L'agenda dei (nuovi) verdi. Il punto critico di Corrado Formigli

Di Corrado Formigli
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Photo credit: Hildegarde - Getty Images
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C’erano una volta i verdi di una volta. Ferocemente frammentati e litigiosi, radicalmente alternativi, orgogliosamente minoritari. Occupavano spazi politici residuali evocando sciagure planetarie, catastrofi climatiche e pandemie. Sottovalutati e irrisi dai partiti politici dominanti, dagli amici del carbone e dai negazionisti, ci mettevano del loro per rimanere indigesti. Il fondamentalismo col quale portavano avanti le loro battaglie mal si combinava col riformismo necessario a introdurre nel ceto medio occidentale un cambio di abitudini. Quei verdi lì oggi non ci sono più.

Pian piano, a partire dai paesi scandinavi, una nuova onda ecologista ha ravvivato l’Europa. Greta Thunberg, col suo attivismo intelligente ha fatto riscoprire a milioni di giovani un’ideologia per la quale valesse la pena scendere in piazza. E l’agenda climatica ha rimodellato i partiti progressisti. Trasversali e post ideologici – se per ideologia si intende l’appartenenza alle grandi famiglie politiche novecentesche – i nuovi verdi continentali dilagano in Francia e Germania, amministrando Laender e città. Particolarmente interessante la loro evoluzione tedesca, dove il declino di Angela Merkel e della Cdu apre spazi enormi a quello che una volta era il partito di Joshka Fischer, ribelle, movimentista e decisamente rosso.

Oggi i verdi tedeschi prendono voti non solo nelle zone tradizionalmente progressiste come Berlino, bensì nelle ricche roccaforti conservatrici bavaresi, nel cuore dell’industria automobilistica. Con un programma drastico: aumentare a 60 euro il costo per ogni tonnellata di Co2 emesso, imporre agli allevamenti di carne un limite di 1.000 kg di bestiame per ogni ettaro di superficie e introdurre il limite di 130 km/h sulle autostrade tedesche, leggendarie perché oggi prive di limiti. I verdi tedeschi potrebbero alle prossime elezioni addirittura vincere ed esprimere il cancelliere, imprimendo così, dal cuore industriale d’Europa, una spinta gigante alla lotta per la decarbonizzazione. Facendo leva anche sui timori di nuove pandemie, la cui virulenza potrebbe essere moltiplicata da riscaldamento globale e deforestazione selvaggia.

Certo, la rivoluzione verde non sarà un pranzo di gala, anche se in Italia l’espressione “transizione ecologica”, abusata da tutti i partiti, fa tanto nuova politica. Occorreranno sforzi e sacrifici individuali. E in Italia, occorre ricordarlo, perfino una vera raccolta differenziata dei rifiuti appare, a partire dalla sua capitale, ancora un miraggio.