La Turchia è al bivio nella lotta al Pkk

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AGI - "Non c'è una soluzione militare nel nord della Siria, al contrario c'è bisogno di prendere in seria considerazione la possibilità di un negoziato per favorire il dialogo e un processo politico tra la Turchia e il Pkk". Queste le parole di Dana Stroul, responsabile delle politiche in Medio Oriente del Pentagono, pronunciate pochi giorni fa in risposta alla pressione esercitata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, desideroso di lanciare una nuova, sarebbe la quarta dal 2016, operazione militare nel nord della Siria, la terza contro i separatisti curdi del Pkk/Ypg.

A pochi giorni dalle dichiarazioni di Stroul è arrivato l'appello al Pkk ad abbandonare le armi da parte di Selattin Demirtas, leader de facto del partito filo curdo Hdp, una delle voci più importanti all'interno del panorama politico turco, sebbene si trovi in carcere da 5 anni e 9 mesi per accuse di terrorismo e legami proprio con il Pkk.

"Sarei felice se il Pkk facesse tacere le armi contro la Turchia e le deponesse definitivamente, mi auguro sia possibile", ha detto Demirtas dal carcere di Silivri, dove è rinchiuso. Demirtas ha però specificato, quasi a rivolgere un messaggio all'amministrazione americana, che perchè si possa giungere alla conclusione del conflitto bisogna lavorare su due fronti. "Il governo non accetta alcuna altra soluzione che quella militare, di alternative non se ne discute e continua a insistere con le armi. Se di cercasse un'altra strada ritengo allora necessario convincere il Pkk a deporre le armi", ha detto Demirtas.

Tuttavia al di là delle accuse rivoltegli relative a presunti legami con i terroristi, Demirtas specifica che la sua posizione non ha potere dissuasivo nei confronti del Pkk, cui solo il leader Abdullah Ocalan può impartire ordini, anche dal carcere di mrali, in cui trova rinchiuso dal 1999. "La persona che può convincere il Pkk non sono io, ma Ocalan, che però è in isolamento da anni", ha ricordato il leader Hdp.

Il conflitto tra Ankara e i separatisti curdi, come sottolineato da Stroul, dura da 38 anni, è costato circa 50 mila vittime e al momento, dopo il fallimento del processo di pace durato dal 2013 al 2015 e reso possibile proprio grazie alla mediazione di Erdogan e una lettera di Ocalan, non accenna a placarsi.

L'esercito turco continua a svolgere operazioni oltre il confine iracheno, gli F16 bombardano le montagne della Repubblica Autonoma del Nord Iraq (KRG) con il favore dei curdi al potere nell'aerea, mentre i droni di Ankara continuano a colpire esponenti dell'organizzazione curda in nord Siria, in particolare nelle province di Afrin, Sinjar e Manbij. Una situazione resa ulteriormente critica dalle ripetute minacce di Erdogan di dare il via libera a una nuova operazione militare nel nord della Siria, per sottrarre ai curdi siriani dello Ypg le aree di Tal Rifat e Manbij.

Un intervento che probabilmente sarebbe già partito il mese scorso, ma che ha trovato la ferma opposizione di Russia e Iran, oltre che degli Stati Uniti. Stroul in nome del Pentagono ha ricordato che circa 10 mila miliziani dell'Isis si trovano in stato di detenzione in prigioni nel nord della Siria. Prigioni gestite da Ypg la cui sicurezza sarebbe messa a rischio da un intervento militare turco, che finirebbe con il minare la stabilità dell'intera area e potrebbe dare nuova del califfato.

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