La "rete tentacolare" dell'ex giudice Saguto

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AGI - Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, considerata un'icona dell'antimafia, secondo l'accusa, per anni avrebbe gestito in modo clientelare e illecito, in cambio di denaro, favori e regali, le nomine degli amministratori giudiziari dei patrimoni sequestrati e confiscati a Cosa nostra.

Un "sistema corruttivo permanente" secondo chi ha indagato. La mafia voleva ucciderla perché faceva la guerra ai clan a colpi di sequestri e confische patrimoniali.

Oggi, intorno alle 13.30, dopo tre ore di camera di consiglio, la condanna in appello, a Caltanissetta, a 8 anni e 10 mesi e 15 giorni, 4 mesi di più rispetto al primo grado, meno dei 10 anni chiesti dall'accusa. Ma cambia poco.

Anche per Gaetano Cappellano Seminara, il re degli amministratori giudiziari, 7 anni e 7 mesi l'avvocato (un mese in più rispetto al primo grado, in appello la richiesta dell'accusa era di 8 anni e 3 mesi).

I due principali imputati tra i 12 alla sbarra, tra amministratori, investigatori, docenti e una ex prefetta. La sentenza "conferma l'impianto che era già stato ritenuto valido dal giudice di primo grado", commenta il pg nisseno Antonino Patti.

Da icona a 'regina'

A eliminarla doveva essere una delle più potenti famiglie mafiose di Gela, il clan Emmanuello. Doveva essere uno scambio di favori tra boss: un killer legato agli Emmanuello avrebbe dovuto uccidere il giudice di Palermo e i palermitani, in cambio, si sarebbero dovuti sbarazzare di un altro magistrato.

E per ironia della sorte, è proprio da Gela che è partita l'inchiesta che ha travolto Silvana Saguto e il suo cerchio magico. È stato intercettando un colloquio avvenuto tra il dipendente di una concessionaria d'auto di Gela e un finanziere, che si è giunti a spazzare via un presunto sistema clientelare.

La "regina" dei beni confiscati alla mafia, avrebbe amministrato il più grande patrimonio da Roma in giù, elargendo consulenze e incarichi ad amici e parenti.

Radiata

Il terremoto giudiziario, l'ennesimo nel mondo dell'antimafia, scoppiò nel settembre del 2015 grazie ad un'indagine coordinata dalla procura nissena e condotta dal nucleo di polizia tributaria della guardia di Finanza di Palermo.

Sotto i riflettori sono finiti incarichi professionali e parcelle milionarie, regali e favori, cene prelibate a costo zero e raccomandazioni. Una settantina i capi di imputazione contestati ai componenti del presunto cerchio magico nel processo di primo grado iniziato il 22 gennaio 2018. Una vera e propria bufera.

Radiata dalla magistratura, Silvana Saguto si sarebbe circondata di amministratori giudiziari, magistrati, esponenti delle forze dell'ordine e professori universitari che avrebbero fatto parte della sua cricca.

Tra questi spicca la figura dell'avvocato Gaetano Cappellano Seminara, destinatario di decine di incarichi.

Il patto corruttivo

Per i giudici del Tribunale di Caltanissetta, tra l'ex presidente delle Misure di prevenzione di Palermo non ci sarebbe stato un "legame associativo" ma un patto "corruttivo permanente" che avrebbe creato "danni patrimoniali ingentissimi all'erario e alle amministrazioni giudiziarie", ma anche un "discredito gravissimo all'amministrazione della giustizia".

Saguto, da quanto emerge dalle motivazioni della sentenza di primo grado, avrebbe messo in atto una "gestione privatistica".

Sistema tentacolare

L'accusa, rappresentata nel processo di primo grado dai pm Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti, ha parlato di un "sistema perverso e tentacolare". Ai vertici di questo sistema ci sarebbe stata proprio l'ex magistrato.

Secondo i pm nisseni, dal processo di primo grado, è emersa "la prova che il modus operandi che ha accompagnato nel tempo la condotta della Saguto era proprio quella di scegliere le persone cui affidare gli incarichi di amministratore giudiziario non in base alle loro capacità professionali bensì in base alle utilità che da loro poteva ricevere".

La procura di Caltanissetta sostiene che "per anni c'è stata una gestione spregiudicata dei patrimoni sottratti alla mafia".

Nelle 1.314 pagine delle motivazioni della sentenza si legge che "ciò che è emerso dalla pletora di fatti delittuosi contestati è il totale mercimonio della gestione dei beni sequestrati e l'approfittamento, a vari livelli, del ruolo istituzionale ricoperto".

A finire sotto processo in primo grado sono stati in 15. Il processo si è concluso il 28 ottobre 2020 con 12 condanne e tre assoluzioni. Poco meno di due anni dopo, il 20 luglio 2022, ha confermato nella sostanza l'impianto delle accuse.

Il Pg, processo doloroso

All'inizio della sua requisitoria, nel processo d'appello iniziato il 18 novembre dello scorso anno, nei confronti di 12 imputati, l'ex procuratore generale di Caltanissetta Lia Sava, oggi Pg a Palermo, ha sottolineato che "questo non è un processo all'antimafia. Vi assicuro che abbiamo maneggiato con cura il materiale probatorio. E' stato un processo doloroso, molto doloroso anche per noi, non solo per gli imputati. Un dolore lancinante, un coltello senza manico. Ci siamo feriti anche noi. Niente suggestioni esterne. La genesi del processo non è nata dal servizio delle Iene o da un sollecito massmediatico, perché già indagavamo su questa vicenda. Non vi è stato nessun input giornalistico".

Lei, l'ex potente presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale, si è sempre difesa con grinta, respingendo tutte le accuse sostenendo di aver agito in maniera corretta e trasparente.

L'agenda blu

"Eravamo in tre a decidere, non ero sola", ha detto nell'aula bunker del carcere di Caltanissetta nel processo di primo grado. Il colpo di scena è arrivato quando dalla borsa ha tirato fuori un'agendina blu iniziando a fare nomi e cognomi di coloro che le avrebbero segnalato nomine per le amministrazioni giudiziarie.

"Ho ritrovato per caso - ha affermato - l'agenda in cui mettevo i biglietti che ricevevo ogni giorno. Mi venivano segnalati gli amministratori giudiziari da nominare. Anche da parte di colleghi magistrati e avvocati. In questa agenda ci sono tutti. Perché tutti mi facevano segnalazioni. Io chiedevo solo che fossero persone qualificate".

Ha anche sottolineato che grazie alla sua gestione i sequestri "sono aumentati del 400 per cento". Poi ha ribadito di aver subìto "un processo mediatico".

Ripercorrendo la sua lunga carriera, iniziata nel 1981 a Trapani, sempre alle Misure di prevenzione, ha precisato che i suoi "maestri" sono stati "i giudici Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino" e che ha dedicato "tutta la vita alla magistratura. Senza paura".

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