La rivolta del continente dimenticato

Veronique Viriglio

Non solo Venezuela, ma Bolivia, Brasile, Cile, Ecuador, Haiti, Perù: nelle ultime settimane più Paesi dell'America Latina sono teatro di proteste sociali violenti e diffuse che hanno in comune motivi di malcontento di natura economica e politica.

Marce pacifiche, barricate, scioperi che spesso sfociano in scontri con le forze di sicurezza, segnati da morti, feriti, arresti e violazioni dei diritti umani. Movimenti di protesta così diffusi considerati da alcuni osservatori come una sorte di primavera dell'America Latina, in un periodo di cruciali appuntamenti elettorali e di rinnovate sfide socio-economiche - tra cui la questione dei migranti diretti negli Usa - e ambientali, dopo i vasti incendi nell'Amazzonia brasiliana e in Uruguay.

Spesso soprannominato il "continente dimenticato", nelle ultime settimane l'America Latina è invece tornata alla ribalta delle cronache. È un continente enorme ed eterogeneo formato da 33 Paesi, 630 milioni di abitanti, governi che vanno dalla sinistra autoritaria fino all'estrema destra. Non c'è una spiegazione unica allo tsunami che sommerge la regione, da La Paz a Brasilia passando per Santiago, Quito e Port-au-Prince, ma ci sono denominatori comuni a queste crisi convulse: profondi diseguaglianze sociali, welfare carente, rallentamento economico, pessimismo per il futuro, corruzione dilagante e impunita' ai vertici dello Stato.

Una vera e propria esplosione sociale che fa dell'America latina e dei Caraibi una zona "incandescente", riferisce il quotidiano messicano El Universal, sulla scia dei 'gilet gialli' francesi e dei manifestanti di Hong Kong, le cui immagini sono state ampiamente rilanciate oltreoceano.

Bolivia

In Bolivia manifestazioni di piazza entrano nel quarto giorno consecutivo, in segno di protesta per i risultati delle presidenziali del 20 ottobre - svolte in un clima di forte tensione - vinte, secondo l'organismo elettorale, dal capo di stato uscente Evo Morales, al potere dal 2006. Alle accuse di brogli su vasta scala mosse dal rivale Carlos Mesa fanno eco scontri tra sostenitori dei due candidati a La Paz, disordini a Sucre (sud) e nella città mineraria di Potosi, con attacchi a uffici governativi, ma anche violenze a Oruro, Tarija (sud), Cochabamba (centro) e Cobija (nord). Morales accusa oppositori e potenze straniere di volerlo destituire con un golpe.

È dal 2017 che parte dei boliviani sono in rotta con il primo presidente indigeno, accusato di autoritarismo e di essere coinvolto in casi di corruzione, oltre ad avere ottenuto il via libera alla sua quarta candidatura, in barba al referendum popolare a lui contrario.

Brasile

Il mese scorso migliaia di abitanti delle favelas hanno manifestato pacificamente a Rio de Janeiro dopo l'uccisione a Alemao di una bambina di 8 anni, Agatha Vitoria Sales Felix, dai colpi d'arma da fuoco della polizia. In realtà è l'ultima vittima della lista già lunga delle 1.249 persone uccise in raid attuati dagli agenti dallo scorso gennaio, quando si sono insediati sia il presidente di estrema destra Jair Bolsonaro che il governatore Wilson Witzel.

A Rio il governo federale ha affidato la sicurezza all'esercito, con un'impennata di vittime nelle crescenti operazioni attuate dalle forze di sicurezza nelle favelas: 1.550 morti nel 2018 e 1249 nei primi otto mesi del 2019. La maggior parte dei bersagli della politica del pugno duro sono uomini, giovani, poveri e neri. Difensori dei diritti umani e semplici cittadini denunciano un "genocidio" in atto.

Sempre a Rio il mese scorso è stata indetta la marcia "Lotta per l'Amazzonia", una protesta contro le politiche adottate per l'emergenza incendi che hanno devastato la foresta amazzonica. Ad agosto a manifestare con gli stessi motivi erano state migliaia di donne in vestiti indigeni, denunciando la deforestazione autorizzata da Bolsonaro per coltivazioni e attività minerarie, ai danni dell'ambiente mondiale. Tra maggio ed agosto il Brasile è stato teatro di tre proteste nazionali, fino a 200 città coinvolte, guidate dagli studenti, contro i tagli al bilancio per l'istruzione e per esprimere in generale la loro insoddisfazione per le politiche del presidente di ultradestra. 

Cile

Da una settimana il Cile è a ferro e a fuoco, non solo a Santiago, la capitale, dove le proteste sono state scatenate dalla decisione delle autorità di aumentare i prezzo del biglietto della metropolitana. In realtà quel rincaro è soltanto la punta dell'iceberg di un malcontento sociale latente, causato da politiche che aggravano diseguaglianze sociali sedimentate, risalenti alla dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990): difficile accesso a servizi sanitari e istruzione, sistema pensionistico privatizzato anacronistico e ingiusto, corruzione e impunità diffuse.

Una esplosione sociale repressa nel sangue con il presidente contestato Sebastian Pinera che ha decretato il coprifuoco e dispiegato i militari per le strade, con un bilancio provvisorio di almeno 11 morti, migliaia di manifestanti arrestati, gravi accuse di torture e donne stuprate. Il Paese è fermo, con supermercati e principali attività chiusi da una settimana. Provvedimenti necessari secondo Pinera, per far fronte a una "guerra", un conflitto contro un "nemico potente e implacabile che non rispetta nulla e nessuno".

Ecuador

Il 2 ottobre in Ecuador vengono sospesi i sussidi sulla benzina, in vigore da 40 anni. Scendono in piazza per protestare migliaia di persone in tutto il Paese, con cortei guidati dagli indigeni e dai gruppi sociali più poveri. Il presidente, Lenin Moreno, ha decretato lo stato di emergenza. Dopo 12 giorni di violenti scontri con 7 morti, 1300 feriti e centinaia di arresti, è stato raggiunto un accordo che prevede l'abrogazione del provvedimento. Un esito alla crisi celebrato dai leader indigeni come "la vittoria del popolo".

Oltre che a Quito - dove è stato bloccato l'accesso all'aeroporto internazionale - proteste e scontri si sono verificati in particolare nella provincia meridionale di Azuay. La crisi inedita che ha paralizzato il Paese ha anche costretto le autorità a sospendere la distribuzione di circa il 70% della sua produzione di greggio. In realtà il decreto 883 rientrava in una riforma fiscale per ridurre il deficit di bilancio del Paese, nel contesto di un piano di austerità varato dopo la firma di un accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi), che lo scorso marzo ha concesso all'Ecuador un prestito di 4,2 miliardi. 

Haiti

A Port-au-Prince dall'inizio 2019 gli haitiani sono scesi in piazza in più occasioni per chiedere le dimissioni del presidente Jovenel Moise, con lo slogan "Y'en a marre" ("Basta così"). Manifestazioni accompagnate da distruzioni, violenze e scontri con la polizia per denunciare povertà dilagante, crescente inflazione, carenza di carburante, impossibilità della gente a comprarsi da mangiare, a mandare i ragazzi a scuola, in uno dei Paesi tra i più poveri al mondo. Ma il contestato presidente tiene duro e respinge gli appelli popolare, sostenendo di non voler lasciare Haiti "nelle mani di gang armate e trafficanti di droga".

Perù

In Peru' la popolazione è invece vittima di una crisi istituzionale: un braccio di ferro tra potere esecutivo e legislativo, tra il presidente ormai destituito Martin Vizcarra e il clan nippo-peruviano dei Fujimori, che controlla il Parlamento. Dopo gli ultimi sviluppi e lo stallo totale politico-istituzionale, a Lima si sono svolte manifestazioni contrapposte.

Nonostante crescita e stabilità economica, nel Paese le differenze di reddito tra le diverse regioni e fasce di cittadini sono clamorose, alimentando il malcontento. Vittime storiche di situazioni da medioevo sono le popolazioni originarie, sfruttate ed emarginate. Durante l'estate a protestare è stata la popolazione della provincia di Isly, situata nella regione meridionale di Arequipa, contraria al progetto "Ti'a Mari'a", ovvero la costruzione di una miniera di rame da parte della multinazionale Southern Cooper. Un progetto che mette a rischio il fiume Tambo, vitale per i residenti.