La riforma delle finanze vaticane sullo sfondo del caso Giani

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Città del Vaticano, 16 ott. (askanews) - Una mattina come le altre, o quasi. Come ogni mercoledì Papa Francesco ha iniziato l'udienza generale a piazza San Pietro girando tra la folla e salutando i fedeli dalla jeep. A scortarlo, discretamente, i gendarmi vaticani. Guidati, da oggi, da Gianluca Gauzzi, 45enne esperto di cybercrime, e non più da Domenico Giani, 57 anni, gli ultimi tredici alla testa del corpo che vigila sulla sicurezza del romano pontefice. Un passo indietro clamoroso, il suo, consumato sullo sfondo di una travagliata riforma delle finanze vaticane.

Ufficialmente Giani, in servizio presso la Guardia di finanza e il Sisde prima di arrivare in Vaticano e prendere il posto, nel 2006, del comandante Camillo Cibin, si è dimesso in seguito ad una ingarbugliata vicenda iniziata il primo ottobre. Quando, riferiva la sala stampa vaticana, in mattinata erano "state eseguite, presso alcuni Uffici della prima Sezione della Segreteria di Stato e dell'Autorità di Informazione Finanziaria dello Stato, attività di acquisizione di documenti e apparati elettronici. L'operazione, autorizzata con decreto del Promotore di Giustizia del Tribunale, Gian Piero Milano e dell'Aggiunto Alessandro Diddi, e di cui erano debitamente informati i Superiori, si ricollega alle denunce presentate agli inizi della scorsa estate dall'Istituto per le Opere di Religione e dall'Ufficio del Revisore Generale, riguardanti operazioni finanziarie compiute nel tempo". Emergerà successivamente che il problema ruota attorno ad un investimento immobiliare a Londra avviato all'epoca in cui Sostituto della Segreteria di Stato - il numero due del Segretario di Stato - era il cardinale Angelo Becciu e proseguito ora che è monsignor Pena Parra. Quel che però risaltava, sin da subito, è che lo Ior, tradizionalmente teatro di scandali finanziari, stavolta era il denunciante; la Segreteria di Stato (ossia la sede del governo vaticano) e l'authority finanziaria (ossia il "watchdog") stavolta erano i sospetti; e che l'indagine non era svolta da uno Stato estero, come è accaduto in passato, ma dalla stessa magistratura vaticana che, "informati i superiori", ha evidentemente applicato la nuova normativa, voluta da Benedetto XVI prima e da Francesco poi per assicurare trasparenza alle finanze vaticane, ed ha fatto scattare l'allarme. Nessun indagato, nessun reato accertato, ma gli anticorpi hanno funzionato. Il giorno dopo, il giornalista Emiliano Fittipaldi, già indagato dalla giustizia vaticana nel secondo caso di fuga di documenti riservati ("vatileaks 2"), ha pubblicato sull'Espresso un dispositivo riservato firmato da Domenico Giani, e destinato a gendarmi e guardie svizzere di stanza presso i punti di ingresso nello Stato pontificio, che, con nomi cognomi e foto segnaletiche, indicava cinque dipendenti vaticani, alcuni di altro grado, sospesi da servizio e che, si leggeva nel documento che ha velocemente fatto i giro del web, "potranno accedere nello Stato esclusivamente per recarsi presso la Direzione Sanità ed Igiene per i servizi connessi, ovvero se autorizzati dalla magistratura vaticana". Una indiscrezione subito stigmatizzata da Vatican News e dall'Osservatore Romano, che hanno parlato di "gogna mediatica", e che ha evidentemente irritato oltremodo il Papa se, come ha riferito il giorno successivo il portavoce vaticano, la "gravità" della "illecita diffusione" del documento per Francesco "è paragonabile ad un peccato mortale, poiché lesivo della dignità delle persone e del principio della presunzione di innocenza". Da lì alla decisione che Giani, "pur non avendo alcuna responsabilità soggettiva nella vicenda", si dimettesse "per non ledere in alcun modo l'immagine e l'attività", sono passati solo due giorni. Il cardinale Becciu ha messo un epitaffio sulla vicenda: "Purtroppo all'interno del Vaticano sta venendo meno il senso di lealtà e di fedeltà alle istituzioni. Se ci dilaniamo e attacchiamo tra odio e lotte di potere perde senso l'essere Chiesa".

(segue)