L'addio di Quinzi al tennis: “Non è come lavorare in miniera, ma non mi divertivo più”

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AGI - “Mi sono sacrificato per il tennis da quando ero bambino, l'ho sempre fatto con passione e non mi pesava, ma da tempo non mi divertivo più, era arrivato il momento di smettere”. Al telefono con AGI, Gianluigi Quinzi, l'ex predestinato del tennis che nel 2013, a 17 anni, aveva alzato il trofeo da campione juniores di Wimbledon facendo sognare tutta l'Italia e oggi ha annunciato il suo ritiro proprio mentre sono in corso i Championships, racconta che la notte prima dell'esternazione ha finalmente dormito benissimo.

 “Ci pensavo da qualche mese e adesso sono davvero felice, il tennis mi ha dato tanto, è uno sport, non è certo come lavorare in miniera, ma per me era diventato una fatica fisica e soprattutto mentale -  chiarisce - non tutti sanno che non si ci sacrifica solo nella settimana del torneo, ma tutti i giorni e per sette ore al giorno e quando non ti diverti più non ne vale più la pena”.

Fermo, anche per una serie di infortuni, nei piani bassi della classifica mondiale  (ultimo ranking 474, miglior piazzamento nella classifica mondiale il numero 142 e soli 280mila dollari vinti in carriera in una professione che comporta un mare di spese) Quinzi spiega di aver  dovuto prendere atto che non riusciva a raggiungere il suo obiettivo, quello di entrare nei primi cento del mondo. 

“Cercavo una sicurezza che non avevo più e adesso invece vedo tutto più chiaro: il prossimo anno prenderò la mia laurea in Economia e Management dello sport, punto a lavorare come manager dello sport, a rimanere in questo ambiente, insomma, e intanto sto dando una mano a un tennista under 16 Federico Vita”.

Lui che ancora vive in famiglia e a otto anni si è trasferito in Florida all'accademia sfornacampioni di Nick Bollettieri insieme a sua madre (“papà ci raggiungeva quando poteva”) le ansie dei giovani in campo le conosce molto bene e racconta che da fuori il tennis adesso gli piace di più: “Sono felice quando riesco a trasmettere la passione ai giovani – continua – e, probabilmente più di un maestro, riesco a capire quando un ragazzino ha bisogno di una parola giusta”.

Se a lui le parole giuste nei momenti di difficoltà siano mancate non lo dice: “Non ho rimpianti né recriminazioni da fare, il tennis mi ha dato tanto, momenti felici e altri negativi, ma mi ha aiutato a crescere”. Gli highlights da incorniciare? “Sicuramente la vittoria a Wimbledon nel 2013 e quattro anni dopo, la mia partecipazione a Next Gen, quando ero già sceso a quota 300 nella classifica mondiale e ho giocato alla pari con tennisti che erano tra la ventesima e la quarantesima posizione. Anche se ho perso ho capito che avevo ancora un buon livello, sono stato contento, proprio io che ho sempre faticato ad accettare le sconfitte. Poi però mi è mancata la costanza, sono arrivati gli infortuni, una microfrattura da stress, ho fatto fatica a rientrare, insomma tutto è stato una conseguenza di qualcos'altro”.

Se non avesse dovuto portare il peso di essere un tennista prodigio, se insomma non fosse stato già un campioncino a otto anni  forse le cose sarebbero andate diversamente, ma Quinzi a questo gioco non ci sta: “La vita non si fa con i se e con i ma, ho cominciato quando dovevo cominciare e ora sono pronto a iniziare una nuova vita con nuove responsabilità che mi piacciono”.

La racchetta non sarò completamente appesa al chiodo, Quinzi continuerà  a scendere in campo, seppur da allenatore (“di Federico Vita sono anche lo sparring partner”) e a fare il tifo per i colleghi che in questi giorni stanno lottando sull'erba di Wimbledon dove nella sua prima vita è stato campione juniores.

A partire dal suo coetaneo Matteo Berrettini: “Siamo amici, abbiamo giocato anche nella stessa squadra all'Aniene, qualche anno fa - racconta - lui era già al vertice e mi batteva, ma quando eravamo under 16 vincevo sempre io”.

Contro Sinner invece non c'è stato niente da fare: “Due anni fa me lo sono trovato contro nei quarti di finale a Bergamo in un challenger – racconta – non lo conoscevo, pensavo di poter avere un turno facile invece mi mandò a casa con un 6/2- 6/2. Pensai subito “questo ha davvero qualcosa”.

E anche se Sinner sta subendo una pressione mediatica simile a quella che si è trovato a fronteggiare lui, Quinzi non ha dubbi sulla sua resistenza: “Riuscirà a gestirla, è molto maturo”. Per lui è andata diversamente nonostante il ricorso al mental coach: “Mi ha aiutato, ma non è bastato”. Ma adesso non è tempo di rimpianti: “Sono felice, pronto a un'altra vita. E i miei bei ricordi non me li toglierà nessuno”.

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