La storia di “C’era una volta in America", tra leggenda e ossessione

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Robert De Niro e Sergio Leone al Festival di Cannes nel 1983 (Photo by GARCIA/URLI/Gamma-Rapho via Getty Images) (Photo: Pool GARCIA/URLI via Getty Images)
Robert De Niro e Sergio Leone al Festival di Cannes nel 1983 (Photo by GARCIA/URLI/Gamma-Rapho via Getty Images) (Photo: Pool GARCIA/URLI via Getty Images)

La prima volta che Sergio Leone parla in pubblico dell’idea di girare “C’era una volta in America” è il 1969. L’occasione è un programma della Rai condotto da Corrado che si chiama “A che gioco giochiamo?”. Il grande regista ha da poco portato sugli schermi “C’era una volta il west” e due anni dopo girerà “Giù la testa”. Mentre il film che annuncia in diretta televisiva uscirà solo nel 1984. Ben quindici anni dopo, ma se prendiamo il primo momento in cui Leone comincia a pensarci bisogna aggiungere altri tre anni: in tutto fanno diciotto. A raccontarlo è il giornalista Piero Negri Scaglione in un libro imperdibile per tutti gli appassionati di cinema: “Che hai fatto in tutti questi anni”, edito da Einaudi. Più di 200 pagine in cui viene svelato ogni piccolo particolare dietro a questa opera che va oltre il cinema, assumendo agli occhi dei più un qualcosa di mitico.

Partiamo subito dalla battuta più celebre, una delle più citate della storia del cinema. A pronunciarla è il protagonista, un Noodles ormai invecchiato interpretato da Robert De Niro che alla domanda di un amico su cosa abbia fatto in tutti questi anni, risponde: “Sono andato a letto presto”. Il padre di questa intuizione è Enrico Medioli, fine sceneggiatore di pellicole come “Rocco e i suoi fratelli”, “Il gattopardo” e “La ragazza con la valigia” per citarne alcune. E spiega all’autore del libro che si tratta di un “furto” alla Recherche di Marcel Proust.

Nonostante il successo avuto con gli spaghetti western, Leone non ha mai avuto dubbi su “C’era una volta in America”, tanto da definirlo il suo miglior film. E citando Flaubert su “Madame Bovary” ha detto: “C’era una volta in America” sono io”. E lo si vede dagli sforzi che ha fatto per portarlo a termine. Prima la ricerca degli attori, puntando sulla coppia di “Novecento” De Niro e Depardieu. Con il primo la spunterà non senza qualche difficoltà (ed è molto bello il ricordo che l’attore fa di Leone raccolto nel libro), mentre la parte di Max verrà affidata a James Woods. Poi tutte le vicissitudini incontrate con la produzione e la lavorazione della sceneggiatura che si basa su un romanzo, un unicum nella filmografia del regista romano. Il romanzo è “The hoods” di Harry Grey. All’inizio tra gli incaricati a scrivere i dialoghi c’è un peso massimo della letteratura americana, Norman Mailer. Mailer arriva a Roma e scrive più di cento pagine che però Leone butta nel cestino perché secondo lui il grande scrittore “non sa scrivere per il cinema”. Arruolerà poi una squadra di eccellenti sceneggiatori italiani che firmerà il lavoro finale.

Il libro è un intreccio di storie legato a una ossessione, l’ossessione che l’autore ha per “C’era una volta in America”, pari quasi a quella del regista. Scaglione racconta in prima persona i suoi incontri con i tanti personaggi, sia centrali e sia marginali, che hanno preso parte a questo film leggendario che ha pochi pari nella storia del cinema. Forse solo il “Napoleone” di Stanley Kubrick nasconde dietro di sé così tanti aneddoti. Con una fondamentale differenza però: “C’era una volta in America” continua a essere visto e studiato oltre che a suscitare emozioni. “Napoleone” invece non è mai stato girato.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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