La scrittrice Carati: "Bene sentenza Mladic, ma resta impunita distruzione convivenza interetnica"

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La conferma dell'ergastolo all'ex generale serbobosniaco Ratko Mladic, accusato del massacro di Srebrenica, è ''l'accertamento di una verità giuridica di quello che è successo'' e ''il fatto che si sia usata la parola 'genocidio' è un grande passo in avanti''. Ma c'è ''un altro crimine che mai nessun tribunale giudicherà e per il quale non avremo mai sentenza'' ed è quello di ''aver distrutto un tessuto interetnico'' e ''la possibilità di coabitare e di creare una quotidianità con dei riti tra persone che appartengono a religioni ed etnie diverse''. Perché ''laddove si viveva in pace nella diversità, è stato permesso che cominciassero a odiarsi''. Distruggendo così ''una ricchezza dell'umanità, non della sola Bosnia, distruggendo quello che avrebbe potuto diventare l'Europa. Questo è stato un crimine storico''. Ne è convinta la scrittrice Alessandra Carati, neo vincitrice del premio Opera prima al Viareggio-Rèpaci di quest'anno col suo romanzo d'esordio 'E poi saremo salvi', edito da Mondadori.

Un romanzo nel quale narra di una famiglia in fuga dalla Bosnia in Italia durante la guerra nell'ex Jugoslavia perché ''questo conflitto parla moltissimo di noi'', di cosa significa ''vivere da esule, del tentativo di rimettere radici in un altro Paese. Quello che cercano di fare oggi migliaia e milioni di persone in tutto il mondo, in Europa soprattutto''. Perché quello che è successo nell'ex Jugoslavia ha avviato un processo di ''sacralizzazione delle frontiere'' che secondo Carati ha poi portato allo ''smembramento dell'Europa a est e a ovest. La Brexit da un lato e la Turchia dall'altro''. La scrittrice che vive a Milano cita quindi Alexander Langer, che in uno dei suoi ultimi interventi aveva detto ''l'Europa muore o rinasce a Sarajevo''.

''Se l'obiettivo era quello della diluizione dei confini di lingua, religione e appartenenza allo stato nazione, che poi era l'obiettivo che ci davamo all'inizio quando immaginavamo una Europa e noi saremmo dovuti diventare cittadini europei, lì si è fatta una retromarcia pazzesca'', afferma la scrittrice. Dopo la condanna a Mladic, ''quello che mi auguro, e che è molto difficile, che possa tornare una ricostruzione anche parziale di un modo di vivere che queste persone avevano all'interno del proprio territorio, di legami. Allo scoppiare della guerra Sarajevo aveva più del 40 per cento di famiglie miste'' e ''la guerra le ha smembrate''.

A livello globale c'è ''una tendenza che va nella direzione di sottolineare le frontiere invece di fare in modo che le persone che vivono insieme lo possano fare facilmente''. Carati dice che ''scrivendo questo libro speravo che si potesse arrivare a un livello di comprensione di cos'è l'esperienza di un profugo'', auspicando ''un riconoscimento di cittadinanza a persone che vivono qui da anni''. E ''questo sarebbe un grandissimo passo avanti'', perché ''come diceva Langer bisogna lavorare per fare rete perché molte piccole comunità riconoscono la necessità di cambiare rotta''. Farlo sarebbe ''un grandissimo passo in avanti''.