La statua del "Pugile in riposo" mette ko Deontay Wilder

Andrea Cauti

"Terrific!". Di fronte alla statua bronzea del "Pugile in riposo" di fattura ellenistica e risalente al II-I secolo avanti Cristo, opera di allievi di Lisippo, al Museo nazionale romano, Deontay Wilder, il campione del mondo dei pesi massimi Wbc (World Boxing Council) non trova le parole. Letteralmente messo ko dalla bellezza e maestà di quest'opera: "Magnifico, potente, eccezionale".

Accompagnato in rappresentanza della Federazione pugilistica italiana dall'inseparabile Clemente Russo (leggenda del pugilato italiano che a 37 anni tenterà di andare alle Olimpiadi di Tokyo 2020) e dal campione italiano Guido Vianello (professionista dal 2018 e vincitore al Madison Square Garden di New York dell'incontro contro il pugile del Kentucky Luke Lyons per ko alla seconda ripresa), Wilder ha fatto visita questa mattina a una delle statue di pugile più famose del mondo.

Guida d'eccezione per il campione del mondo, il poeta Gabriele Tinti, che ha risposto a tutte le sue domande registrando anche la sua sorpresa di fronte a un'opera di tanta potenza e bellezza. L'attenzione di Wilder è andata sugli aspetti sportivi ed estetici, a partire dai guanti di combattimento. Nel periodo ellenistico, durante le prime olimpiadi, i pugili si sfidavano indossando i cosiddetti 'cesti' (le quattro dita sono infilate in un pesante anello costituito da tre fasce di cuoio tenute insieme da borchie metalliche).

E proprio questi 'guantoni' di oltre duemila anni fa hanno calamitato l'attenzione dell'americano. "Colpire con quei cosi doveva avere effetti micidiali, gli incontri erano all'ultimo sangue", il commento del campione. Che poi ha avuto conferma della sua intuizione osservando le orecchie del Pugile, tumefatte come erano quelle dei veri pugilatori greci che riportavano sempre, dopo gli incontri, ferite significative.

"È una statua maestosa, esprime una potenza incredibile", ha detto ancora il campione, che poi si è detto ammirato del fatto che si fosse conservata così perfettamente dopo oltre due millenni.

Un momento di stupore, infine, di fronte al volto con gli occhi cavi. In origine, gli è stato spiegato, erano pieni ma nel tempo ciò che era all'interno è andato perso.

Deontay Wilder è un uomo semplice, è un milionario (nell'ultimo match di difesa del titolo contro Luis Ortiz ha guadagnato circa 20 milioni di dollari) e, soprattutto, è americano. Inevitabile quindi la sua domanda: "Quanto costa?".

Monetizzare tutto per lui è normale, così come non è accettabile la risposta evasiva e generica: non ha prezzo. "Priceless? Nothing is priceless", il laconico commento del campione del mondo Wbc prima di lasciare il Museo nazionale romano e andare in pellegrinaggio al Colosseo, visita conclusiva della sua tre giorni nella Capitale organizzata dalla Federazione pugilistica italiana iniziata ieri all'ospedale pediatrico Bambino Gesù, proseguita poi in visita privata dal Papa e conclusasi oggi con il Pugile e le meraviglie di Roma antica.

Domani poi volerà in America e inizierà la preparazione per affrontare, il prossimo 22 febbraio, Tyson Fury nell'11esima difesa del titolo Wbc, prima di realizzare (forse) il sogno di sfidare il campione del mondo Wba, Ibf e Wbo, la superstar britannica Anthony Joshua, nel match in cui verranno unificati tutti i titoli mondiali dei pesi massimi. Una sfida rilanciata oggi anche davanti al Pugile in riposo con il solito slogan: "One champion, one name, one face" ("perché i pesi massimi devono avere un solo campione") e l'urlo di battaglia diventato ormai proverbiale, che è echeggiato nelle stanze del museo romano: "Bomb squad!".