"L'accordo in Libia è la ricetta del fallimento". Intervista a Jalel Harchaoui

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I protagonisti della Libia. Dall'alto a sinistra: Abdul Hamid Dabaiba, Saif al-Islam, Khalifa Haftar, Aguila Saleh, Fathi Bashagha (Photo: getty/ap)
I protagonisti della Libia. Dall'alto a sinistra: Abdul Hamid Dabaiba, Saif al-Islam, Khalifa Haftar, Aguila Saleh, Fathi Bashagha (Photo: getty/ap)

“Ci muoviamo in un quadro legale fragilissimo la comunità internazionale ha fornito alla Libia la ricetta per una crisi sicura, dagli esiti imprevedibili. Se davvero si andrà a votare il 24/12, lo scenario più probabile è quello di personaggi dall’ego ingombrante che litigano tra loro contestando i risultati. Come è successo negli Stati Uniti tra Donald Trump e Joe Biden, solo che qui ci troviamo in un Paese privo di tradizione democratica e reduce da dieci anni di conflitto. Il fallimento sarà uno spettacolo per i nemici delle democrazie liberali...”. Jalel Harchaoui, senior fellow presso The Global Initiative, è uno dei massimi esperti internazionali di Libia. HuffPost lo ha intervistato per un’analisi sugli scenari libici a poco più di un mese dall’appuntamento elettorale del 24 dicembre. Un appuntamento che, secondo Harchaoui, è destinato molto probabilmente a saltare, data la “totale assenza di garanzie” su ciò che deve avvenire dopo.

Quali sono gli elementi che rendono così incerto il cammino verso il voto? Cosa potrebbe succedere nei prossimi giorni e settimane?

“Lo spiegherei iniziando con un esempio. Due settimane fa l’Alta Commissione per le elezioni nazionali della Libia (Hnec) ha annunciato ai media che il 24 dicembre ci sarà il primo turno delle elezioni presidenziali e 52 giorni dopo il secondo turno, in concomitanza con le elezioni parlamentari. Il problema è che questo programma della Hnec è basato sul wishful thinking: non ha nessun mezzo per garantire che le cose vadano davvero così. Non c’è un meccanismo legale che assicuri che il secondo turno avvenga in un arco di tempo ragionevole, come non c’è alcun meccanismo legale che garantisca che le elezioni legislative avvengano nello stesso momento del secondo turno delle presidenziali. In teoria è il parlamento che decide: potremmo trovarci in una situazione il cui il 24 dicembre si voti davvero, ma 30 giorni dopo il parlamento se ne esca convocando il secondo turno delle presidenziali per settembre. Oppure le legislative potrebbero tenersi a distanza di mesi dal secondo turno delle presidenziali - o addirittura mai”.

Insomma, non ci sono regole chiare…

“Le regole ci sono, ma sono troppo fragili e incomplete per rispondere agli scenari che ho menzionato. Non c’è una timeline; c’è solo la data del 24 dicembre e nessuna garanzia intorno. Tutto quello che abbiamo è la possibilità di aspettare che il parlamento – presieduto da Aguila Saleh - decida in base al suo umore: se il risultato del primo turno non gli piace, il secondo turno potrebbe non avvenire mai. Il quadro legale della legge elettorale avrebbe dovuto mettere in sicurezza questi aspetti, stabilendo limiti ragionevoli. Ci sono altri problemi: ad esempio, il ruolo del presidente non è ben definito. Il tentativo fatto a Ginevra di varare una costituzione provvisoria è fallito. Così ora ci troviamo in questa situazione assurda in cui c’è tanto clamore attorno alle presidenziali, ma nessuno sa quale sarà il ruolo di questa figura. Sarà un presidente in stile Israele – una figura cerimoniale senza potere? Oppure sarà un presidente come in Francia o in Turchia – un leader esecutivo molto forte? Non lo sappiamo. Il modo in cui è stata varata la legge elettorale è molto problematico, il che la rende estremamente vulnerabile: in qualsiasi momento l’equivalente della Corte suprema potrebbe invalidarla. Se questo dovesse accadere nei prossimi giorni, l’intero processo elettorale collasserebbe”.

Dalla sua analisi la Conferenza di Parigi sulla Libia emerge come un fallimento. C’è qualcosa da salvare?

“Mi ha colpito la frase usata da Mario Draghi a Parigi. Non ha detto: ‘C’è un quadro legale e dobbiamo rinforzarlo’. Ha detto: ‘Abbiamo bisogno di un quadro legale’, riconoscendo dunque che non c’è. Ha usato un linguaggio molto più forte rispetto a quello dei suoi diplomatici, ma anche rispetto a francesi, tedeschi e americani. Draghi è consapevole che l’assenza di un quadro legale più solido è la ricetta per una crisi dagli esiti imprevedibili”.

Per evitare questa crisi, sarebbe auspicabile una posticipazione del voto, oppure ormai è troppo tardi?

“Onestamente, non vedo come il voto del 24 dicembre possa andare bene, in assenza di garanzie sul secondo turno. Ogni candidato – da Fathi Bashagha a Khalifa Haftar – si considera molto popolare. Parliamo di figure che hanno avuto un ruolo nella guerra: Haftar ha un esercito, Bashagha delle milizie. Dopo il primo turno, tutti questi personaggi si sentiranno feriti nell’ego: è molto difficile che ci sia una vittoria schiacciante, l’unico che ha qualche chance è Abdul Hamid Dabaiba. Gli altri saranno arrabbiati e delusi, e inizieranno ad accusarsi a vicenda (brogli, boicottaggi, schede rubate e così via). Pensiamoci bene: abbiamo avuto questo problema negli Stati Uniti d’America; possiamo immaginare gli effetti in un Paese come la Libia, senza tradizione democratica e reduce da dieci anni di conflitto? Non riesco a capire che senso abbia precipitarsi in tutto questo. Se la data del 24/12 verrà confermata - un’ipotesi a cui do il 5% delle probabilità - l’unico modo per provare a evitare un disastro è avere qualche tipo di revisione legale, magari con un decreto esecutivo del Consiglio presidenziale. Si tratta però di percorrere una strada complessa in poco tempo. Non a caso, dopo la Conferenza di Parigi, non c’è più nessuno Stato – nemmeno la Francia – disposto a difendere ferocemente la data del 24 dicembre. Ora si tratta più di salvare la faccia, anziché aderire davvero a quella scadenza”.

Per ora, gli unici due candidati ufficiali forti sono Saif al-Islam, il secondo figlio del dittatore Muammar Gheddafi, e Khalifa Haftar. Cosa significa la candidatura di Saif al-Islam nella Libia di oggi?

“La candidatura di Saif al-Islam è come uno specchio che viene brandito di fronte alla Libia post 2011. Il messaggio del secondogenito di Gheddafi è: ‘mi state parlando di democrazia, elezioni, integrità, trasparenza, liberalismo; mi state dicendo che volete un processo inclusivo e che tutti possono correre alle elezioni. Bene, eccomi qui. Sono il figlio del dittatore ucciso dieci anni fa, e sto correndo. Voglio mettervi di fronte alle vostre stesse contraddizioni. Se credete che il vostro processo sia robusto, lasciatemi fare il mio ritorno mediatico e politico’. Per massimizzare l’impatto psicologico del suo ritorno, ha scelto un momento di estrema incertezza e fragilità. Anche la scelta di ricomparire nel Fezzan, a Sebha, anziché in Tripolitania o in Cirenaica è significativa: il Fezzan è una regione molto divisa; a Sebha ci sono clan pro-Haftar, gruppi che simpatizzano con Bashagha e Tripoli, ma anche tribù che sono rimaste leali a Gheddafi. Se c’è un’area in cui Haftar spera di potersi espandere, dopo essere stato umiliato nel giugno 2020 dai turchi che gli hanno impedito di raggiungere la Tripolitania, quella è il Fezzan e in particolare Sebha. All’improvviso si ritrova lì Gheddafi, il che lo rende molto nervoso”.

Quali carte giocherà Haftar?

“La narrativa di Haftar è quella di presentarsi come un uomo pacifico e popolare oltre la Cirenaica, che non ha mai voluto la violenza perché crede nelle regole e nel rispetto dell’avversario, ma è disposto a sacrificarsi per il proprio popolo. Questo significa che se il processo collassa o viene posticipato, Haftar dirà: ‘vedete, ve l’avevo detto. Ovviamente avrei preferito mezzi pacifici, ma la cospirazione turca nel nord-ovest mi impedisce di essere il vero leader’. Per Haftar, è quasi la prospettiva migliore: gli consentirebbe di tornare da quei Paesi che non esiterebbero a parlare con un centro di potere a est – come gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto, la Grecia, Israele e persino parti di Washington”.

Cosa l’ha colpita di più del ritorno in scena di Saif al-Islam, dopo dieci anni di vita nell’ombra?

“I gheddafiani – tutti coloro che avrebbero preferito che il regime di Gheddafi non fosse mai stato rovesciato – sono molto divisi. Non sono una grande famiglia felice che si scambia messaggi in un gruppo Whatsapp. A molti esponenti Saif al-Islam non piace affatto, perché si ricordano del ruolo che ha avuto nell’indebolire il regime del padre. Ciononostante, sono disposti a usarlo come simbolo per ottenere l’illusione ottica di una restaurazione. Più che alle sue parole, tutti hanno fatto caso all’abito beduino e al turbante. Personalmente, penso si tratti di un fuoco di paglia, che si accende però su un terreno altamente infiammabile”.

E qual è la strategia del premier ad interim Dabaiba? È l’uomo su cui punta la comunità internazionale, giusto?

“Non direi esattamente così, almeno non ancora. Di sicuro si sta muovendo in quella direzione ed è molto più vicino all’obiettivo oggi rispetto a sei mesi fa. La sua strategia è molto semplice: circondarsi di amicizie e alleanze molto strette con i centri di potere. Per la prima volta abbiamo un leader che non è ossessionato con il controllo del territorio. Il suo unico pensiero è: soldi, soldi e ancora soldi. Lui pensa in termini di controllo finanziario: deve tenere le redini finanziarie di qualsiasi progetto, dalle costruzioni all’economia. Sta aumentando il suo controllo sul petrolio, ad esempio sfruttando il suo ministro per il Petrolio contro Mustafa Sanalla, l’ex capo della National Oil Corporation recentemente rimosso dal suo incarico. Sanalla è una figura molto popolare: gli americani e i britannici lo amano. Dabaiba non lo ha attaccato direttamente, ma ha usato altre persone per farlo con l’obiettivo di renderlo più ubbidiente. La sua filosofia è: ‘non mi interessa cosa fai col tuo petrolio, ma non ti azzardare a firmare un contratto senza passare da me’.

L’altro corno della strategia di Dabaiba si basa sull’elargizione di bonus alla popolazione: assegni alle coppie appena sposate, borse di studio agli studenti, forme di sostegno al reddito, promesse di altri bonus nel giro di due, tre, quattro mesi. È un trucco che può funzionare per un po’ – molta gente lo ama grazie ai suoi ‘regali’ - ma alla lunga è destinato a creare problemi, perché continuando a dare soldi alla popolazione si alimenta l’inflazione”.

Ci sono altri attori la cui candidatura è in grado di mischiare le carte?

“Abbiamo Bashagha, ex ministro dell’Interno ed ex pilota. La sua strategia è quella di presentarsi come l’uomo della mediazione, dicendo: ‘sono di Misurata, sono un uomo della rivoluzione, ho lavorato a stretto contatto con la Fratellanza musulmana, ho un buon rapporto con i turchi… ho tutte queste credenziali e posso usarle per raggiungere l’est’. Spinge per votare il 24/12 perché odia Dabaiba e non vuole dargli il tempo di rafforzarsi ancora di più. Punta a diventare la chiave di volta di un’eventuale coalizione: magari nel ruolo di primo ministro, nell’ambito di un accordo con Aguila Saleh presidente e Khalifa Haftar – poniamo – ministro della Difesa o comandante supremo delle forze armate”.

Quanto è rilevante - e cosa significa dal punto di vista della sicurezza - la persistenza della presenza di forze combattenti straniere sul territorio libico?

“La presenza di soldati e mercenari stranieri è un grande problema, ma non il principale, tant’è che non ne abbiamo ancora parlato come ostacolo al processo elettorale. Turchi e russi parlano tra loro ogni giorno; la presenza militare, attualmente, ha più una funzione di presidio territoriale che non un impatto sulle dinamiche politiche. È un problema che si sarebbe dovuto risolvere prima, ma gli americani non lo hanno giudicato prioritario rispetto alle elezioni”.

Immaginiamo di arrivare il 24 dicembre con le urne aperte. Quali possibili scenari vede davanti a noi?

“Mi aspetto una situazione con seggi chiusi e disordini in diverse città, un voto nazionale segnato da buchi e opacità, con pesanti accuse e sospetti di brogli. Non credo che una città come Sebha, con una lunga tradizione di frodi, vedrà mai un risultato definitivo. Il voto dell’est, con Haftar in giro, sarà sotto l’influenza della paura: come in Egitto o in Siria, non può essere un voto libero. Ci vorrà del tempo prima di avere dei risultati, e quando finalmente li avremo saranno duramente contestati”.

Così torniamo al punto da cui siamo partiti…

“Esatto: rivali con un grande ego – e in alcuni casi molte armi – che litigano tra loro, in assenza di un quadro legale che garantisca sui passi successivi. Tutto questo può tradursi nella violenza armata o in una crisi ancora più aspra. Per i cittadini libici il disincanto sarà amaro, mentre gli Stati che odiano la democrazia liberale potranno dire: ‘guardate, avete sbagliato ricetta - ancora una volta’”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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