La strana morte del narcos Braixinho nell'inferno delle carceri brasiliane

Negli ultimi giorni il suo era diventato uno dei volti più famosi del mondo, il video del suo tentativo fallito di evadere di prigione travestito da sua figlia 19enne è stato rilanciato da tutti gli organi di stampa e ricondiviso di bacheca in bacheca sui social network. Parliamo di Clauvino da Silva, 42 anni, detto Baixinho, narcos brasiliano legato al Comando Vermelho (Comando Rosso) che stava scontando una condanna a 73 anni di carcere quando è stato colto dalla geniale idea di tentare la fuga armato soltanto di una maglietta sgargiante, un reggiseno, una parrucca, un paio di occhiali e una ben poco convincente maschera di silicone.

Una fuga che non è durata molto, Clauvino infatti non riesce nemmeno a fare un passo fuori dalla struttura, gli agenti insospettiti dalla sua figura evidentemente farlocca lo hanno fermato e fatto spogliare sotto l'occhio attento della camera di uno smartphone, rendendolo così il narcotrafficante più ridicolizzato del web.

Nella giornata di ieri, secondo The Guardian, gli agenti del penitenziario di Gericinò, a Rio de Janeiro, lo hanno trovato morto nella cella di isolamento dove era stato rinchiuso per punizione dopo la bravata. Come scrive Il Messaggero: “Secondo fonti della Segreteria dell'amministrazione penitenziaria (Seap) di Rio citate dai media locali, Silva si sarebbe impiccato con un lenzuolo nella sua cella del carcere noto come Bangu”.

Le autorità brasiliane non hanno perso tempo ad annunciare l'apertura di un'indagine, anche perché questo suicidio arriva durante quella che per le carceri del paese sudamericano è una settimana decisamente negativa. Il suicidio di Baixinho (“Piccolino”), così come era soprannominato il boss del narcotraffico, arriva pochi giorni dopo la spaventosa battaglia tra gang in una prigione nell'Amazzonia brasiliana. All'interno del Centro di recupero regionale di Altamira, nello stato di Pará, i prigionieri della banda locale Comando di Classe A (CCA) hanno lasciato la loro ala per avventurarsi in quella controllata proprio dal Comando Vermelho, che negli ultimi tempi si sta rendendo sempre più protagonista del controllo del traffico di droga nel paese.

Il tutto è durato mezz'ora, le guardie, due delle quali prese in ostaggio e poi rilasciate, hanno raccontato di un attacco quasi militare: “Sono entrati, hanno dato fuoco ai materassi, hanno ucciso e sono andati”. Risultato: 57 detenuti morti, 16 di questi decapitati, i restanti morti asfissiati. Non è la prima volta che in carcere si consumano stragi di questa portata, o anche superiore, come quella avvenuta nel carcere di Carandiru, a San Paolo del Brasile, il 2 ottobre del 1992, considerata la più grave violazione dei diritti umani nella storia del Brasile democratico.

 

Baixinho mascherato subito dopo la cattura (Foto: HO / SEAP / AFP)


In quell'occasione fu la Polícia Militar do Estado de São Paulo che durante gli interventi per sedare una rivolta carceraria che aveva permesso ai detenuti di prendere il controllo della struttura, uccise 111 carcerati. Nell'ultimo rapporto sulle condizioni carcerarie in Brasile realizzato da Human Rights Watch si legge che: “I dati del ministero della Giustizia ci dicono che nel giugno 2016, oltre 726.000 adulti erano dietro le sbarre in strutture costruite per contenerne la metà, e il governo federale si aspettava altri 115.000 entro la fine del 2018.

Il sovraffollamento e la carenza di personale rendono impossibile per le autorità carcerarie mantenere il controllo all'interno di molte carceri, lasciando i detenuti vulnerabili alla violenza e al reclutamento in bande. Meno del 15% dei detenuti ha accesso a opportunità di istruzione o di lavoro, e i servizi sanitari sono spesso carenti. L'Ufficio dei difensori pubblici di Rio ha riferito che, solo in quello stato, 266 persone sono morte in detenzione nel 2017, la maggior parte in condizioni curabili come diabete, ipertensione o disturbi respiratori” e inoltre “Molte persone in attesa di processo vengono regolarmente trattenute con detenuti condannati, in violazione degli standard internazionali e della legge brasiliana”.

Come scrive il sito osservatoriorepressione.info: “Secondo il Ministero della Giustizia un detenuto brasiliano ha una probabilità tre volte superiore, rispetto a qualsiasi altro prigioniero nel mondo, di rimanere ucciso. Per le statistiche ufficiali nel 2014 il rapporto tra guardie carcerarie e detenuti nello stato di Amazonas era di 1 a 10. In alcuni istituti le guardie pattugliano solo il perimetro esterno e non entrano nei blocchi delle celle.

In molte prigioni il controllo è gestito dai cosiddetti “chaveiros”, detenuti spesso condannati per omicidio, selezionati dalle stesse guardie, ai quali vengono addirittura consegnate le chiavi di intere sezioni. Il sovraffollamento dei penitenziari determina il potere delle organizzazioni criminali, solo attraverso di esse è possibile per un nuovo arrivato acquistare un posto per dormire. Le celle senza finestre sono piene di muffa, feci e urina, decine di uomini sono costretti a lottare per un minimo spazio vitale”. Nel 2015 il ministro della Giustizia brasiliano, José Eduardo Cardozo, dichiarò che avrebbe preferito morire piuttosto che finire in una delle prigioni medievali del suo paese.