La stretta della Cina sui media non risparmia neanche Caixin

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AGI - Anche Caixin, uno dei media più autorevoli in Cina, finisce nel mirino delle autorità di regolamentazione di Pechino. Il magazine economico-finanziario è stato rimosso dall'ultima lista compilata dalla Cyberspace Administration of China (Cac) - l'ente di supervisione di internet in Cina - che comprende 1.358 media approvati come fonti da cui altri siti possono attingere per la pubblicazione di notizie.

Il nuovo elenco appare un ulteriore colpo alla libertà di stampa nel Paese asiatico, nonostante il numero di media presenti al suo interno sia molto più vasto dell'ultimo aggiornamento, avvenuto nel 2016: nella nuova lista della Cac compaiono per la prima volta anche app e account di social media delle piattaforme Weibo e WeChat gestite da media ufficiali.

Nel corso degli anni, sotto la guida della fondatrice e direttrice Hu Shuli, Caixin si è guadagnato una forte reputazione per i suoi servizi di giornalismo investigativo e le inchieste che hanno preso di mira la cattive pratiche finanziarie del Paese, coprendo anche le vicende di aziende con legami nelle alte sfere.

Tra gli ultimi lavori importanti c'è stata la copertura giornalistica dei primi giorni dopo lo scoppio dell'epidemia di Covid-19 a Wuhan, e il magazine economico-finanziario è visto come uno dei rari casi di giornalismo indipendente nel panorama cinese. In una nota, la Cac ha sottolineato che le autorità gestiranno rigidamente le indagini e le notizie considerate "illegali" e taglieranno queste informazioni alla "fonte".

Tra i primi a commentare la lista, David Bandurski, co-direttore di China Media Project presso l'università di Hong Kong, ha sottolineato al Financial Times che la mossa di Pechino punta a rafforzare il controllo del partito sui media, ma Caixin si mantiene grazie agli abbonamenti necessari per leggere gli articoli on line e non ha mai incoraggiato una distribuzione più ampia dei suoi servizi sui social.

La morsa sui media si compone anche di altri provvedimenti allo studio a Pechino: nei giorni scorsi la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, l'ente di pianificazione economica del governo cinese, ha proposto di proibire investimenti privati nel settore dell'informazione, una mossa che avrebbe come effetto quello di indebolire i media indipendenti a favore dei media statali.  

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