La riforma delle finanze vaticane sullo sfondo del caso Giani -2-

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Città del Vaticano, 16 ott. (askanews) - Per un uomo come Giani che ha scortato il Papa in viaggi pericolosi come in Centrafrica, ha gestito vicende controverse come vatileaks 1 e vatileaks 2, è stato protagonista di indagini su casi intricati (Emanuela Orlandi, abusi sessuali, riciclaggio di denaro sporco), sembra un epilogo fin troppo drastico. Attenuato appena dall'intervista a Vatican News, con la quale ha rivendicato il proprio agire ma si è assunto la responsabilità "oggettiva" dell'incidente. E reso meno amaro dalla visita che il Papa in persona ha voluto fargli nel primo giorno di pensionato, ieri sera nella sua residenza "all'interno delle mura vaticane", per confermare l'apprezzamento già manifestato all'ex Comandante della Gendarmeria "e soprattutto alla sua famiglia", si legge sempre su Vatican News: "Il Santo Padre ha usato nuovamente parole chiare per l'esempio dato al Corpo della Gendarmeria e non solo, nei venti anni trascorsi al servizio di tre Pontefici".

In Vaticano, in questi giorni, si rincorrono le interpretazioni più disparate per cercare motivi ulteriori all'uscita di scena di Gianni. Sicuramente con le sue indagini e le tecnologie avanzate impiegate il comandante della Gendarmeria nel corso degli anni si è fatto non pochi nemici. Sicuramente era stimato da alcuni, rispettato da altri, temuto da altri ancora. Sicuramente già in passato si era sussurrato dell'ipotesi che il suo mandato si concludesse.

Ma va probabilmente cercato nella riforma incompiuta delle finanze vaticane l'origine delle tensioni di questi anni. Già con Benedetto XVI il Vaticano si è sforzato di rientrare negli standard internazionale in materia di anti-riciclaggio. C'è stato un giro di vite normativo, la Santa Sede ha firmato una convenzione monetaria con l'Unione europea, è aumentata la pressione internazionale e si sono potenziati gli strumenti di indagine nello Stato pontificio. Con l'arrivo di Jorge Mario Bergoglio, il processo ha avuto un'iniziale accelerazione. Il cardinale George Pell, in particolare, inizialmente nominato prefetto della Segreteria per l'Economia, ha provato a promuovere un accentramento degli investimenti vaticani con metodi spicci, il sostegno di dispendiose agenzie di consulenza internazionali e in mente un disegno che non corrispondeva alle intenzioni del Papa. La spinta riformista iniziale ha rallentato, sono emerse le divergenze, il caso vatileaks ha mostrato uno spaccato di furenti lotte di potere, ed è prevedibile che non sarà privo di ombre il quadro raffigurato dal libro Giudizio universale che Gianluigi Nuzzi, processato dal Vaticano insieme a Emiliano Fittipaldi dell'Espresso, Francesca Immacolata Chaouqui e Lucio Angel Vallejo Balda, manderà in libreria il prossimo 21 ottobre. La revisione di alcune norme economiche nello Stato pontificio, nel corso del tempo, ha creato qualche malumore. La burrascosa espulsione del Revisore generale, Libero Milone (accusato dal cardinale Becciu di attività di spionaggio, accompagnato alla porta da Giani), ha aumentato le tensioni. I rapporti tra i vari centri nevralgici dell'economia vaticana (Ior, Aif, Apsa, Segreteria di Stato), sono a tratti tesi. La partenza di Pell, il processo per pedofilia al quale si è sottoposto in Australia, e il suo successivo imprigionamento, non hanno contribuito a rasserenare gli animi.

(segue)