La vera incognita del caso impeachment sono i Repubblicani

massimo basile

La lettura della trascrizione della telefonata Trump-Zelensky e del rapporto della "talpa" della Cia comincia a incrinare il muro repubblicano eretto in questi tre anni attorno al presidente degli Stati Uniti. Lo sostiene il Washington Post, ripreso da altri media americani che adesso si concentrano sulla vera incognita dell'impeachment al presidente: la posizione dei conservatori.

Se Mark Amodei, rappresentante della Camera eletto nel Nevada, è il primo repubblicano a schierarsi ufficialmente a favore dell'inchiesta, e due governatori repubblicani Phil Scott, Vermont, e Charlie Baker, Massachusetts, pur non avendo ruolo nel processo, hanno appoggiato l'impeachment, meritano interesse soprattutto i movimenti che arrivano dal Senato, dove si giocherà la partita più importante: è lì che, se la Camera a maggioranza democratica voterà la richiesta di impeachment, si dovrebbe svolgere il processo che può sancire la fine anticipata di Trump.

Servono i due terzi dei voti a favore e la maggioranza è saldamente in mano ai repubblicani, con 53 senatori su 100, contro i 45 democratici e due indipendenti. Per votare la decadenza di Trump servirebbe un ribaltone con il passaggio di 28 repubblicani sulle posizioni democratiche, ipotesi al momento improbabile.

Serpeggia il malumore, però. Secondo il Post, molti senatori conservatori avrebbero definito, negli incontri privati, un "errore enorme" la pubblicazione della trascrizione della telefonata del 25 luglio tra il presidente Donald Trump e il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, durante la quale il presidente americano chiese con insistenza all'ucraino di avviare indagini sul suo potenziale avversario alle prossime presidenziali, il democratico Joe Biden, e il figlio, Hunter, che figurava nel board di una società ucraina del gas finita sotto inchiesta per corruzione. L'indagine era stata bloccata dal governo ucraino e il magistrato, che la conduceva, silurato.

Biden, in un incontro pubblico avvenuto nel 2018 e organizzato dalla rivista Foreign Affairs, aveva rivelato di aver chiesto, quando era vicepresidente di Obama e inviato speciale in Ucraina, il licenziamento del procuratore minacciando di bloccare l'invio di oltre un miliardo di dollari in aiuti. Trump ha invitato il suo partito ad appoggiarlo compatto contro "spie e media corrotti", ma non tutti hanno raccolto il suo invito.

Al senatore repubblicano dello Utah ed ex candidato presidenziale, Mitt Romeny, che aveva definito "preoccupante" il contenuto della telefonata, si è aggiunto un altro conservatore, Ben Sasse, eletto nel Nebraska, che ha commentato: "Non possiamo più girare intorno al problema e dire no, non c'è niente, perché ovviamente ci sono elementi preoccupanti".

Pat Toomey, senatore eletto in Pennsylvania, ha definito la telefonata Trump-Zelensky "inappropriata". Per Mike Turner, senatore dell'Ohio, la conversazione "non e' okay", mentre Adam Kinzinger, eletto in Illinos, ha scritto su Twitter che il rapporto dell'informatore sulla telefonata, secondo cui la Casa Bianca avevano tentato di occultare la segnalazione, "solleva questioni importanti".

Non c'è, però, al momento, rischio di uno smottamento repubblicano. Emblematico è il caso di altri due senatori, Ron Johnson, Wisconsin, e Will Hurd, Texas: il primo ha ammesso di non aver gradito leggere del tentativo della Casa Bianca di nascondere al Congresso la telefonata, mentre il secondo ha definito il rapporto dell'informatore "molto preoccupante". Ma dopo due ore, entrambi hanno ritrattato le loro dichiarazioni. I senatori Lindsey Graham e Mitch McConnell, i più fedeli a Trump, in queste ore stanno cercando di tenere unito il partito, invitandoli a non perdere di vista il punto chiave di tutto: l'ultima parola sull'impeachment spetta al Senato, e lì i repubblicani hanno il controllo della situazione.