L'accordo sui migranti che la Turchia di Erdogan vuole rinegoziare

Giuseppe Didonna

Firmato il 18 marzo 2016 dopo un lungo negoziato, l'accordo tra la Turchia e l'Ue prevede che tutti i migranti fermati sulla rotta verso i confini dell'Unione Europea vengano riportati in Turchia e per ogni siriano di ritorno in Turchia dalle isole greche, un altro, il cui nome è inserito in una lista d'attesa, ottenga i documenti necessari a un trasloco in Europa.

Meccanismo che ha funzionato fino a un certo punto, permettendo fino ad ora il trasferimento in Europa di appena 12.489, dei 3.670.000 siriani che vivono in Turchia, molti dei quali sono in attesa dei documenti, in quanto regolarmente registrati. Principale ostacolo è la lentezza della burocrazia greca, che ha permesso il rientro verso Ankara di appena 1.546 siriani nel biennio 2016-2018, cui vanno aggiunti altri 600 rimpatriati in virtù degli accordi tra i due governi.

Dei 12.489 giunti in Europa ben 4.313 sono stati trasferiti in Germania, 2.608 in Olanda, 1.401 in Francia e 1.002 in Finlandia. Ungheria, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca e Danimarca si sono rifiutate di accogliere migranti siriani. L'accordo prevede inoltre che l'Ue versi nelle casse turche 6 miliardi di euro sulla base di una formula 3+3. Soldi da destinare a progetti di integrazione e di accoglienza, fino ad ora soprattuttto spesi nel campo della sanità e dell'istruzione.

Si calcola che circa mezzo milione di minori abbia beneficiato di tali fondi per riprendere un percorso scolastico che la guerra aveva interrotto. Allo stato attuale risulta che Bruxelles abbia versato circa la metà della cifra pattuita, già destinata alla copertura di progetti approvati da commissioni congiunte.

L'Unione Europea, oltre al sostegno finanziario, si è impegnata ad accelerare il processo di integrazione europea della Turchia, ma soprattutto ha promesso l'abolizione dei visti per i cittadini turchi che vogliano varcare i confini dell'Unione.

Integrazione europea ed abolizione dei visti si sono entrambe arenate sullo scoglio delle richieste di Bruxelles, che ha chiesto ad Ankara una sostanziale riforma della giustizia, un maggiore rispetto di diritti umani e libertà civili, ma soprattutto di cambiare la legislazione relativa il contrasto al terrorismo.

La Turchia, che nel 2018 ha fermato circa 268 mila migranti sulla via del'Europa e più di 170 mila nel 2019, è insoddisfatta del riscontro ottenuto dall'Europa e minaccia di aprire le frontiere con Grecia e Bulgaria se l'accordo non sarà rinegoziato.

Alla mancata abolizione dei visti e alla mai arrivata svolta per l'ingresso nell'Ue si aggiunge la lamentela di Ankara, secondo cui 6 miliardi di euro, 3 dei quali ancora da sbloccare, non sono sufficienti a coprire uno sforzo economico che fino ad ora è costato 40 miliardi di dollari alle casse del Paese.