La soluzione? Dire le cose come stanno

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Della Cop26 di Glasgow si è detto tutto e il suo opposto. Da una parte, chi ha sottolineato che l'ottimo è nemico del bene e quindi meglio poco che nulla; che di piccoli passi ne sono stati fatti; che i fatti dimostreranno il rispetto degli impegni assunti dai governi. Dall'altra parte, chi ha evidenziato come anche a Glasgow non si sia andato oltre le solite “parole al vento” tipiche di questi summit, come ebbe a dire anni fa il Nobel Jean Tirole, o il solito bla, bla, bla nelle più recenti parole di Greta Thunberg. Non basta certo nobilitarla come “Glasgow Climate Pact” per celarne gli scarsi risultati rispetto alle grandi aspettative maturate dopo due anni di preparazione. Come sempre accaduto, nessuna decisione operativa è stata presa, ma mille futuri vaghi impegni non vincolanti.

Quel che mi ha più colpito della Cop26 – quel che vale anche per il G20 di Roma di fine ottobre – non è stato tuttavia quel che si è detto, invero abbastanza scontato, ma quel che non si è detto o si è voluto artatamente tacere. Riguardo in particolare a due questioni. La prima, è il silenzio sulla grave crisi energetica che sta attraversando il mondo intero – la prima crisi dell'era della globalizzazione – ove fatti accaduti in un qualsiasi angolo del mondo, si tratti della siccità in Brasile e in California o del grande freddo in Cina e Giappone, sono rimbalzati ovunque in tempo reale rendendo i sistemi energetici molto più instabili, imprevedibili, meno governabili. Ne è seguita un'esplosione in un anno dei prezzi del metano sino a 20 volte da 2 doll/MBtu a punte di 40. Prezzi che hanno contagiato quelli all'ingrosso dell'elettricità, che dai primi dipendono, esplosi in Italia, per fare un esempio, da minimi lo scorso anno di 10 euro/MWh a punte, giorni fa, di 385 euro/MWh.

Le questioni taciute al summit

Inevitabili gli impatti negativi sulle bollette a livelli prima mai conosciuti, con pesanti interventi dei governi per lenirne l'impatto sociale sulle famiglie. Quel che ci rammenta, o dovrebbe rammentarci, è che la transizione energetica prima ancora che questione tecnologica, infrastrutturale, energetica, è questione sociale che, se non fronteggiata adeguatamente, colpisce le parti più fragili della società. Altrettanto inevitabile l'impennata dei prezzi energetici sul tasso di inflazione a livelli nell'eurozona intorno al 5 percento, col rischio ravvisato da Kenneth Rogoff di Harvard che possa ripetersi lo spettro della stagflazione che vivemmo negli scorsi anni Settanta. Una crisi, quella che viviamo, causata da un'effettiva scarsità di metano e financo di carbone, difficilmente riassorbibile nel breve periodo come pure sostenuto dalla Commissione di Bruxelles.

La seconda questione taciuta attiene alle decisioni assunte dai governi per tamponare la crisi. Decisioni che muovevano in una direzione esattamente opposta agli impegni che essi andavano assumendo davanti alla platea dei 40.000 partecipanti. A iniziare da quelle di Boris Johnson che, pur definendo la Cop26 un grande “successo” (mentre chi lo presiedeva, Alok Sharma ne decretava la conclusione con le lacrime agli occhi), aveva da poco riattivato vecchie centrali a carbone per sopperire alla scarsità di metano e dell'eolico per la bassa ventosità. Una gran faccia tosta poi rimproverare l'India per il suo rifiuto a indicare una data precisa per il phase-out del carbone da cui genera oltre il 70 percento dell'elettricità del paese.

La realtà delle cose è che la natura e lo spessore della crisi energetica vanno palesando le contraddizioni della transizione energetica, nei termini almeno in cui la si pone, facendo emergere posizioni diverse da quelle sinora sostenute dai governi. Il presidente francese Emmanuel Macron, anche solo poco tempo fa, non avrebbe potuto tenere il discorso del 12 ottobre per la presentazione del Piano “France 2030” ove ha esaltato il ruolo del nucleare e la sua ferma decisione di sostenere, finanziandolo, lo sviluppo dei reattori di nuova generazione.

Similmente, in Cina il presidente Xi Jinping ha espresso l'intenzione di rivedere profondamente tempi e road map disegnate per conseguire una piena neutralità carbonica entro il 2060. Non ultimo negli Stati Uniti il Presidente Joe Biden è stato costretto dal Congresso a dimezzare le immani risorse previste nel provvedimento “Building Back Better” sacrificando la maggior parte del “Clean Electricity Performance Program”. Comportamenti di cui non si è dato conto nel G20 di Roma e nella Cop26 di Glasgow, espressioni di quell'ipocrisia organizzata che caratterizza larga parte delle relazioni internazionali.

Quali sono i passi imprescindibili

La crisi, si diceva, ha fatto emergere esigenze imprescindibili per evitare il ripetersi di grandi tensioni nei mercati. Tre in particolare: essenzialità del metano, anche nel lungo periodo, per ridurre gli usi di carbone nei paesi asiatici; necessità di riprendere l'attività mineraria nell'industria petrolifera per ampliare la capacità estrattiva sia di metano, oggi satura, che di petrolio; far ricorso all'intera cornucopia di tecnologie e non solo a quelle rinnovabili. Dire le cose come stanno è scomodo, ma imprescindibile se non vogliamo protrarre la crisi in cui siamo gravemente avviluppati.

*Economista e accademico, ha fondato nel 1980 energia, rivista del rie-ricerche industriali ed energetiche, di cui dal 1984 è direttore

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2021 di WE World Energy. WE World Energy è il magazine internazionale sul mondo dell'energia pubblicato da Eni - diretto da Mario Sechi - che con il suo portato di esperienza e scientificità si è guadagnato una posizione di grande rilievo nel panorama internazionale dei media di settore.

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