci assicurato che ora si farà ricorso all'Organizzazione dell'aviazione civile internazionale (Icao) di cui fa parte anche l'Iran e se si fallirà anche in questa sede, andremo alla Corte internazionale di Giustizia".

Come altri parenti in Iran che denunciano i depistaggi di Teheran sul caso e rifiutano di chiudere tutto con i 150 mila dollari di risarcimento promessi dal governo, Esmaelion ha ricevuto intimidazioni e minacce in questi due anni. In Iran - dove oggi c'è stata una commemorazione all'aeroporto di Teheran, organizzata dalle famiglie delle vittime - alcuni sono stati arrestati, aggrediti e c'è almeno un caso di tortura fisica, ha denunciato il portavoce dell'Associazione.

"Non ho paura di cosa mi può accadere", conclude Esmaelion, "non sono uno sprovveduto e sto attento, ma ho perso tutto quello che avevo e credo che ora siano loro, i vertici della Repubblica islamica, a dover aver paura".

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