La vera emergenza è far tornare i ragazzi in classe, dice Miozzo

Alberto Ferrigolo
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AGI - “Abbiamo davanti una maratona che non si concluderà il 25 dicembre, ma molto più avanti”. È la previsione del dottor Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato tecnico scientifico, il Cts, contenuta in un'intervista al Corriere della Sera.

“Se tutti insieme spegnessimo un po' le luci delle aspettative – afferma il medico – saremmo di grande aiuto al sistema e a quanti sperano di far ripartire la vita economica e sociale del Paese per quella data” e “se aremo rigorosi con noi stessi saremo di grande aiuto per eliminare al più presto i limiti alle nostre libertà”.

Poi però Miozzo avvisa: “C'è un'emergenza che dobbiamo affrontare subito ed è quella delle scuole. Molti politici hanno scelto di sacrificare la scuola come segnale di efficiente reazione in risposta all'emergenza. Banalizzo e sintetizzo questioni drammaticamente serie, ma ho la percezione che la tradizionale cultura di disprezzo del bene primario che è la scuola e la formazione dei nostri giovani si traduca bene nelle reazioni di molti improvvisati politici del nostro disgraziato Paese” è il giudizio del coordinatore del Cts, struttura che con il governo collabora attivamente.

E sul fatto che i ragazzi debbano tornare in classe, Miozzo risponde con il messaggio del governo inglese che annunciando il lockdown totale ha lasciato aperte le scuole con queste parole: “Essere a scuola è vitale per l'istruzione dei bambini e per il loro benessere. Il tempo trascorso fuori dalla scuola è dannoso per lo sviluppo cognitivo e accademico dei bambini, in particolare per i bambini svantaggiati. Questo impatto può influenzare sia gli attuali livelli di istruzione sia la futura capacità di apprendimento dei bambini”.

Anche perché, secondo il sanitario, “per la stragrande maggioranza dei bambini, i vantaggi di tornare in classe superano di gran lunga il basso rischio di ammalarsi di coronavirus e le scuole possono intervenire per ridurre ulteriormente i rischi. I dati ci dicono che è difficile discriminare che l'infezione di un ragazzo sia avvenuta a scuola piuttosto che nei momenti precedenti o successivi” e in ogni caso “la scuola è comunque un ambiente protetto, controllato, dove insegnanti e personale obbligano i ragazzi al rispetto di severe regole comportamentali e dove oltre l'obbligo c'è il momento educativo, pedagogico; dove il tuo insegnante ti rende consapevole del momento, partecipa ai suoi ragazzi le proprie percezioni, condivide emozioni e indicazioni utili a comprendere come loro possono essere un pericolo per i loro cari, genitori o nonni che siano”, conclude Miozzo.