"La Ue riparla di muri. E così si piega ai ricatti di Polonia e Bielorussia"

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TOPSHOT - A picture taken on November 9, 2021 shows Poland's security personnel behind a barbed wire fence at the Belarusian-Polish border where thousands of migrants gathered aiming to enter EU member Poland. - Poland and Belarus squared off on November 9 over thousands of migrants aiming to enter EU member Poland, with Warsaw saying the wave threatened the security of the entire bloc. Minsk warned against
TOPSHOT - A picture taken on November 9, 2021 shows Poland's security personnel behind a barbed wire fence at the Belarusian-Polish border where thousands of migrants gathered aiming to enter EU member Poland. - Poland and Belarus squared off on November 9 over thousands of migrants aiming to enter EU member Poland, with Warsaw saying the wave threatened the security of the entire bloc. Minsk warned against

“Se davvero Charles Michel intendeva dire quello che ha detto, sta dimostrando di piegarsi alla pressione polacca, in violazione di regole chiaramente stabilite”. Così Christopher Hein, docente di Diritto e politiche di immigrazione e asilo presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Luiss Guido Carli, per 25 anni direttore del Consiglio italiano rifugiati, commenta con HuffPost le parole “ambigue” del presidente del Consiglio europeo, che oggi ha riaperto la discussione sul finanziamento dei muri da parte dell’Unione. “Secondo il servizio legale del Consiglio europeo il finanziamento è possibile”, ha dichiarato Michel. “È una decisione che deve essere presa dalla Commissione europea. Ma vedremo quale sarà il risultato del dibattito”.

Professor Hein, l’Unione europea può davvero mettersi a finanziare muri e barriere fisiche al confine?

“Dal punto di vista della legge, assolutamente no. La costruzione di qualsiasi muro al confine dell’Ue è illegale perché rende impossibile presentare una richiesta di protezione a uno Stato membro. Le parole di Michel sono ambigue. Un conto è che l’Unione europea aiuti la Polonia a creare centri di assistenza lungo il confine, un altro è partecipare alle operazioni di push back, vale a dire respingimenti illegali al confine. Questa seconda ipotesi è gravissima: l’Unione europea deve rispettare non solo le proprie regole, ma anche quelle della Convenzione di Ginevra sui rifugiati: non si possono respingere alla frontiera persone che chiaramente hanno l’intenzione di chiedere la protezione internazionale. Semplicemente, non si può fare, è illegale”.

Eppure è quello che succede quotidianamente...

“Esatto, ed è un fatto gravissimo. Nel caso della crisi Polonia-Bielorussa, penso sia necessario distinguere tra tre aspetti diversi. Il primo è quello delle regole: la Polonia ha degli obblighi come Stato membro dell’Unione europea e sotto la Convenzione internazionale sui rifugiati. Al di là delle questioni politiche e dei rapporti con Lukashenko, non possiamo dimenticare che abbiamo ancora delle regole nell’Unione europea, e le regole dicono che il respingimento dal confine verso la Bielorussia è illegale. Dobbiamo dire chiaramente, come Unione europea e come Paesi membri, che la Polonia sta violando degli obblighi internazionali ed europei sottoscritti dalla Polonia stessa. Non si può respingere verso un Paese chiaramente non sicuro, come la Bielorussia, rifugiati siriani, afghani, iracheni e così via. Se una persona si presenta alla frontiera e chiede protezione, c’è una procedura da seguire. Questo dicono le regole”.

Quali sono il secondo e il terzo aspetto?

“Il secondo è quello umanitario. Queste persone sono in una situazione disperata e la Polonia non permette l’arrivo delle organizzazioni internazionali come l’Unhcr o le ong in quella zona, vietando di fatto l’accesso di aiuti umanitari. Anche questo è inaccettabile. Sappiamo che ci sono già stati dei morti e che la situazione non potrà che peggiorare con l’arrivo dell’inverno. Alla questione umanitaria nessuno dovrebbe sottrarsi, né la Bielorussia né tanto meno la Polonia che è uno Stato di peso dell’Ue.

Il terzo aspetto è quello politico. Certamente c’è la volontà da parte della Bielorussia di premere sull’Unione europea, una mossa che abbiamo già visto con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan e prima ancora con la Libia di Muammar Gheddafi: purtroppo, non è nulla di nuovo. Ma questo non è un buon motivo per ignorare le motivazioni che spingono queste persone a cercare disperatamente asilo in un Paese dell’Unione europea. La maggior parte di questi migranti viene da Siria, Afghanistan, Iraq; non è un flusso migratorio per motivi economici, è un flusso principalmente di rifugiati. Sappiamo che tra le persone bloccate da metà agosto alla frontiera bielorussa ci sono donne afghane con bambini. Dov’è la coerenza dell’Unione europea, che si straccia le vesti per i diritti delle donne afghane, per poi respingerle alla frontiera?”

Dal punto di vista dei numeri, è giustificabile questo allarme “invasione”?

“Le persone che attualmente si trovano in questa situazione all’interno del territorio bielorusso non sono più di 10-15mila. Per l’Unione europea, se la Polonia volesse davvero collaborare e chiedere aiuto, sarebbe un numero facilmente gestibile con una ridistribuzione. Varsavia strumentalizza la crisi per vendicarsi delle sanzioni - o minacce di sanzioni - da parte dell’Ue per il sistema giudiziario e le violazioni dello stato di diritto.

Siamo di fronte a un importante Paese membro – il quinto più popoloso dell’Ue – che utilizza i migranti come un’arma di minaccia e di vendetta. Quello che abbiamo visto da parte della Turchia e in passato della Libia, adesso viene fatto apertamente da uno Stato membro.

La Commissione europea deve essere molto chiara: l’idea di erigere una cortina di ferro al confine tra Polonia e Bielorussia è stata formalmente bocciata tre settimane fa dal Consiglio europeo, non si può vacillare di fronte alle pressioni polacche. L’Unione europea non può mettersi a finanziare muri e fili spinati attorno alle sue frontiere esterne. Qui si parla di costruire un muro per bloccare persone che intendono chiedere la protezione internazionale: è un atto illegale anche questo. La legge non può essere messa in dubbio per qualche migliaio di persone che sono lì al confine. Stiamo scivolando in una palude giuridica sempre più profonda”.

Cosa vuol dire, per l’Ue, scivolare in questa palude giuridica?

“Più ci si allontana dagli aspetti legali e umanitari, più si finisce per rafforzare le parti che strumentalizzano la crisi per ragioni politiche. La legge dovrebbe essere un faro anche per orientarsi sulle questioni politiche, invece l’Unione europea sta perdendo questo faro. L’Ue è un fantastico consorzio di Stati che si basa su delle regole: se perdiamo questo, perdiamo il cuore del progetto europeo. È una questione che va al di là dei diritti negati dei rifugiati, ha a che fare con la natura stessa dell’Unione. Da questo punto di vista, anche la posizione della presidente della Commissione Ursula von der Leyen è eccessivamente morbida: mette troppo l’accento su considerazioni politiche, anziché sulla necessità di rispettare la legge”.

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“Ormai da più di un anno abbiamo sulle scrivanie la proposta della Commissione europea sul cosiddetto nuovo Patto Migrazione e Asilo: in tutto questo tempo, non c’è stato alcun vero progresso nei negoziati. Per me questo Patto è, sotto vari aspetti, decisamente insufficiente, ma se non altro sarebbe uno strumento per dare risposte più precise, ad esempio, sulla ridistribuzione di chi arriva in un porto italiano. Su questo ancora oggi non abbiamo una regola e ogni volta bisogna negoziare. Lo stallo è chiaramente dovuto a questioni politiche, dalla formazione del nuovo governo tedesco alla corsa verso le presidenziali francesi, ma il risultato è che si lasciano irrisolti tutti i nodi, tanto nel Mediterraneo centrale quanto nell’Egeo e nella rotta balcanica tra la Croazia e la Bosnia”.

Anche in quel caso, Bruxelles sembra girarsi dall’altra parte...

“Al confine tra la Croazia – uno Stato membro dell’Ue – e la Bosnia – uno Stato che vorrebbe tanto entrarci – assistiamo a continue violazioni del diritto internazionale. Ci vuole un monitoraggio più preciso, anche da parte delle istituzioni Ue, su ciò che succede ogni giorno e ogni notte lungo quel confine. La gente viene picchiata, parliamo di violenza aperta. Quello che mi preoccupa, anche nel caso della Polonia, è che vediamo delle scene da guerra. Varsavia ha mandato 15mila soldati al confine con la Bielorussia, come se ci fosse un esercito da affrontare e non dei richiedenti asilo. È fisiologico che ci sia un certo movimento dall’Afghanistan, dopo la presa di potere dei talebani: tutto il mondo parla delle donne afghane; quando poi arrivano al confine, le rimandiamo indietro. Cos’è l’ipocrisia, se non questo?

Persiste ancora il vecchio argomento di non creare un fattore di attrazione che possa richiamare più persone, quando è stato dimostrato in mille modi come questa teoria sia lontana dalla realtà. Se l’Ue si illude, in un contesto di crisi diffuse dal Medio Oriente all’Africa, di scoraggiare i migranti abdicando alle regole, deve essere consapevole che così abdica a ciò che finora l’ha tenuta insieme. C’è anche una questione di credibilità internazionale: con quale faccia l’Unione europea può chiedere a Paesi come il Pakistan e l’Iran, o in Africa l’Uganda e altri, di tenere le frontiere aperte quando bussano alla porta i rifugiati dai Paesi confinanti, quando la stessa Ue respinge le persone così?”

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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