L'abbraccio mortale del lockdown

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Young woman stanging in the dark crying,she is feeling hopless . (Photo: slkoceva via Getty Images)
Young woman stanging in the dark crying,she is feeling hopless . (Photo: slkoceva via Getty Images)

Ci sono persone per le quali restare a casa non è stato un invito sicuro. Ci sono mura domestiche che, mai come durante il lockdown, si sono trasformate in una prigione, in una condanna a morte. Luoghi in cui le donne maltrattate, spesso insieme ai loro figli, si sono ritrovate (e si ritrovano) vittime di mariti e compagni violenti, senza più via d’uscita. Una situazione definita “esplosiva” dall’associazione anti-violenza Telefono Rosa e che, secondo l’Oms, questo aprile ha fatto registrare un aumento del 60% delle chiamate di emergenza rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

I numeri diffusi dall’Unfpa, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa anche di indagini sulle popolazioni, in collaborazione con la John Hopkins University, l’Università australiana Victoria e la Avenir Health, affermano che quest’anno potrebbero esserci 15 milioni di casi di violenza domestica in più. Mentre, nei primi tre mesi di confinamento, aggressioni e femminicidi sono aumentati del 20% in tutti i 193 stati membri delle Nazioni Unite. Se le misure di contenimento ed isolamento dovessero durare sei mesi, si potrebbero registrare addirittura 31 milioni di casi in più.

L’ultimo femminicidio registrato nel nostro Paese si è consumato ieri sera a Milzano, in provincia di Brescia. Susy è stata uccisa dal marito nella sua stessa casa, sotto un tetto che avrebbe dovuto offrirle sicurezza, davanti ai tre figli che hanno dai 2 ai 15 anni. “Ho sentito urlare, a volte capitava, ma mai così. Sono andato in quella casa, ho suonato chiedendo cosa stesse succedendo. Il marito mi ha risposto: ‘Massimo, ho ucciso Susy’”, è stato il racconto fatto da Massimo Giustiziero, sindaco di Milzano, il primo ad intervenire e a lanciare l’allarme dopo il delitto. “Ho chiesto subito dei tre figli e lui mi ha detto che stavano bene. Poi è uscita da casa la più grande sporca di sangue e mi ha detto che era il sangue di mamma”.

Una tragedia, quella di Susy, che somiglia a tante altre. Secondo i dati del Dipartimento delle Pari opportunità, a marzo 2020 (mese in cui sono iniziate le misure di contenimento anti-Covid) sono state 716 le chiamate al numero anti-violenza 1522 (contro le 670 di marzo 2019), mentre dal 1 al 18 aprile 2020 sono salite addirittura a 1.037 (erano state 397 nello stesso periodo del 2019).

Da inizio marzo al 18 aprile, dunque, c’è stato un aumento di chiamate al 1522 di oltre il 64% rispetto allo stesso periodo del 2019. A gennaio e febbraio 2020, prima del lockdown, le chiamate erano state invece rispettivamente 455 e 508, in calo rispetto all’anno scorso.

A confermare la tendenza è D.i.Re, associazione nazionale di centri antiviolenza non istituzionali. “Dal 2 marzo al 5 aprile 2020 i centri antiviolenza D.i.Re sono stati contattati complessivamente da 2.867 donne, di cui 806 (28 per cento) non si erano mai rivolte prima ai centri antiviolenza D.i.Re”, si legge in un comunicato. “L’incremento delle richieste di supporto, rispetto alla media mensile registrata con l’ultimo rilevamento statistico (2018), pari a 1.643, è stato del 74,5 per cento”.

L’incremento è palese, ma a questo bisogna aggiungere che si tratta di una crescita rilevata su “dati parziali”: restano ancora moltissime le donne che non denunciano e le violenze sommerse. Non solo in Italia, ma in tutta Europa.

È la stessa Organizzazione mondiale della sanità, attraverso il direttore regionale europeo Hans Kluge, a dirsi “profondamente turbata dalle segnalazioni di molti paesi, tra cui Belgio, Bulgaria, Francia, Irlanda, Federazione Russa, Spagna, Regno Unito di un aumento delle violenze contro donne e uomini, da parte del partner, e contro i bambini, collegate all’emergenza Covid-19”.

“Sebbene i dati siano scarsi, gli Stati membri segnalano un aumento che arriva fino al 60% delle chiamate di emergenza da parte delle donne aggredite dal partner in aprile rispetto allo stesso mese dell’anno precedente”, ha sottolineato Hans Kluge.

L’Oms ha sottolineato come “le richieste online alle linee anti-violenza sono aumentate fino a 5 volte”. “Il nostro partner delle Nazioni Unite Unfpa (United Nations Population Fund) ha lanciato un allarme forte e chiaro: se il blocco dovesse continuare per 6 mesi, ci aspetteremmo altri 31 milioni di casi di violenza di genere a livello globale”, ha avvertito Kluge. C’è poi il fatto che “viene segnalata solo una minima parte dei casi. Parliamo molto di numeri e statistiche, ma non dobbiamo dimenticare il lato umano, le donne e i bambini che vivono questa realtà giorno dopo giorno”.

Il direttore dell’Oms Europa ha fornito tre indicazioni: “Ai governi e alle autorità locali: questa non è una opzione, ma dovrebbe essere considerato un obbligo morale assicurarsi che i servizi per combattere la violenza esistano e siano dotati di risorse. Alle comunità e al pubblico diciamo che la violenza non è una questione privata: restate in contatto, contattate e sostenete vicini, conoscenti, famiglia e amici. Se vedi qualcosa, parlane”, raccomanda. “Infine a coloro che subiscono violenza: la colpa non è mai la vostra. Mai. La casa dovrebbe essere un posto sicuro. Chiedete aiuto”.

Kluge sottolinea che “non ci sono scuse per la violenza e non dobbiamo tollerare questo abuso di potere, sia esso fisico, sessuale, emotivo o finanziario. La violenza di qualsiasi tipo e in qualsiasi momento, contro donne, uomini, bambini o anziani non deve essere tollerata”. Mai.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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