L'aborto e il rischio di tribalizzazione della discussione pubblica

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Hp (Photo: Hp)
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Appare molto efficace la battuta ficcante della portavoce di Biden Jen Psaki al giornalista che la incalzava torvo sull’aborto ora vietato in Texas: “Non credo che lei abbia mai aspettato un bambino”. È vero, per un maschio è molto più facile parlare di aborto. Ma la battuta contiene un pericolo: il pericolo della compiuta tribalizzazione della discussione pubblica.

Hai diritto di parlare e di dire la tua non per le cose che dici, ma solo se fai parte di una comunità, di un gruppo, di una tribù, altrimenti bisogna tacere. Puoi parlare di aborto solo se sei donna. Puoi parlare del ddl Zan solo se fai parte del mondo Lgtbq+. Puoi legittimamente parlare di razzismo solo se non sei bianco di pelle.

La tribalizzazione potrebbe avere in teoria conseguenze aberranti sul piano dello stile della discussione pubblica: che diritto hai di parlare di povertà e reddito di cittadinanza se disponi di un buon reddito? O di parlare della questione meridionale se non sei nato nel Sud? O denunciare le malefatte della giustizia italiana se non hai la laurea in giurisprudenza.

Non è un paradosso. Di recente la scrittrice Jeanine Cummins è stata violentemente criticata perché aveva scritto un libro, “Il sale della terra” tradotto da Feltrinelli, parlando di migranti senza esserlo. E spesso, l’ho già raccontato, mi viene chiesto se io sia ebreo visto che difendo le ragioni storiche dello Stato di Israele. No, non lo sono, ma contano gli argomenti, opinabili, non lo status di chi li sostiene. Il bello della discussione pubblica è che si confrontano (e litigano) i diversi e i lontani. Nelle rispettive tribù non si discute più. E infatti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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