La riforma della giustizia fiorisce nel tempo del nulla

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Inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione, Roma, 31 gennaio 2020.  ANSA / ETTORE FERRARI (Photo: ETTORE FERRARI ANSA)
Inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione, Roma, 31 gennaio 2020. ANSA / ETTORE FERRARI (Photo: ETTORE FERRARI ANSA)

Il più incantevole grido di vittoria appartiene a Matteo Salvini: ho smantellato la riforma Bonafede, ha detto parlando di una riforma introdotta da un Governo di cui lui, Salvini, era vicepremier. Dovrebbe bastare questo per ritirarsi in baita, con una buona biblioteca e una buona cantina, e ammettere la sconfitta (mia, nostra) davanti allo strapotere del leader del primo o del secondo partito italiano, capace di appoggiare una riforma ed esultare, e poi di esultare per averla smantellata, e a distanza di due anni, non di due decenni. E di passarla liscia.

Però non vorrei indurvi in errore: con Salvini viene tutto particolarmente facile, ma è l’intera politica italiana a essere salvinizzata, secondo la regola aurea per cui il cattivo esempio è molto più contagioso di quello buono. Il Partito democratico – a cui ostinatamente, e forse contro ogni evidenza, si rimane aggrappati come all’unico credibile minimo argine al populismo onnivoro – nel 2019, quando era all’opposizione del Conte I, la riforma Bonafede che introdusse il processo eterno sembrava cosa pessima. Ma non tanto per dire, era – cito qualcosetta qua e là – “la fine dello stato di diritto”, era la “la deriva illiberale e antidemocratica”, era “una cosa fuori dalla grazia di Dio”. Poi il Pd con Conte è andato al governo, e si è tenuto la fine dello stato di diritto, si è tenuto la deriva illiberale e antidemocratica e si è tenuto fuori dalla grazia di Dio: una specie di capolavoro fra il golpe e il sacrilegio. Infine è arrivato Mario Draghi, e il Pd era d’accordo con la riforma di Marta Cartabia che aboliva la Bonafede, però era anche d’accordo coi 5 stelle che volevano salvare la Bonafede e infine è stato molto d’accordo con sé e molto felice di sé di averla salvata un po’ sì e un po’ no.

A ruota dei partiti, il Parlamento vota questo e quello, vota il bianco e il nero, alternativamente, a seconda del vento, perché non trascurate che stiamo parlando della medesima legislatura, quella nata nel 2018, l’altroieri, e che doveva prendere le misure coi cambi di casacca. È lo spettacolo assoluto: a cambiare casacca non sono più soltanto i singoli parlamentari, sono interi gruppi, interi partiti, senza mai renderne seriamente conto, con la noncuranza e la leggerezza dell’inconsistenza.

Non è una tendenza spiegabile col ricorso pigro all’indignazione, alle categorie dell’opportunismo e dell’ipocrisia. La diagnosi è molto più grave: temo sia l’approdo desolante, e probabilmente non ancora l’approdo ultimo, della crisi dei partiti. Quelli della Prima Repubblica furono spazzati via dai rastrellamenti giudiziari, ma avevano già il fiato corto: erano già vecchi, erano immersi nel Novecento ed erano disarmati di fronte al mondo nuovo, con la caduta della Cortina di ferro, l’avvento della globalizzazione (che non è brutta, è malgovernata), l’apertura dei mercati, la fine dei blocchi e delle tutele internazionali. I partiti successivi, che hanno animato la Seconda Repubblica, erano costituiti da seconde file necessariamente più impreparate e, senza farla tanto lunga, oggi sappiamo che il bug italiano nasce nell’aver mancato la rivoluzione digitale della prima metà del primo decennio del Duemila. Non abbiamo più i partiti del Novecento e ancora non abbiamo i partiti del terzo millennio. Nessun partito oggi ha un’idea strutturata del mondo, di come vada affrontato, di come applicarsi ai problemi per risolverli, anziché attribuirli a un fantomatico neoliberismo, nome nuovo per le plutocrazie di cent’anni fa.

Oggi la competizione politica non si posa sulle idee – quelle come abbiamo visto si cambiano, si permutano, si ipotecano – ma su una disperata contesa del consenso, giocata sull’umore dell’istante, sulla convenienza e l’alleanza del momento, sul numero dei like, sull’andamento dei sondaggi, su una malintesa presentabilità sociale, e cioè, in definitiva, sull’irrimediabile inversione della prova: i partiti non propongono, perché non possiedono, un sistema di soluzioni per affrontare il futuro, ma aspettano dagli elettori le indicazioni, necessariamente febbrili ed emotive, su cui battersi per la sopravvivenza. Siamo nel tempo del nulla. Prima o poi non potrà che andare meglio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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