La rivolta del Libano è contro l'intero establishment

lorenzo forlani

Il primo ministro libanese Saad Hariri ha annunciato di aver concesso 72 ore a tutti i partiti politici all'interno e fuori dal governo per trovare una soluzione alla crisi economico-sociale, sfociata in proteste a partire da ieri sera, e in breve degenerata in guerriglia urbana, con gran parte delle principali arterie del paese bloccate, roghi appiccati in tutto il centro di Beirut (ormai inagibile) e atti di vandalismo diffusi. Il ministro dell'Interno Raya Al Hassan ha invitato i manifestanti ad astenersi dal distruggere proprietà e non attaccare le ambulanze della Difesa civile e i pompieri. Anche domani scuole, università, uffici pubblici, buona parte degli esercizi privati e banche rimarranno chiusi. I bond libanesi espressi in dollari hanno perso quasi 2 centesimi durante la prima giornata di sommosse.

In questo momento il centro di Beirut è una zona di guerra: si sono registrati diversi feriti durante scontri tra manifestanti e le Forze di sicurezza interna (Fsi, le quali informano che 24 poliziotti sarebbero stati feriti), sia di fronte alla sede del governo in centro che nei pressi del Palazzo presidenziale di Baabda, con uso di lacrimogeni e cariche. A Tripoli le guardie del corpo del parlamentare Misbah al Adhab hanno aperto il fuoco ferendo sette manifestanti. Secondo fonti non confermate, due di essi sarebbero morti in ospedale. Le Fsi hanno riferito di aver arrestato due persone per questo episodio, senza chiarire se legate al parlamentare o meno. Registrata una sommossa anche nel carcere di Zahle.

Decine di migliaia di persone hanno invaso praticamente tutte le principali città del Paese per chiedere le dimissioni dell'esecutivo, una reale lotta alla corruzione e la fine del clientelismo imperante, insito nel sistema confessionale libanese. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l'annuncio di una tassa sull'utilizzo di WhatsApp, poi ritirata nel giro di un paio di ore, ma non in tempo per il diffondersi di sommosse più profonde. 

Un'economia al collasso

Il Paese è al collasso economico da almeno 5 anni. In Libano - che ha un debito pari al 130% del Pil - esistono sperequazioni economiche enormi, e lo Stato non riesce ad assicurare la corrente elettrica per 24 ore su 24: a Beirut ci sono black out giornalieri programmati dalle 3 alle 6 ore, fuori da Beirut si arriva anche a 12. Chi può, copre il "buco" con i generatori, che ovviamente vengono venduti da soggetti che hanno interesse al mantenimento dello status quo. Ci sono anche problemi di approvvigionamento idrico (un anno fa è arrivata un'altra nave cisterna turca ma non è sufficiente), oltre che quelli più visibili di tutti: la quantità preoccupante di spazzatura, dopo la chiusura di varie discariche per saturazione. Quasi metà della popolazione, inoltre, vive sotto la soglia di povertà relativa. 

Rispetto ad altre proteste del passato, come quelle del 2015, ci sono diverse differenze: anzitutto la loro diffusione in tutto il Paese, e non solo a Beirut. In secondo luogo, oggi è tutto l'establishment ad essere sotto accusa: i manifestanti non hanno avuto alcun timore a fare i nomi dei principali 'dominus' nazionali, come lo stesso premier Hariri, lo speaker del Parlamento Nabih Berri, il presidente Michel Aoun, il segretario di Hezbollah (che fa parte del governo Hariri, del quale teoricamente sarebbe rivale politico) Hassan Nasrallah, oltre ad altri come Najib Mikati e Faisal Karame.

"Al shab yurid isqat al nizam"

Il punto è anche che ad ora un'alternativa strutturale non esiste, e certamente non una che risolva i gravissimi problemi economici del paese nel breve termine. I cittadini chiedono chiaramente le dimissioni sia del governo che del presidente della Repubblica. Il Libano non è una autocrazia militare ma una democrazia gravemente malata. Tuttavia, oltre a "Thawra" (rivoluzione), per le strade si è sentito diverse volte un coro divenuto famoso durante le primavere arabe: "Al shab yurid isqat al nizam", il popolo vuole rovesciare il sistema.

Se l'obiettivo a breve è la caduta del governo, quello di lungo termine è la fine del confessionalismo, che divide il Paese su linee settarie, condannando i cittadini a fare riferimento ai politici del loro gruppo religioso. C'è però il rischio che una rilevante porzione di Paese non sia pronta per una democrazia parlamentare pura e finisca in ogni caso per votare con criteri settari (quindi secondo questa logica vincerebbe le elezioni un candidato sciita, poiché esponente di una maggioranza relativa della popolazione). È vero che la società si secolarizza progressivamente ma certi legami sono ancora troppi forti, specie per le vecchie generazioni.

La sensazione è che se domani i manifestanti ottenessero nuove elezioni, e riuscissero anche ad organizzare una forza politica più strutturata di Kilna Watani (il movimento della società civile entrato in Parlamento lo scorso anno), o ad alimentarla, difficilmente avrebbero la possibilità di competere con macchine elettorali e clientelari come quelle dei partiti al potere.