La 'Ukrainian connection' di Rudolph Giuliani

Francesco Russo
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AGI - Sono i contatti con le autorità ucraine finalizzati a reperire informazioni in grado di danneggiare la campagna elettorale dell'attuale presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, al centro dell'inchiesta che ha portato l'Fbi a perquisire l'abitazione newyorchese e l'ufficio di Rudolph Giuliani.

L'ex sindaco di New York, quando due anni fa ricopriva il ruolo di avvocato dell'allora presidente Usa, Donald Trump, avrebbe discusso con i vertici della magistratura di Kiev l'apertura di un'inchiesta su possibili attività illegali del figlio di Biden, Hunter, che era stato nominato nel consiglio di amministrazione di Burisma, una holding ucraina attiva nel settore dell'energia.

In cambio Giuliani, secondo quanto riportato nel novembre 2019 dal New York Times, si era offerto di favorire la rimozione dell'ambasciatore Usa in Ucraina, Marie Yovanovitch, sgradita a Yuriy Lutsenko, allora procuratore generale dell'Ucraina. Ciò avrebbe significato tentare di influenzare il governo degli Stati Uniti per conto di un governo straniero senza essere registrato come agente straniero.

E' quindi l'aver svolto il ruolo di “agente straniero non registrato” il reato federale per il quale sarebbe indagato Giuliani. Nel gennaio 2019, scrisse il New York Times, Lutsenko incontrò Giuliani nel suo ufficio di New York per discutere di una serie di pagamenti illeciti che, secondo il magistrato ucraino, avrebbero coinvolto Joe Biden e Hunter Biden. Il sodalizio che Giuliani e Lutsenko avevano tentato di stringere, secondo la stampa Usa, non si sarebbe però fermato qua.

Al febbraio 2019 risalirebbe infatti una bozza di contratto, non firmata, nella quale Lutsenko si impegnava a compensare con 200 mila dollari lo studio legale di Giuliani e altre due società affiliate per aiutare il governo ucraino a recuperare somme di sua pertinenza depositate in banche estere alle quali Kiev non aveva più accesso.

A occuparsi delle operazioni sul campo sarebbero stati due collaboratori di Giuliani, Lev Parnas e Igor Fruman, poi arrestati il 10 ottobre 2019 per irregolarità nei finanziamenti elettorali mentre cercavano di lasciare gli Usa con un biglietto di sola andata.

Secondo il New York Times, Parnas e Fruman avevano mantenuto i contatti sia con i magistrati che avrebbero potuto aprire l'inchiesta sui Biden sia con potenziali clienti ucraini interessati ai servigi dello studio legale di Giuliani. Il presunto intrigo si sarebbe concluso con l'uscita di scena dei suoi protagonisti: Yovanovitch, che lasciò il ruolo di ambasciatore a Kiev nel maggio 2019, e Lutsenko, che sarebbe stato sostituito tre mesi dopo su decisione del nuovo presidente ucraino, Volodymyr Zelenski.

Giuliani, interpellato sulle indiscrezioni diffuse dai media, confermò l'incontro con Lutsenko, sostenendo che il procuratore capo ucraino si era mostrato interessato ad assumerlo per aiutarlo a fornire alle autorità americane informazioni sulla corruzione in Ucraina, oltre che per recuperare denaro pubblico depositato all'estero. L'ex sindaco di New York affermò però di non aver stretto alcun accordo con Lutsenko in quanto ciò avrebbe creato un conflitto d'interesse con il suo ruolo di legale di Trump.

In merito alle bozze di contratto delle quali aveva riferito la stampa, inclusa una che prevedeva un accordo da 300 mila dollari con il ministero della Giustizia ucraino, Giuliani spiegò che non potevano essere credibili in quanto il suo tariffario è “molto più elevato”.