La testimonianza del carabiniere morto: "Serena Mollicone entrò in caserma e non uscì più"

Serena Mollicone (Photo: ANSA)

“Ho visto Serena Mollicone entrare in caserma alle 11 del mattino dell′1 giugno 2001 e fino a quando sono rimasto in servizio, erano le 14:30, non l’ho vista uscire”. È questo il racconto del brigadiere Santino Tuzi sul caso della 18enne scomparsa nel nulla ad Arce (Frosinone) il 1° giugno 2001 e ritrovata due giorni dopo senza vita nel boschetto dell’Anitrella.

Una testimonianza irripetibile perché il carabiniere che la rese ai colleghi sette anni dopo il delitto venne ritrovato morto mentre ne veniva verificata l’attendibilità.

A riportarlo è il Corriere della Sera, dopo che la pm di Cassino, Beatrice Siravo, ha chiesto il rinvio a giudizio per i cinque imputati nel processo sull’omicidio.

Il maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, la moglie Anna Maria, il figlio Marco e il maresciallo Vincenzo Quatrale, sono accusati di concorso nell’omicidio. Quatrale è accusato anche di istigazione al suicidio di un altro collega, il brigadiere Santino Tuzi, mentre Suprano deve difendersi dall’accusa di favoreggiamento.

La pm Siravo ha ricostruito l’intera indagine, parlando anche dell’attendibilità delle dichiarazioni rilasciate dal brigadiere Santino Tuzi qualche giorno prima del suo suicidio. Una testimonianza, quella di Tuzi, che collocherebbe la 18enne sul presunto luogo del delitto (dopo che, riporta il Corriere, il registro della caserma venne ritrovato sbianchettato) e che il brigadiere non potrà ripetere, poiché trovato senza vita l′11 aprile 2008.

Tuzi viene trovato cadavedere all’interno di una Fiat Marea parcheggiata vicino alla diga di Arce. La figlia parlò di un gesto per proteggere la famiglia da ricatti e pressioni, le indagini puntarono ai dissidi con una presunta amante. Ma le circostanze della morte non sono mai state davvero chiarite.

Il cadavere venne ritrovato seduto al posto di guida, con un braccio steso lungo il corpo e l’altro ripiegato sul freno a mano.

Si sarebbe sparato un colpo al cuore mentre era al telefono con la donna che diede l’allarme, ma sulla pistola non c’erano sue impronte chiare se non una parziale mancina, mentre Tuzi era destrorso. Il telefonino era nel vano tra i sedili e l’arma era poggiata su quello del passeggero. Un secondo bossolo mancante non  è mai stato ritrovato. Lo sportello dell’auto era aperto.

I dubbi sulla morte del brigadiere sono stati rilanciati anche dalla figlia, ammessa come parte civile assieme all’Arma dei Carabinieri.

 

 

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