L'Afghanistan al voto, tra il rischio di frodi e le minacce talebane

cecilia scaldaferri

Afghanistan di nuovo alle urne: oggi il Paese si recherà a votare, per la quarta volta dalla caduta del regime talebano, in elezioni presidenziali che vedono la battaglia più aspra tra il capo di Stato uscente Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, il chief executive nel traballante governo di unità nato dalle ceneri del voto del 2014. Su 35 milioni di abitanti, sono 9,6 milioni gli elettori che si sono registrati, chiamati ad affrontare un voto su cui incombono diverse minacce, dalle attese accuse di frodi e irregolarità ai gravi rischi per la sicurezza, con gli appelli dei talebani a stare lontano dai seggi.

Nonostante il dispiegamento annunciato di oltre 70 mila uomini delle forze di sicurezza, diverse zone sono sotto il controllo dei movimento fondamentalista islamico (mai così forte sul territorio da quando è stato detronizzato nel 2001): circa 2 mila seggi sono stati chiusi ad agosto, e almeno altri 400 questo mese; solo in 4 province su 34 i centri per votare dovrebbero restare tutti aperti. 

La disillusione è forte tra la popolazione, un brutto segnale per l'affluenza che è gà crollata dalle elezioni del 2004, segnate dall'euforia (84%), a quelle del 2009 e 2014 (39%). La corruzione, la disorganizzazione e l'insicurezza la fanno da padroni. A peggiorare la situazione, la nuova regola che richiede alle donne di scoprire il volto e farsi fotografare per poter partecipare. Una misura che di certo non faciliterà il voto femminile in un Paese dove ancora l'altra metà del cielo lotta quotidianamente, soprattutto nelle zone rurali, per i diritti più basilari. 

Lo stallo del negoziato tra talebani e Usa

Già rinviate due volte quest'anno (si dovevano tenere ad aprile, poi a luglio, infine adesso), le elezioni si inseriscono in quadro così incerto che più d'uno aveva esortato a procrastinarle. Sullo sfondo, ci sono i negoziati portati avanti dall'inviato speciale Usa, Zalmay Khalilzad, con i talebani, interrotti bruscamente dal presidente americano Donald Trump all'inizio di settembre quando ha annunciato a sorpresa la cancellazione all'ultimo minuto di un incontro segreto con i leader del gruppo fondamentalista afghano a Camp David. Ma la porta non è del tutto chiusa, per stessa ammissione del capo negoziatore talebano Sher Mohammad Abbas Stanikzai che, in un'intervista alla Bbc dieci giorni fa ha insistito che i negoziati restano "l'unica via per la pace in Afghanistan".

Per conoscere i primi risultati si dovrà attendere il 17 ottobre e per quelli definitivi fino al 7 novembre, almeno: più di un mese a disposizione dei candidati per dire la loro, suscitando ulteriori incertezza e confusione. Niente di nuovo per l'Afghanistan, impantanato da 18 anni in un conflitto con diversi attori protagonisti e migliaia di vittime delle violenze ogni anno: solo nell'ultimo mese, ha riferito il Washington Post, si è registrata una media di 74 morti al giorno, con una serie di attentati devastanti che ha insanguinato la campagna elettorale.