La sfida italiana alla deforestazione

Paolo Mori

Il clima sta cambiando, il mondo scientifico è ormai unanime. La specie umana sembra avere importanti responsabilità nel cambiamento in atto. Su questo secondo aspetto c'è meno unanimità, ma le prove scientifiche raccolte da chi sostiene la responsabilità della nostra specie sembrano palesemente più solide di chi sostiene il contrario.

L'umanità ha tratto grandi benefici fidandosi del metodo scientifico e anche in questo caso non c'è ragione di non dare credito a quanto ci viene presentato con sempre più forza ed evidenza da ricercatori di tutto il Mondo. Certo il senso critico deve rimanere vigile e cogliere ogni elemento di incertezza, ma fino a prova contraria, se non vogliamo affrontare cambiamenti catastrofici dobbiamo contrastare la tendenza in atto. Lo dobbiamo fare perché ne siamo molto probabilmente responsabili, ma lo dovremmo fare anche se non lo fossimo. Né va del nostro benessere e di quello dei nostri figli e nipoti.

Ce lo ha ricordato Greta Thunberg, che potrebbe essere figlia o nipote di molti di coloro che oggi hanno ruoli decisionali. La crisi climatica non è iniziata da pochi giorni. I ricercatori hanno già fatto una forte azione di sensibilizzazione nel giugno 1992 in occasione della Conferenza  delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo nell'ambito della quale è stata stipulata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Questa, nel dicembre 1997, dopo 3 Conferenze delle Parti (COP3), ha portato alla sottoscrizione del protocollo di Kyoto da parte di 186 Stati che si sono formalmente impegnati a ridurre le emissioni di gas serra. La prima fase del Protocollo è stata in vigore tra il 2005 e il 2012, la seconda tra 2013 e 2020. Il bilancio è purtroppo negativo: il protocollo non è stato rispettato e le emissioni di gas serra sono sostanzialmente aumentate, così come le temperature medie del Pianeta.

Nel dicembre 2015, poco dopo l'enciclica “Laudato si'” di Papa Francesco, si è svolta a Parigi la COP21 dove 196 Stati hanno sottoscritto un nuovo accordo, vincolante, con nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni. Sembrava che finalmente qualcosa potesse cambiare, ma, con l'avvento di Trump alla presidenza, gli USA, tra i più forti emettitori di gas climalteranti, si sono ritirati dall'Accordo. Nel frattempo gli altri Paesi, pur non avendo ritirato la propria sottoscrizione, non pare si stiano impegnando abbastanza, dal momento che i dati sulle emissioni ci informano che l'Accordo di Parigi, nella sostanza, non viene rispettato.

Ecco quindi che nel 2018 chi punta ad azioni concrete per la mitigazione del clima ha trovato in Greta Thunberg e nel movimento Fridays for Future la leva per smuovere le coscienze degli studenti (e non solo) di gran parte del Mondo. La richiesta delle giovani generazioni di Fridays for Future è rispettare gli accordi di Parigi della COP 21, mettendo subito in campo azioni concrete di riduzione delle emissioni e stoccaggio del CO2 presente in atmosfera. Non c'è tempo da perdere.

Alberi per evitare le emissioni e stoccare il CO2

L'appello e le manifestazioni del movimento Fridays For Future hanno messo in evidenza come ognuno, dal giovane studente al capo di stato, abbia il dovere di fare la propria parte nella riduzione delle emissioni e nello stoccaggio del CO2 atmosferico.

Anche chi si occupa di piantare alberi e di gestire foreste può e deve dare il proprio contributo, non solo nella vita privata, ma anche in quella professionale. Gli alberi infatti, soprattutto se ben gestiti, possono consentire di ottenere sia lo stoccaggio del CO2 sia la riduzione delle emissioni.

Da quando vengono piantati, o nascono naturalmente, gli alberi sottraggono CO2 dall'atmosfera e la fissano nel loro legno per alcuni decenni. Alcuni, se destinati a produrre legname di pregio o se si trovano in fustaie, possono stoccare biossido di carbonio per più di un secolo. Il ruolo di stoccaggio del CO2 degli alberi non finisce con il loro abbattimento. I soggetti che hanno caratteristiche idonee, generalmente indotte da azioni di coltivazione del bosco da parte della specie umana (Selvicoltura), possono essere trasformati in mobili, travi, infissi, pavimenti, arredi urbani, strutture edili in legno e/o pannelli, carta, cartone e derivati. In questo caso il CO2 sottratta all'atmosfera rimane stoccata nei manufatti ancora a lungo; nei casi più fortunati per secoli e secoli, basti pensare alle travature di alcune chiese rinascimentali che sono ancora oggi al loro posto.

I rami, le parti di fusto che non sono dritte, gli alberi che vengono diradati per lasciare spazio a quelli che produrranno tronchi per manufatti in cui stoccare CO2, quelli di specie non adatte a trasformazioni industriali o artigianali e i prodotti di boschi gestiti prevalentemente per la produzione di energia da fonte rinnovabile (cedui), danno ugualmente un importante contributo alla mitigazione del clima. Oggi possono infatti essere trasformati in energia attraverso sistemi ad alta efficienza e a bassissime emissioni di polveri fini, con performance assolutamente paragonabili a quelle di sistemi usati per gasolio o metano.

Si può grossolanamente stimare che ogni 3,5 tonnellate di legno trasformate in energia si eviti l'emissione di nuovo CO2 fossile in atmosfera che si produrrebbe utilizzando 1 tonnellata di petrolio. Sia chiaro, sempre di emissioni di CO2 si tratta, ma in questo caso il vantaggio è che la trasformazione energetica non altera la quantità complessiva di carbonio nel ciclo naturale e quindi non contribuisce ad accentuare la crisi climatica.

Il bilancio della produzione di legno non è pari a zero emissioni di “carbonio fossile” in atmosfera, poiché è necessario utilizzare energia fossile per l'abbattimento, la preparazione e il trasporto del legno destinato a fini energetici. Tuttavia nulla di lontanamente paragonabile alle emissioni di CO2 connesse a estrazione, raffinazione e trasporto per migliaia di chilometri di molti combustibili fossili, soprattutto quando produzione e trasformazione del legno sono a scala locale.

Gli alberi e il legno sono la soluzione?

Sul ruolo degli alberi si sta interrogando da tempo anche il mondo scientifico, con posizioni non sempre concordi. La posizione prevalente attribuisce grande importanza allo stoccaggio di CO2 in formazioni arboree sia di origine artificiale che naturale. A questo proposito, nel luglio 2019, la rivista scientifica “Science” ha pubblicato un articolo dal titolo “The global tree restoration potential” (Bastin et al.) in cui si sostiene che se riuscissimo ad accrescere del 10 percento la copertura arborea in almeno 2 miliardi di ettari, saremmo in grado di contrastare un terzo delle emissioni di CO2 di tutto il Pianeta. I principali contributori ad un'azione del genere potrebbero essere Canada, USA, Russia, Cina, Brasile e Australia.

Di questi Canada e Russia si sono già messi in contatto con la FAO per svolgere azioni concrete. L'articolo è stato molto criticato, nella sostanza, da uno straordinario numero di ricercatori. Nonostante ciò ha avuto un enorme impatto mediatico, tanto che Danilo Mollicone, ricercatore del Dipartimento Ambiente e Clima della FAO e co-Autore dell'articolo di Bastin et al., ha affermato in un incontro su clima e foreste organizzato da SISEF  il 14 novembre 2019 a Palermo, che il tema della “tree restoration” è entrato nell'agenda dell'Unione europea sulle foreste al punto che, nella prossima programmazione 2021-2027, saranno destinate specifiche e importanti risorse alla piantagione di alberi.

Sulla scia di quanto sta facendo l'Unione europea, delle pressioni di Greta Thunberg e del movimento Fridays for Future, così come quelle che da anni cerca di esercitare il mondo scientifico, nell'ottobre 2019, l'Italia ha promulgato il “Decreto Clima” (D.L. 111/2019 in GU n. 241), stanziando 30 milioni di euro per la creazione di foreste urbane in 8 aree metropolitane.

In Italia ci sono 60 milioni di alberi

In questo contesto si colloca l'appello della Comunità Laudato si' che, ispirandosi all'omonima enciclica di Papa Francesco, nel settembre 2019 ha proposto di piantare 60 milioni di alberi, uno per ogni cittadino italiano. L'invito era a farlo immediatamente per dare subito un segno tangibile dell'urgenza di agire per mitigare il clima. Piantare un albero è sembrato ai promotori dell'appello il modo più semplice ed efficace per coinvolgere ogni italiano nel dare il proprio piccolo contributo alla mitigazione del clima.

È stato subito evidente a chi opera con alberi e boschi che si trattava di una proposta irrealizzabile nell'immediato. I motivi sono sostanzialmente legati al fatto che:

• serve molto tempo per individuare una superficie complessiva di circa 60.000 ettari (circa 100.000 campi da calcio, per assegnare 100 m2 necessari per lo sviluppo di una grande albero) che sia legalmente messa a disposizione da chi ne detiene i diritti, che sia adatta ad accogliere alberi che devono crescere e fissare CO2 per molti anni e che non sia destinabile dal proprietario a produzioni alimentari;

• in Italia i vivai forestali sono geograficamente ben distribuiti in ogni regione, ma sono piccoli e il fatto che non si facciano rimboschimenti da molti anni li ha portati a ridurre la produzione complessiva al di sotto dei 5 milioni di piantine per anno (RaF Italia 2017-2018);

• ipotizzando sufficientemente abili a mettere a dimora una pianta le persone che ancora si dedicano ad agricoltura e foreste (ISTAT), in Italia sono meno del 2 percento i cittadini capaci di piantare un albero e curarlo fino a che non sia in grado di svilupparsi autonomamente e fissare per lungo tempo CO2 atmosferico nel proprio legno.

Nonostante queste macroscopiche difficoltà un gruppo di 12 soggetti di livello nazionale ha accolto l'appello della Comunità Laudato si'. La sfida ha unito il mondo scientifico (SISEF e CREA FL  e CREA PB ), gli enti territoriali che possono disporre di terreni (UNCEM ), i professionisti del settore agro-forestale (CONAF ), gli operatori del territorio (Alleanza delle Cooperative italiane), i più importanti schemi di certificazione forestale (FSC  e PEFC ), alcuni dei maggiori gruppi ambientalisti italiani (Legambiente, WWF), alcuni produttori di energia dal legno (AIEL) e chi si occupa di comunicazione interna al settore (Compagnia delle Foreste).

È stata subito pubblicata una pagina web per raccogliere adesioni (www.60milionidialberi.it ) e in poco più di un mese sono stati oltre 300 i soggetti che hanno dato la propria disponibilità a contribuire alla piantagione di alberi. Tra questi va segnalata l'adesione del Ministero per le politiche Agricole Alimentari e Forestali (Mipaaf), quella di altre associazioni ambientaliste di livello nazionale (Lipu  e Rete Wigwam), cosi come la convinta partecipazione di molte associazioni regionali e imprese private.

Serve una strategia flessibile

La varietà di ambienti, di specie arboree impiegabili, di norme da rispettare e di soggetti coinvolti rappresenta una grande sfida per tutti coloro che hanno aderito all'appello della Comunità Laudato si'. È evidente che servono regole comuni e soluzioni adattabili ad ogni caso reale.

Un esempio, di recente acquisizione italiana, è rappresentato dalle piantagioni policicliche. Si tratta di piantagioni in cui, nello stesso appezzamento di terreno, convivono produzioni arboree di pregio e da energia di età differenti. Quando se ne utilizza una le altre continuano a crescere e, nello spazio liberato, si mettono a dimora nuovi alberi che iniziano subito a fissare CO2. Su questa possibile soluzione tra il 2013 e il 2018 è stato sviluppato in Veneto il progetto LIFE InBioWood (www.inbiowood.eu ) che ha realizzato oltre 25 ettari di piantagioni dimostrative e 45 km di filari policiclici. Chi volesse replicarle può usare il manuale di progettazione e una applicazione mobile che consente a tecnici neofiti di realizzare in autonomia piantagioni policicliche evitando gli errori più ricorrenti.

Accanto a questa soluzione, molto flessibile e adattabile a situazioni agricole, periurbane e urbane, ce ne sono altre tradizionali, più rigide, ma sicuramente adatte a situazioni specifiche. Si tratterà di dare gli strumenti per scegliere di volta in volta la soluzione più adatta.

Se piantare alberi è importante non va però dimenticato che le foreste italiane sono in grande espansione e che la loro gestione può dare un contributo alla mitigazione del clima ben superiore alla piantagione di 60 milioni di alberi. Dal secondo dopo guerra la superficie forestale italiana è praticamente raddoppiata. Benché il fenomeno di espansione si stia riducendo, negli ultimi 10 anni infatti i boschi hanno riconquistato terreni agricoli abbandonati in montagna e collina al ritmo di un campo da calcio ogni 6 minuti, 24 ore su 24 per 365 giorni all'anno (RaF Italia 2017-2018).

Questo porta ad avere, spontaneamente circa 70 milioni di alberi in più ogni anno (INFC). Alberi che, se gestiti con un'opportuna selvicoltura, potranno dare il loro contributo alla mitigazione del clima in misura maggiore che se lasciati all'evoluzione naturale.

In Italia le foreste sono in espansione, non avviene altrettanto nel resto del Pianeta. Non utilizzare al meglio le nostre risorse significa in sostanza usare quelle degli altri, determinando anche fenomeni di deforestazione.

Il contributo di chi si occupa di alberi e di foreste alla mitigazione della crisi climatica consiste semplicemente nel piantare alberi o favorirne la rinnovazione naturale, gestire gli alberi con cure colturali (piantagioni) o selvicolturali (boschi), abbattere gli alberi al momento opportuno (per diradamenti o utilizzazioni a fine ciclo produttivo), per poi ripiantare o favorire la rinnovazione naturale, in un ciclo continuo e rinnovabile che ci rimetta in linea con quello naturale in cui ci siamo evoluti. Nulla di più e nulla di meno.

 

* Paolo Mori è Dottore Forestale, direttore della rivista “Sherwood - Foreste ed Alberi Oggi” e amministratore di Compagnia delle Foreste, impresa specializzata nella comunicazione e nel trasferimento di innovazione e ricerca in campo forestale e ambientale.

** Questo articolo è apparso sul numero di docembre 2019 della rivista Word Energy