La web tax dall'Ocse alla rappresaglia dello champagne

Paolo Fiore

In una scena di Banana Joe, Bud Spencer – nel marasma burocratico di un ufficio pubblico – rimbalza da uno sportello all'altro: deve fare la carta d'identità, che non può fare senza certificato di nascita, che non può fare senza carta d'identità. Ecco, la web tax - fino a ora - è andata avanti più o meno così. A parole, è sacrosanto per tutti che i giganti della tecnologia paghino più tasse. Ma gli Stati rimandano a un accordo europeo e l'Ue guarda all'Ocse per un'intesa globale. Risultato: i Paesi si stanno muovendo in ordine sparso, provocando tensioni tra chi dovrebbe invece fare fronte comune.

La web tax in Italia

La web tax in Italia esiste già, ma non è mai entrata in vigore per la mancanza di decreti attuativi. La proposta iniziale, firmata dall'ex senatore del Partito Democratico Massimo Mucchetti, prevedeva un'imposta del 6% sui servizi “effettuati tramite mezzi elettronici”. Gli effetti potenzialmente negativi sulle società che pagano le tasse in Italia erano sterilizzati da un credito d'imposta. La norma è però stata modificata, abbassando l'aliquota al 3% ed eliminando il credito d'imposta. Per tentare di colpire solo i grandi gruppi, s'indirizza alle società con ricavi oltre i 750 milioni, con almeno 5,5 milioni derivati da servizi digitali. Se è vero che punta ai giganti, non è escluso che possa pesare a cascata sulle imprese digitali italiane: società come Amazon e Google potrebbero scaricare il maggiore esborso aumentando le tariffe. La tassa, infatti, non si applica a chi si rivolgono direttamente ai consumatori, come Netflix o Spotify, ma al B2B (cioè alle società che fanno affari con altre imprese, tra pubblicità, dati, servizi).

La Gafa tax alla francese

La formulazione della web tax alla francese – approvata a luglio con potere retroattivo dall'inizio del 2019 – ha una ratio molto simile a quella italiana. L'obiettivo è tassare i pezzi grossi, tanto da essere stata chiamata “Gafa Tax”, con l'acronimo che identifica Google, Amazon, Facebook e Apple. L'imposta è del 3% e si applica alle società con un fatturato mondiale di 750 milioni di euro, 25 dei quali generati in Francia. In attesa di evoluzioni la situazione in Austria: ad aprile il governo aveva deciso di adottare gli stessi paletti del governo francese, ma con un'aliquota al 5%. Poco dopo, però, l'esecutivo è caduto e la sorte della web tax non è ancora chiara.

I paradisi fiscali europei

Ci sono pochi dubbi sul fatto che una web tax possa essere tanto più efficace quanto più ampio sia il perimetro della sua adozione. Ecco perché, fino a ora, la web tax è stata rimbalzata da uno sportello all'altro. È chiaro infatti che le compagnie faranno rotta verso isole normative che garantiscono trattamenti di favore. È quello che avviene già adesso, anche senza web tax. Il Lussemburgo è diventato il centro direttivo di Amazon. Facebook, Apple e Alphabet hanno scelto l'Irlanda con capatine in Olanda. I due Stati, oltre ad avere mano fiscale molto lieve, permettono una gestione disinvolta dei profitti, che viaggiano tra controllate e holding alleggerendo ulteriormente la base imponibile. Il punto è che non si tratta di cavilli sfruttati dalle grandi compagnie ma misure fatte apposta per attirarle. La struttura che Amazon si è data in Lussemburgo è frutto di un accordo del 2003 sottoscritto con il governo, allora guidato dal futuro (e da poco ex) presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker. L'Irlanda è una caso solaree: quando l'Ue ha condannato Apple a risarcire il Paese con 13 miliardi di tasse non versate, a fare ricorso sono stati in due: Cupertino e Dublino. Cioè chi avrebbe dovuto pagare e chi avrebbe dovuto incassare.

Senza accordo europeo

L'Irlanda ha contribuito a far naufragare un accordo europeo sulla web tax. Nel corso del 2018 se ne è discusso a lungo. Francia, Italia, Spagna e Austria si erano subito dette favorevoli. Contrari alcuni Paesi del nord-Europa. E in particolare Dublino. La maggioranza non conta, perché l'approvazione richiede l'unanimità dei 28 membri. Le motivazioni del “no” sono cambiate nel tempo. Sono andate dalla volontà di non acuire le tensioni commerciali con gli Stati Uniti alla preferenza verso un accordo globale in sede Ocse. I promotori della norma, Parigi in testa, avevano provato a mediare proponendo di applicare il 3% solo sulle vendite pubblicitarie e non sull'intero fatturato. Ma nulla. Dopo mesi di ghirigori, il tavolo è saltato durante l'Ecofin di un anno fa. La Francia, resasi conto di un accordo impossibile, ha scelto la fuga in avanti: una web tax nazionale. A marzo, anche l'Ue ha preso atto delle “obiezioni” da parte di “alcune delegazioni” e rimandato a un accorto tra i Paesi Ocse. Che però sembra ancora lontano.

La proposta Ocse

La mediazione è sembrata, in alcuni momenti, dare i suoi frutti. Ad agosto, a margine del G7, Macron e Trump erano arrivati a un accordo di massima, da estendere e discutere con gli altri Paesi Ocse. A ottobre l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha fatto intravedere uno spiraglio. La direzione è quella di un ammorbidimento rispetto alle norme francesi, con una parziale riallocazione dei profitti in base al mercato reale e non alla sede. Ma la proposta è ancora a livello di consultazione. Non c'è neppure un accordo politico, figurarsi la definizione dei dettagli tecnici. Per raggiungere un'intesa di principio, l'Ocse ha rispedito la web tax al G20. L'ennesimo sportello per Banana Joe.

La rappresaglia dello champagne

Peccato che Trump non sembri conciliante. Ed eccoci a queste ore: il segretario al Commercio Robert Lighthizer ha annunciato che “gli Usa agiranno contro i regimi di web tax” che discriminano le società americane e minacciato tariffe punitive fino al 100% su 2,4 miliardi di dollari di importazioni dalla Francia. Una rappresaglia sullo champagne per chi tocca Google, Apple e Facebook. Che potrebbe poi allargarsi ai prodotti italiani. Trump ha spesso accusato le società tecnologiche americane di muovere capitali all'estero per scansare le casse pubbliche americane. E ha invitato quelle che producono hardware (Apple in testa) a farlo in casa. Sulla scena internazionale, però, il presidente non ha mai avallato indagini e strette fiscali. Come a dire: guai a chi le tocca, a parte me. Per rispondere alla Casa Bianca, un portavoce ha fatto sapere che l'Ue “agirà e reagirà con una sola voce e rimarrà unita”. Come, fino a ora, non ha fatto.