La terza dose non è una novità. Pfizer e Modena ne parlavano già a febbraio

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(Photo: Scott Olson via Getty Images)
(Photo: Scott Olson via Getty Images)

La questione terza dose continua ad alimentare il dibattito. Tra favorevoli e contrari, molti ne parlano come se fosse un’eventualità arrivata come un fulmine a ciel sereno, a squarciare il cielo di un percorso vaccinale anti-Covid che doveva interrompersi con il secondo richiamo. “Il vaccino non è efficace come promesso” la replica di alcuni scettici, che però hanno memoria corta. Della dose booster Pfizer aveva parlato già a febbraio, Moderna a gennaio.

La campagna vaccinale era appena iniziata e la Delta veniva ancora chiamata sudafricana, prima che si intervenisse sul nome delle varianti, senza più identificarle con il paese dove si erano sviluppate e diffuse. Il 25 gennaio del 2021 Moderna sottolineava in un comunicato l’efficacia del suo vaccino contro le varianti inglese e sudafricana. Inoltre l’azienda rendeva noto che avrebbe testato una dose aggiuntiva di richiamo per studiare la capacità di aumentare ulteriormente la risposta immunitaria contro le varianti. Già allora, dunque, si parlava di un totale di tre somministrazioni. Stéphane Bancel, Chief Executive Officer di Moderna affermava all’epoca: “Mentre cerchiamo di sconfiggere il virus COVID-19, che ha causato la pandemia, crediamo che sia fondamentale essere proattivi mentre il virus si evolve”.

Poi è arrivata anche Pfizer. Esattamente un mese dopo, il 25 febbraio 2021, l’azienda ha fatto sapere che stava valutando se aggiungere una terza dose nella somministrazione del proprio vaccino anti-Covid. Pfizer e Biontech stavano all’epoca già studiando una nuova versione del prodotto che potesse essere efficace contro la variante sudafricana del virus.

La dose booster, si discuteva all’epoca, sarebbe servita a comprendere meglio la risposta immunitaria contro le nuove varianti del virus. Le aziende ritenevano che le due dosi avrebbero funzionato contro la variante sudafricana e contro quella trovato nel Regno Unito, ma sottolineavano l’importanza di studi più approfonditi per essere preparati nel caso fosse stata necessaria una maggiore protezione. “Il tasso di mutazioni nel virus attuale è più alto del previsto”, diceva in un’intervista Mikael Dolsten, Chief Scientific Officer di Pfizer, ”È una probabilità ragionevole che si vada verso mutazioni regolari. E per vaccini più potenti, potrebbe essere necessario cambiare in alcuni anni, ma non necessariamente ogni anno”.

Oggi la terza dose è realtà. Israele è stato il primo paese ad approvare la somministrazione numero 3 di vaccino Pfizer sulla popolazione con età maggiore di 60 anni, ora aperta a tutti. Studi condotti in Israele suggerivano che la protezione contro forme gravi di Covid sarebbe già scesa al 90% per chi fosse stato immunizzato a gennaio, mentre l’efficacia contro infezioni non gravi sarebbe crollava al 39%. Per questo già ad agosto veniva permesso l’accesso alla dose aggiuntiva a chi avesse ricevuto la seconda da almeno 5 mesi. Una scelta criticata dall’Oms - che continua ancora adesso a sostenere la stessa posizione - invitando a preoccuparsi prima di immunizzare i paesi più poveri, dove il tasso dei vaccinati è molto basso.

Da un punto di vista scientifico, l’importanza della terza dose viene sottolineata dal più grande studio real world sul tema, condotto appunto in Israele. Il report è stato pubblicato su Lancet dagli esperti del Clalit Research Institute israeliano, coadiuvati con i colleghi della Harvard University. Dallo studio è effettivamente emerso che la terza dose di vaccino è efficace nell’aumentare la protezione immunitaria e di conseguenza nel diminuire la probabilità di ospedalizzazioni e decessi. Dal 30 luglio al 23 settembre 2021, in coincidenza con la quarta ondata di contagi in Israele, su 728.321 individui di età superiore a 12 anni che hanno ricevuto la terza dose di vaccino sono stati esaminati. Per ciascun soggetto, veniva esaminato anche un altro che portasse caratteristiche simili - età, provenienza geografica, stato di salute - senza la terza dose. Dai risultati è emerso che chi ha ricevuto tre dosi aveva un rischio inferiore del 93% di essere ricoverato, del 92% di sviluppare una forma grave della malattia e dell’81% pdi morire. Si sono registrate infatti 231 ospedalizzazioni nel gruppo di controllo e 29 nel gruppo che ha ricevuto la terza dose, 157 casi di malattia grave nel gruppo di controllo e 17 in quello con tre dosi, 44 decessi tra coloro che hanno ricevuto due dosi e 7 tra quelli che ne hanno ricevuti tre.

Alla luce di questi risultati, molti addetti ai lavori hanno sostenuto l’importanza di proseguire per questa strada anche qui in Italia, dove in un primo momento la dose booster è stata riservata alle categorie più a rischio. Si va però verso l’estensione, con la replica del modello israeliano. Una circolare del ministero della Salute ha previsto l’avvio delle somministrazioni nella fascia 40-59 anni a partire dal primo dicembre, con sei mesi di distanza dall’ultima iniezione. “E’ probabile”, ha dichiarato Pierpaolo Sileri, sottosegretario alla Salute, che terza dose di vaccino Covid in futuro in Italia sarà disponibile anche per gli under 40.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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