"L'accoglienza è la più grande opera pubblica", dice l'ex sindaco di Riace, Lucano

"Non ho realizzato opere pubbliche, ho fatto accoglienza che è la più grande opera pubblica". È uno dei passaggi dell'intervento dell'ex sindaco di Riace, in Calabria, Domenico Lucano, ospite a New York di una serata dedicata al tema dell'accoglienza, organizzata dalla fondazione Casa Zerilli Marimò e dalla New York University, in una sala gremita con più di duecento persone, molte delle quali in piedi.

Lucano, 61 anni, ex insegnante, attivista per i diritti civili dagli anni '80 e finito in carcere con l'accusa di aver dato accoglienza agli immigrati, favorendo matrimoni di convenienza, ha risposto alle domande dei moderatori, spaziando su tutti i temi, dalla società alla politica. "È la mia prima volta in America - racconta - la storia che porto è quella di una persona che ha ribaltato l'idea che l'arrivo degli immigrati fosse un problema. Un giorno un profugo curdo mi disse: sono scappato dalla guerra e ho trovato un paese con le case vuote, senza più gente. Era un segno".

La parola "mare" riaffiora più volte nelle sue parole. "Il mare - dice - che fa tornare le persone e la vita. A Riace è nato il turismo dell'accoglienza: il luogo da cui si parte diventa quello in cui si arriva". "Nel 2000 - aggiunge - era nata solo una bambina, nel 2018 c'erano già venti nuovi nati. Abbiamo riaperto il nido e la scuola". Ma non tutti erano d'accordo con la sua scelta, "soprattutto i riacesi che tornavano a casa per le vacanze estive".

Lucano è critico verso i populismi, ma punta il dito anche anche sul governo Gentiloni: "L'accordo Italia-Libia è nato due anni fa con l'obiettivo di ridurre i flussi migratori, ma sono roba da lager. Ognuno, alla fine, se la vedrà con la propria coscienza". Ogni intervento strappa gli applausi della platea, formata da italiani emigrati a New York ma anche da americani. Riace, afferma l'ex sindaco, era considerato un "modello virtuoso", che era stato riconosciuto anche dal sindaco di Milano, Beppe Sala.

"Il rapporto con la prefettura era buono - confessa Lucano - poi è peggiorato nel momento in cui hanno cominciato ad attaccarmi. Dal 2016, con il nuovo prefetto, non ho potuto più lavorare. Non mi davano più i contributi per poter lavorare". L'ex sindaco confessa di aver ricevuto l'offerta di candidarsi alle Europee e di aver detto no: "Non volevo dare l'idea che cercavo l'immunità parlamentare". Che cosa resta della sua esperienza, gli chiedono? Lui risponde senza pensarci su: "È più facile amare che odiare, l'odio porta solo altro odio. Fare il sindaco mi ha fatto sentire agganciato alla realtà".

C'è spazio anche per il racconto di uno degli episodi più tragici della sua esperienza recente: quando, sfidando la legge, aveva fatto la carta d'identità a una ragazza nigeriana che aveva avuto il diniego dello status di rifugiata. La ragazza aveva poi lasciato Riace per andare nella baraccopoli del centro di accoglienza di Gioia Tauro dove è morta, un mese dopo, bruciata nella sua baracca, mentre cercava di scaldarsi. "Accanto a lei - racconta Lucano - c'era la sua carta d'identità. Sono contento di avergliela fatta, anche se ho dovuto sfidare la legge".