L'alluvione nelle Marche poteva essere realmente prevista?

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Giovedì 15 settembre, in un piccolo bacino fluviale in provincia di Pesaro, un temporale stazionato per sette ore in zona ha fatto cadere oltre 400 mm, di cui oltre 350 in 4 ore, con un rateo medio quindi di quasi 90 mm/ora. Un tale rateo di precipitazione per più ore su un bacino idrografico di piccole dimensioni ha inevitabilmente prodotto la piena del torrente uscente dal bacino, anche perché il suolo relativamente asciutto ha limitato fortemente la penetrazione dell'acqua nel terreno, acqua che quindi non ha avuto altra scelta se non confluire nel reticolo idrografico. Purtroppo l'evento ha comportato anche molti danni e alcune vittime. La limitatezza del bacino ha fatto sì che il tutto abbia prodotto un ingrossamento dei fiumi praticamente istantaneo.

Un fenomeno del genere (temporale stazionario) può essere previsto con congruo anticipo? Sì e no, dipende da cosa si intende con previsione. Se la domanda fosse: si poteva prevedere che un temporale in grado di far cadere oltre 350 mm in 4 ore stazionasse per quel tempo nell'area di Cantiano-Sassoferrato? La risposta è: no, nel modo più assoluto (più avanti spiegherò perché).

Se invece la domanda fosse: si poteva prevedere che si formassero temporali nella zona degli Appennini? La risposta è sì. Ed in effetti era stata prevista con largo anticipo la possibilità di temporali anche intensi, prova ne è che la regione Toscana aveva emesso un'allerta arancione e la regione Umbria l'allerta gialla (questo perché i modelli davano come più probabile il verificarsi dei fenomeni sul territorio toscano).

Tuttavia, contrariamente a quanto si crede, l'allerta gialla non implica necessariamente l'assenza di fenomeni intensi, ma indica che sono possibili temporali isolati anche di forte intensità. Ed in effetti il temporale di forte intensità si è verificato limitatamente a quell'area. Il colore dell'allerta, più che essere legato agli effetti, è legato alla distribuzione territoriale degli eventi.

Prima ho detto che la localizzazione del fenomeno in un bacino così piccolo era impossibile. Il motivo è che i modelli numerici, che rappresentano un ausilio indispensabile per le previsioni del tempo, non permettono dettagli a risoluzioni così alte, per via del fatto che il loro grigliato è molto più largo e che l'orografia della zona non è così ben definita come nella realtà.

Un fenomeno a piccola scala come un temporale, anche se quando è in pieno sviluppo talora può diventare un sistema convettivo alla mesoscala, molto esteso (a volte più di una regione), nello stadio iniziale della sua formazione è minuscolo e si forma in un punto che è fortemente condizionato dalle condizioni meteorologiche ed orografiche locali, e nessun modello potrà mai arrivare a un dettaglio simile.

Quello che si può prevedere è che sussistano condizioni favorevoli allo sviluppo di fenomeni intensi e – direi – talora estremi. La configurazione sinottica della giornata di giovedì 15 settembre, nel suo complesso, era una di quelle situazioni. Alla violenza del nubifragio che ha colpito il pesarese ha anche contribuito la temperatura molto alta dei mari prospicienti, da cui ha avuto origine il flusso umido. Infatti, la termodinamica ci insegna che una massa d'aria, più è calda e più è in grado di contenere vapore acqueo, e contemporaneamente energia.

La condensazione del vapore acqueo in goccioline di acqua o cristalli di ghiaccio libera ulteriore energia che poi il temporale converte in energia cinetica (ovvero vento), mentre l'acqua e il ghiaccio danno origine alle precipitazioni. L'orografia può favorire i moti verticali delle masse d'aria e quindi la formazione di nubi e precipitazioni, mentre l'energia può produrre correnti orizzontali e verticali molto intense che possono accelerare la formazione delle nubi e portare a un rinforzo dei fenomeni molto rapido.