La scuola al tempo della crisi

«La scuola è aperta a tutti». Comincia così l'Articolo 34 della Costituzione Italiana, testo troppo spesso vituperato ma, a rileggerlo con attenzione, testimonianza della grande lungimiranza sulla carta dei "padri fondatori" della Repubblica. Che furono lungimiranti, appunto, anche nei confronti della scuola e dell'istruzione.

Ma siamo proprio sicuri che la pratica corrisponda a questa cartacea visione del futuro? Nel presente della crisi, la scuola è aperta a tutti? L'istruzione è garantita in maniera paritaria? E il sistema scolastico, funziona?

La cronaca locale è piena di piccole storture che incrinano una qualsivoglia posizione ottimistica. Prendiamo il caso di Pesaro: la Provincia, in fase di spending review, ha fatto una richiesta un po' originale ai presidi. Ha chiesto a tutti di contenere le spese di riscaldamento e ha consigliato esplicitamente un'operazione di razionalizzazione delle ore di insegnamento, da concentrarsi al mattino. E il pomeriggio? Scuole chiuse, altro che aperte a tutti.

Il commento di Riccardo Rossini, presidente provinciale dell'associazione che riunisce i dirigenti scolastici, raccolto dal Resto del Carlino non lascia spazio a dubbi: «Se fosse vero, cioè se questa ipotesi dovesse prendere corpo  salterebbe buona parte dell’offerta formativa prevista e ampiamente organizzata proprio contando sulla disponibilità delle ore pomeridiane».  La domanda che si pone, infine, il Preside va dritta al punto: «Già la manutenzione ordinaria degli edifici scolastici è ridotta all’osso. Continuando a togliere risorse dove arriveremo?»

E ancora: «Ho paura che la spending review oltre che sulla viabilità, pesi troppo sulla manutenzione scolastica: già nelle classi di molte scuole siamo abituati a raccogliere l’acqua piovana con le catinelle, cos’altro dobbiamo aspettarci? Rischiamo che ogni posizione più che confronto diventi grido di dolore». 

Anche perché sulle scuole pesa una spada di damocle che si fa spesso finta di non vedere, fino a quando, poi, non accadono le tragedie. A che punto sono le verifiche antisismiche degli istituti scolastici sul territorio nazionale? Le scuole sono in sicurezza?

Fra le storie d'ordinario disservizio c'è anche quella, a dir poco clamorosa, della Lombardia che inizia l'anno scolastico con 500 scuole su 1227 prive di Presidi, per le quali il Ministero delle Istruzioni sta predisponendo l'arrivo di 200 insegnanti che opereranno in qualità di direttori scolastici "reggenti".

Come si è arrivati a questa situazione surreale? Molto, anche troppo semplice. L'ultimo concorso per dirigenti scolastici è stato invalidato prima dal Tar della Lombardia e poi dal Consiglio di Stato (in attesa del pronunciamento definitivo, previsto per il 20 novembre prossimo) perché 101 aspiranti bocciati hanno fatto ricorso e, per il momento hanno avuto ragione. Motivo del ricorso? Le buste in cui erano contenuti i dati anagrafici dei partecipanti al concorso erano talmente sottili da consentire la lettura in trasparenza dei nomi dei candidati, facendo venir meno un principio necessario e sacrosanto per la validità di un concorso pubblico: quello dell'anonimato del candidato. Così, mentre la giustizia deve fare il suo corso e stabilire che accadrà dal 20 novembre in poi, arriva l'esercito dei presidi supplenti.

Le cose non vanno meglio a Bari: le scuole iniziano al massimo il 17 settembre, ma le mense scolastiche partiranno non prima del 1° ottobre. E il servizio di trasporto per gli studenti non comincerà prima della fine di settembre. Surreale, poi, la situazione del personale: a Conversano, tre bidelli per cinque istituti. Tagli nell'organico sono stati determinati dalle cooperative volute dal ministero e il dirigente dell'Ufficio scolastico provinciale chiosa: «Molti, poi, sono in servizio con la legge 104, quindi si rifiutano di pulire le aule». Per non parlare del fatto che tecnici e amministrativi che sono con i contratti in sospeso potrebbero vedersi soffiare i posti da docenti «inidonei all'insegnamento».

Insomma, dalle Alpi a Lampedusa, la situazione sembra senza soluzione: proprio nell'isola, per esempio, dei 20 collaboratori scolastici convocati da Agrigento, 19 diserteranno grazie a un certificato medico. A Milano mancherebbero circa duemila insenganti. A Bari 1200. In Veneto si cercano bidelli disperatamente e in Molise il sindaco di Campobasso non vuole aprire gli istituti fono al 19 settembre. Per risparmiare? Chissà.

Quel che è certo è che se, fino a poco tempo fa, i problemi sembravano riguardare solamente i macro-casi del pasticcio-Tfa e le incertezze sul nuovo concorso voluto dal Ministro Profumo, anche passando dal nazionale al locale, con la lente di ingrandimento sui "piccoli" casi di cronaca che poi, sommati, danno il quadro realistico della situazione, le cose non vanno affatto meglio.

Come facilmente prevedibile, le operazioni di tagli incidono sui servizi pubblici. E sulla scuola, che non è affatto «aperta a tutti» in egual misura.
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