La scrittrice Otegha Uwagba, l'attrice Yetide Bataki e le nuove strategie contro i pregiudizi

Di Enrica Brocardo
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Photo credit: Justin Heiman - Getty Images
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From ELLE

Dopo Little black book per ragazze che lavorano, una guida per giovani imprenditrici uscita due anni fa, la scrittrice e brand consultant inglese Otegha Uwagba torna in libreria con Bianchi (editore Solferino, 8,90 euro). Un saggio sul razzismo duro come un pugno nello stomaco, che costringe a riflettere sulla questione da una prospettiva del tutto nuova. «Da tempo avevo cominciato a buttare giù appunti ma, dopo l’uccisione di George Floyd, le proteste e l'esplosione del movimento, vedere le reazioni dei bianchi mi ha fatto capire come fosse arrivato il momento giusto per dire la mia», racconta.

Photo credit: Ollie Trenchard
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A colpirla, come spiega nel libro, i tantissimi messaggi di biasimo e di vicinanza sui social media, così come il fatto che, all’improvviso, spuntassero liste di libri consigliati sul tema del razzismo. Contenta? Al contrario. Più Uwagba leggeva post, articoli, interviste, più in lei cresceva la rabbia. «Perché questo genere di cose chiaramente non aiuta a cambiare la situazione, a modificare gli equilibri di potere e a portarci verso una maggiore equità. Mi sembrava sempre più chiaro che le condanne e la solidarietà a parole non fossero neanche lontanamente abbastanza».

Photo credit: Edizioni Solferino
Photo credit: Edizioni Solferino

L'unica strada, secondo lei, è quella che nel libro definisce allyship. In breve: per eliminare davvero il razzismo, i bianchi dovrebbero rinunciare per primi ai loro privilegi. Fa alcuni esempi: «Se assisti a un comportamento razzista non basta dire: è sbagliato, non lo farei mai, dovresti intervenire. Quando fai acquisti, dovresti chiederti se i brand che hai scelto non privilegino in qualche modo i bianchi, per esempio non dovresti comprare marche di cosmetici che non hanno una linea di prodotti per pelli scure. E se scopri di guadagnare di più di un collega di colore, dovresti rinunciare ai soldi in più».

Il problema è che lei stessa non crede sia possibile. «Non penso che i bianchi vogliano davvero creare un’alleanza con noi», chiosa. E altrettanto dura è la sua posizione sui cosiddetti pregiudizi inconsci, «usati spesso come una scusa, per sentirsi meglio. Dire: oh, non sapevo, non avevo idea di che cosa stessi facendo, li salva dall’imbarazzo».

Il libro è stato scritto prima delle elezioni americane del novembre scorso. Le chiedo che cosa pensi della nomina di Kamala Harris, prima donna di colore a diventare vice presidente degli Stati Uniti.

«Capisco che si tratti di una grande svolta», risponde, «finora, però, le sue politiche non hanno aiutato la comunità nera, anzi, l’hanno danneggiata». Apre, comunque, uno spiraglio alla speranza: «Aspettiamo di vedere che cosa farà nei prossimi anni».

Vent'anni fa, quando uscì American Gods di Neil Gaiman, un bizzarro fantasy sullo scontro fra antiche e nuove divinità, Yetide Badaki lo lesse subito. All'epoca, studiava ancora all'università e aveva appena fatto infuriare i suoi genitori annunciando che si sarebbe laureata in Teatro invece che in Scienze dell'ambiente, come previsto. «Quando arrivai al personaggio di Bilquis rimasi senza parole. Pensai che interpretarla sarebbe stato fantastico».

Photo credit: Getty Images
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Bilquis è un'antica dea dell'amore e la scena in cui appare è memorabile: lei, a letto con un uomo, prima lo convince a venerarla, quindi lo assorbe, letteralmente, nella sua vagina. Mai Badaki avrebbe immaginato che, molti anni dopo, avrebbe interpretato quella stessa scena come audizione per l'omonima serie tv tratta dal libro, che avrebbe ottenuto il ruolo e che si sarebbe trovata in un episodio della terza stagione, in streaming in queste settimane su Amazon Prime Video, a fare lo stesso con un nuovo devoto.

Ha avuto modo di capire quanto diverso sia l'effetto di quella scena tra il pubblico femminile e maschile.

La maggior parte delle donne si sente rafforzata nel proprio potere. Mentre parecchi uomini mi hanno detto che, se da un lato, amano il personaggio, lo trovano anche spaventoso. Al che io chiedo sempre: è paura o meraviglia? Quell’uomo prova stupore nei confronti di Bilquis, e penso che tutti i maschi dovrebbero fare lo stesso di fronte a ogni donna. Meraviglia e rispetto per il nostro potere.

È questo che le ha fatto amare da subito il personaggio?

Abbiamo un universo dentro di noi. Non so se ha letto un libro che s’intitola When God was a woman. È uno studio sul tempo in cui l’umanità non aveva ancora compreso il ruolo dei maschi nella procreazione e racconta la sensazione di incredulità di fronte al potere di crescere e partorire una nuova vita. È importante ricordarci che abbiamo questa capacità.

Il femminismo sta vivendo un nuovo momento d'oro?

Sediamo sulle spalle di giganti: le donne che, in passato, hanno lavorato affinché oggi potessimo avere la parità che ci meritiamo. Ma il movimento #MeToo ha spostato ulteriormente l’ago della bilancia, creando un cambiamento che sembra destinato a durare. Abbiamo iniziato a capire che cosa significhi lavorare davvero in un ambiente sicuro. Un'altra ragione per cui mi piace Bilquis è che non si vergogna della propria sensualità. È importante parlare di sesso.

Photo credit: Amazon Prime Video
Photo credit: Amazon Prime Video

In che senso?

È nel silenzio che accadono i fatti più orribili. Smettere di considerare il sesso un tabù è il primo passo per la svolta. Altrimenti è impossibile esprimere quello che si prova. Per esempio, dire: “Sono stata toccata in un modo che ritengo sbagliato”.

Parliamo di un altro grande movimento, Black lives matter. Quanto lo ritiene importante?

Le rispondo parafrasando lo scrittore James Baldwin: “Non puoi cambiare quello che non affronti”. È triste che ci sia voluto così tanto tempo per vedere disuguaglianze tanto lampanti. Ma fa ben sperare che una massa enorme di persone stia facendo sentire la propria voce. E questo nel mezzo di una pandemia, quando, nella scelta di manifestare, è implicita una domanda: “È qualcosa per cui vale la pena di morire?”. La mia risposta è sì. E lo stesso hanno fatto in tantissimi. In tutto il mondo.

Lei è nata in Nigeria, vive negli Stati Uniti da quando aveva 12 anni, ma ha ottenuto la cittadinanza americana soltanto sette anni fa. Ci sono lati positivi nell'essere un'immigrata?

All'improvviso mi ero ritrovata in una realtà del tutto nuova, con persone che avevano una loro idea su quello che ero e che avrei dovuto essere. Una cosa che da ragazzina mi ha molto aiutato è stato il concetto dei Third culture kids: chi entra a far parte di una cultura venendo da un’altra, ne crea una terza, unica. E diventa un ponte tra due mondi. È un vantaggio, ti aiuta a capire che non tutte le etichette sono vere, che gli individui vanno compresi uno a uno.