Laggiù in Amazzonia, tra gli indigeni cyber attivisti

Di Sara Del Corona
·6 minuto per la lettura
Photo credit: Misha Vallejo
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From Marie Claire

Nell’unico hotspot del villaggio c’è parecchio affollamento, al punto che la password per l’accesso a Internet viene modificata ogni due giorni per arginare almeno il passaparola dei ragazzini che la girano agli amici, poi agli amici degli amici, e connettendosi tutti insieme rallentano troppo la linea, per cui nessuno riesce più a navigare decentemente. Perché qualche problema di efficienza tecnologica c’è. Del resto siamo nel bel mezzo della foresta pluviale amazzonica. A Sarayaku, per la precisione, nella provincia di Pastaza, Ecuador. I nativi Kichwa che vivono nel villaggio, da un certo punto di vista sono esattamente come ci piace immaginarli: un popolo allacciato profondamente alla natura che da sempre gli fornisce tutto quello di cui ha bisogno. Lungo il Río Bobonaza, che è anche l’unica vera via di comunicazione, si pesca, si coltiva e si va a caccia.

Tutto ruota intorno alla Selva Vivente, che qui chiamano Kawsak Sacha: la comunità crede che la foresta nella sua complessità sia un’entità dotata di una propria coscienza, da trattare come fosse una persona giuridica, dove tutti gli elementi - le piante, gli animali, gli uomini, i corsi d’acqua, il vento e le stelle - hanno uno spirito e sono interconnessi. Per cui se anche una sola di queste parti subisce un danno, sarà inevitabile una reazione a catena che coinvolgerà tutte le altre. È per difendere questo principio, cioè se stessi, che i Sarayaku fin dagli anni 70 hanno dovuto affiancare alla loro vita pacifica anche una lotta tenace per evitare che le compagnie petrolifere si portassero via, insieme al petrolio, l’equilibrio millenario di questi luoghi.

Photo credit: Misha Vallejo
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C’è stato un momento, nel 2002, in cui sono stati a un soffio dal perdere tutto: il governo ecuadoriano, senza nemmeno consultare la comunità, aveva concesso a una compagnia argentina, la Cgc, di valutare l’entità dei giacimenti sotterranei con indagini che prevedevano, fra l’altro, una tonnellata e mezzo di esplosivo da far detonare (e che ancora giace nel sottosuolo). I Sarayaku sono però riusciti a trascinare il governo davanti alla Corte Interamericana dei Diritti Umani, che nel 2012 con una sentenza ha bloccato l’operazione.

Photo credit: Misha Vallejo
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È qui che interviene il terzo elemento della storia. C’è la foresta, ci sono gli uomini, ma poi anche la tecnologia, da cui abbiamo iniziato a raccontarla. Perché probabilmente la vittoria non ci sarebbe stata se un nativo, Eriberto Gualinga, non avesse deciso di mettere in pratica ciò che aveva imparato durante alcuni corsi di cinema e video frequentati a Quito (perché alcuni ragazzi di Sarayaku studiano, se non nella capitale, spesso almeno a Puyo, più vicina). Soy defensor de la selva è un documentario breve realizzato nel 2003 (si trova su YouTube) che ha iniziato a circolare prima nelle conferenze universitarie in Ecuador, poi, grazie ai premi vinti ai festival, in tutto il mondo, sensibilizzando la comunità internazionale e ispirando anche altri popoli.

In circa venti minuti, il film riesce a restituire la qualità della vita che si svolge a Sarayaku e la lotta incredibilmente civile dei suoi abitanti per allontanare i tecnici della Cgc e i soldati dell’esercito ecuadoriano. In particolare colpisce un passaggio del discorso di una leader del villaggio, Cristina Gualinga: «Non venite a dirci che dobbiamo fare ciò che dice l’uomo bianco. Quelli erano i tempi coloniali e sono finiti. Siamo altri indios, ora». Lo sono davvero, anche se forse nessuno tranne loro l’ha veramente capito. E così restiamo colpiti dagli scatti spiazzanti di queste pagine, in cui i segni tribali dipinti sui visi vengono illuminati dal display acceso di un iPad e il cavetto per caricare la batteria del cellulare diventa all’occorrenza una collana. Guardiamo le foto e ci chiediamo: dov’è che finisce la favola rassicurante del buon selvaggio e inizia quella della contaminazione con la modernità, di un meticciato che incrocia la pura natura con una frequenza della realtà tutta diversa, quella digitale? Esattamente qui, a Sarayaku.

Photo credit: Misha Vallejo
Photo credit: Misha Vallejo

Non esisti se gli altri non ti vedono, non gli basta più sapere che ci sei. Funziona così oggi, anche se vivi incastonato nella foresta pluviale. Infatti questo popolo ormai da anni ha trasferito sui social gran parte della sua battaglia per restare dov’è. Se resterà anche com’è, è una domanda aperta, anzi una sfida, perché per lo smartphone da regalare ai figli c’è già chi si indebita e i giovanissimi Sarayaku tendono più degli altri alla dipendenza. In ogni caso Misha Vallejo, autore di queste foto, ha ottenuto il permesso di entrare nel villaggio via Facebook, mandando un messaggio al Dipartimento della comunicazione. Esistono anche un sito web e un account Twitter attraverso cui i leader della comunità, membri dell’International Indigenous Movement, esprimono idee e documentano la loro presenza attiva alle varie conferenze sui mutamenti climatici, dove cercano di far passare il concetto chiave che l’Amazzonia non serve a chi ci vive dentro, ma a tutti.

Photo credit: Misha Vallejo
Photo credit: Misha Vallejo

Intanto i bambini del villaggio vanno a scuola. Insieme al mondo occidentale studiano il loro, imparano lo spirito della foresta e quanto sia importante per la sopravvivenza. C’è poco di teorico in questo, le alluvioni causate da piogge sproporzionate, così come l’emergenza Covid, hanno già fatto il lavoro più grosso: quale indigeno se lo dimentica, chi è così stupido da non aver capito che la causa è l’uomo che taglia, trivella, contamina, prende e non restituisce mai.

Ma accadono anche cose impreviste a Sarayaku. Misha Vallejo racconta di essere stato sorpreso da un boato di reggaeton sparato a mille da YouTube o Spotify tra gli alberi millenari. All’inizio gli è sembrato inappropriato, ma poi l’ha trovato un incredibile shock sensoriale. Ancora, le nuove generazioni su WhatsApp chattano in kichwa e non in spagnolo, per cui da un po’ di tempo lo sanno molto meglio, con grande soddisfazione degli anziani. E siccome al villaggio l’unica presa per l’elettricità si trova nella stanza Internet della casa presidenziale, è lì che si ritrovano tutti, in fila, per accendere il computer o caricare le batterie. Anche se poi ognuno si isolerà col suo device, prima avrà condiviso, oltre alla presa del Presidente, tempo e chiacchiere per niente virtuali con i suoi compaesani.

Photo credit: Misha Vallejo
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Misha Vallejo

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Nato in Ecuador 35 anni fa, è l’autore di un progetto multimediale sui Sarayaku iniziato nel 2015 che prevede un sito interattivo (secretsarayaku.net), un libro, Secreto Sarayaku (edito da RM), una mostra al Centro di Arte Contemporanea di Quito e un podcast. Secret Sarayaku, da cui sono tratte queste immagini, è uno dei 10 vincitori della call mondiale lanciata dalla piattaforma www.slideluckeditorial.com per promuovere il cambiamento sociale. Il tema di quest’anno era Everything is connected, legato ai cambiamenti climatici. I progetti vincitori saranno in mostra in Italia, Nigeria, Olanda, Uruguay (@slideluck_editorial).