La sceneggiatrice di Skam Alice Urciuolo e il libro sulla paura dei teenager di non essere amati

di Ilaria Solari
·6 minuto per la lettura
Photo credit: Francesco Carta fotografo - Getty Images
Photo credit: Francesco Carta fotografo - Getty Images

From ELLE

«Possiamo sentirci stasera? Sono sotto consegna, chiusa nella writing room tutto il giorno». Voce spumeggiante, energia da vendere, a 26 anni Alice Urciuolo è una sceneggiatrice impegnata e affermata, con un curriculum importante e una speciale vocazione, anche per contiguità anagrafica, nel decifrare e divulgare il mondo blindato e furioso degli adolescenti. Dopo un master di scrittura seriale e una gavetta nella casa di produzione che ha realizzato la serie Skam Italia, uno dei teen drama più visti su Netflix, ora è una free lance che firma serie importanti come Rocco Schiavone, e, dal 1° ottobre anche una scrittrice.

Nel suo romanzo d’esordio, Adorazione (66thand2nd editore), Alice torna alle origini: ai paesi disseminati lungo le pianure bonificate dell’Agro pontino dove è cresciuta, e ai teenager sulle cui travagliate storie ha costruito una professione: «Ho raccolto e condensato le mille vicende e persone che hanno fatto parte della mia adolescenza. Avevo voglia di raccontare cose che ancora mi sembravano poco rappresentate: la difficoltà di un’educazione sentimentale in luoghi segnati da una mentalità patriarcale e dinamiche di potere tra gli uomini e le donne che si instaurano fin dall’adolescenza, luoghi dove scoprire e vivere la propria sessualità può essere ancora problematico. E ho trovato subito interesse e ascolto nella mia casa editrice».

Sullo sfondo di questa storia corale c’è un femminicidio.

Ricordo quanto mi avesse colpito un fatto di cronaca avvenuto dalle mie parti che riguardava la morte di una ragazza di 16 anni. Facevo le elementari e ancora non riuscivo a dare un significato a quella morte. In Adorazione il femminicidio rappresenta la conseguenza estrema a cui può portare una società patriarcale in cui le donne hanno ancora un ruolo subordinato, matrice che in modo più o meno sotterraneo regola tutte le relazioni all’interno del romanzo.

Alla base di ogni rapporto c’è anche un grande rimosso: questi ragazzi sembrano incapaci di comunicare, anche alle persone più care, cosa li agita, cosa li preoccupa.

«Perché il mondo che li circonda è ammantato da un’aura di omertà, in cui tutto ciò che “non sta bene” deve essere taciuto: le emozioni, il sesso, il dolore. È un’idea che i ragazzi hanno ereditato dagli adulti, forse ancora meno bravi di loro a leggersi dentro e parlarsi. È una mentalità diffusa in certi ambienti, non solo di provincia, che può trasformare la comunità in cui cresci in un luogo chiuso e asfissiante».

Come tanti coetanei, i protagonisti del romanzo hanno intorno un gruppo affiatato, eppure sembrano profondamente soli, in preda a una perenne sensazione di essere sbagliati.

È un disagio comune, che deriva proprio dal fatto di crescere in un ambiente poco inclusivo e aperto all’ascolto. Ogni dubbio, incertezza ed emozione non codificati vengono taciuti, passati sotto silenzio. Anche il lutto per la morte violenta di un’amica. È chiaro che, senza un confronto positivo su alcuni temi importanti, senza la possibilità di specchiarsi nell’altro e sapere che non sei solo in quello che stai provando, ci si possa sentire soli e sbagliati, strani.

Photo credit: Courtesy photo
Photo credit: Courtesy photo

Per le ragazze del romanzo il sesso è spesso uno strumento, un esercizio. Ne parlano senza pudore, ma sono incapaci di condividere un’intimità autentica.

Crescono in una società in cui la donna è vista solo come un oggetto di desiderio, mai un soggetto desiderante. Quando si è così giovani, a 16 e a 18 anni, soprattutto se non si ha accanto qualcuno con cui confrontarsi, se non si è ricevuta alcuna educazione sentimentale e sessuale, può essere molto difficile approcciarsi al sesso nel modo giusto. Ma anche alle emozioni: hanno pochi modelli e troppi tabù, uno di questi è l'elaborazione del dolore, del senso di lutto per la morte di un’amica. E per questo sbagliano tanto, non sanno di ferire e ferirsi. Ma alla fine, benché abbiano storie diverse, il percorso che tutte compiono nel libro è per certi versi lo stesso: rompere gli schemi che sono stati loro imposti e di forgiare la propria storia, diventare consapevoli di sé e del proprio desiderio, scoprire che la solidarietà le rende più forti.

Anche i maschi sembrano piuttosto confusi.

Completamente persi: da una parte avvertono la pressione sociale di un ambiente che dice loro di essere “maschi a tutti i costi”, dall’altra percepiscono i conflitti del modello di mascolinità tossica che hanno introiettato, e di cui il compagno che un anno prima ha ucciso la sua ragazza è l'incarnazione estrema, tragica. Neanche loro hanno modelli positivi e imparano sbagliando, sbagliando tantissimo. Si parla spesso dell’esigenza di un sistema di valori alternativo agli stereotipi di genere di cui sono vittime le donne, ma i ragazzi hanno altrettanto bisogno di mettere in discussione un codice comportamentale imposto alla nascita.

Di che cosa secondo lei hanno paura questi ragazzi?

Hanno molte paure, ma una li accomuna: quella di non essere amati. Di non essere ascoltati, di non essere abbastanza. Che è la stessa paura che ci spinge a esporci, a pubblicare storie su storie, a scrivere le nostre opinioni, o a volte a rimanere in silenzio, in disparte, a non uscire mai allo scoperto.

Che parentela hanno questi teenager di provincia con gli adolescenti di Skam?

Una delle principali cifre stilistiche di Skam è quella del realismo. Insegue le storie di ragazzi che studiano in un liceo classico a Roma. Anche in Adorazione mi preme di rappresentare più fedelmente possibile la vita di provincia, raccontare una storia senza filtri né imbarazzo.

Com'è diventata un'esperta di teenager?

Ho passato molto tempo con loro, ma non mi sento un’esperta: i ragazzi e le ragazze sono tantissimi e ognuno di loro è segnato da esperienze diverse. Il metodo grazie al quale ho imparato a conoscerli meglio, a ogni modo, me l’ha fornito proprio Skam: è lo stesso usato dalla sua creatrice Julie Andem (l’autrice e produttrice norvegese che ha creato la serie originale, ndr) ed è basato sulle interviste: consiste nel far parlare i ragazzi e mettersi in ascolto. Grazie al lavoro svolto insieme a Ludovico Bessegato, showrunner della serie italiana, e al team della Cross Productions, ho avuto l’opportunità di intervistare molti teenager e mi sono resa conto che cedere loro la parola, senza cercare di rappresentarli mettendosi al loro posto, è l’unica strada possibile.

Che cos’hanno queste ragazze che le loro madri alla stessa età non avevano?

Difficile dirlo: avendo 26 anni e non essendo ancora madre, mi sento ancora molto figlia. Ma mi sembra che, benché ci sia ancora molta strada da fare, le nuove generazioni abbiano più consapevolezza e, grazie a Internet, anche più possibilità di accedere alle informazioni di cui hanno bisogno. I nostri genitori non avevano quest’opportunità, e molti temi come la parità di genere, l’educazione sentimentale e sessuale erano meno al centro del dibattito culturale.

Dove sbagliano gli adulti di oggi nel confronto coi figli?

Far piazza pulita dei pregiudizi, sia nei confronti dei giovani che degli adulti è il primo passo per poter avere un vero dialogo. Ascoltare, rinunciando ai cliché. Che poi è anche la chiave del successo e della credibilità di Skam tra gli adolescenti.

Quali sono i primi cliché da smontare?

Si dipingono i teenager di oggi come scansafatiche, senza obiettivi, interessati solo all’immagine. Parlando con loro emerge un quadro molto diverso: sono insospettabilmente appassionati, informati, determinati. In una parola, complessi.