L'Afghanistan al voto nel terrore

r. brunelli e c. scaldaferri

Talebani all'attacco in tutto l'Afghanistan contro le elezioni presidenziali. I seggi si sono chiusi intorno alle 17, ora italiana, e sin dalle prime ore del mattina, le operazioni di voto sono state scandite da esplosioni e bombe da nord a sud. Nonostante il clima di terrore, in molti dei 5 mila seggi aperti si sono formate file. Gli elettori registrati sono 9,6 milioni e il dispiegamento di sicurezza ha coinvolto 72 mila uomini dopo le minacce dei talebani seguite alla rottura del negoziato di pace con gli Stati Uniti.

Ci sono stati cinque morti e 37 feriti. Presso un seggio elettorale nella provincia orientale di Nangarhar, nel distretto di Sorkh Rod, l'esplosione di una mina ha causato una vittima e tre feriti. Un osservatore alle operazioni di voto è morto in seguito al lancio di un razzo nei pressi di un seggio a Kunduz, nel nord del Paese. Ad un seggio elettorale a Kandahar 15 persone tra civili ed un agente di polizia sono rimaste ferite, tre in modo gravissimo, dopo l'esplosione di un ordigno nascosto all'interno di un amplificatore di una moschea utilizzata come seggio.

Soltanto a Kandahar nella mattinata sono stati disinnescati o fatte brillare dalle forze di sicurezza almeno 31 ordigni esplosivi. Piccole esplosioni sono state segnalate anche nella capitale Kabul, ma non ci sono ancora notizie certe su possibili feriti. Le elezioni si svolgono in presenza di massicce misure di sicurezza, a causa delle minacce dei Taliban - che hanno rivendicato la maggior parte degli attacchi - circa un terzo dei seggi infatti rimane chiuse, dato che si trovano in territori controllati dai talebani.

Le forze di sicurezza hanno dispiegato 72 mila uomini ai circa 5.000 seggi elettorali aperti nel Paese. Non solo: da mercoledì sera le autorità hanno anche vietato l'accesso alla capitale a tutti i camion e furgoni, per paura di autobombe. "Siamo felici che le persone stiano già formando grandi file di fronte ai sondaggi in attesa di mettere le loro schede elettorali", ha detto Zabi Sadaat, portavoce della commissione elettorale.

È la quarta volta che l'Afghanistan torna a votare dalla caduta del regime talebano. Questa volta nella battaglia per le presidenziali a confrontarsi sono il capo di Stato uscente Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, il chief executive nel traballante governo di unità nato dalle ceneri del voto del 2014.

Su 35 milioni di abitanti, sono 9,6 milioni gli elettori che si sono registrati, chiamati ad affrontare un voto su cui incombe, oltre alla paura degli attentati, le le attese accuse di frodi e irregolarità. Il problema è che diverse zone sono sotto il controllo dei movimento fondamentalista islamico (mai così forte sul territorio da quando è stato detronizzato nel 2001): circa 2 mila seggi sono stati chiusi ad agosto, e almeno altri 400 questo mese; solo in 4 province su 34 i centri per votare dovrebbero restare tutti aperti.

La disillusione è forte tra la popolazione, la corruzione, la disorganizzazione e l'insicurezza la fanno da padroni. A peggiorare la situazione, la nuova regola che richiede alle donne di scoprire il volto e farsi fotografare per poter partecipare. Una misura che di certo non faciliterà il voto femminile in un Paese dove ancora l'altra metà del cielo lotta quotidianamente, soprattutto nelle zone rurali, per i diritti più elementari.

Il negoziato tra talebani e Usa

Già rinviate due volte quest'anno (si dovevano tenere ad aprile, poi a luglio, infine adesso), le elezioni si inseriscono in quadro così incerto che più d'uno aveva esortato a procastinarle. Sullo sfondo, ci sono i negoziati portati avanti dall'inviato speciale Usa, Zalmay Khalilzad, con i talebani, interrotti bruscamente dal presidente americano Donald Trump all'inizio di settembre quando ha annunciato a sorpresa la cancellazione all'ultimo minuto di un incontro segreto con i leader del gruppo fondamentalista afghano a Camp David. Ma la porta non è del tutto chiusa, per stessa ammissione del capo negoziatore talebano Sher Mohammad Abbas Stanikzai che, in un'intervista alla Bbc ha insistito che i negoziati restano "l'unica via per la pace in Afghanistan".

Per conoscere i primi risultati si dovrà attendere il 17 ottobre e per quelli definitivi fino al 7 novembre, almeno: più di un mese a disposizione dei candidati per dire la loro, suscitando ulteriori incertezza e confusione. Niente di nuovo per l'Afghanistan, impantanato da 18 anni in un conflitto con diversi attori protagonisti e migliaia di vittime delle violenze ogni anno: solo nell'ultimo mese, ha riferito il Washington Post, si è registrata una media di 74 morti al giorno, con una serie di attentati devastanti che ha insanguinato la campagna elettorale.