"L'alto tasso di anziani rende l'Italia più vulnerabile al coronavirus"

Silvia Inghirami

"Lo sforzo del sistema sanitario di fronte all'emergenza coronavirus è, e sarà, tanto più intenso quanto più invecchiata è la struttura per età della popolazione". A sottolineare la "particolare vulnerabilità del nostro paese e del suo sistema sanitario per l'alta proporzione dei molto anziani, la più alta in Europa e seconda solo al Giappone nel mondo" è il demografo Massimo Livi Bacci.

"L'Italia, dopo il Giappone - osserva lo studioso su Neodemos intervistato dall'AGI - è il paese più 'vecchio' al mondo: nel 2020 il 7,5% della popolazione ha più di 80 anni (9% in Giappone, 5% nella media dei paesi più sviluppati)". In Europa - aggiunge Livi Bacci, interpellato dall'AGI - i Paesi con livelli di invecchiamento elevati sono Italia e, a seguire, Germania; Inghilterra e Francia si distanziano di circa 2 punti. Se l'indicatore della popolazione con più 80 anni in Italia è al 7,5%, In Francia 6%, nel Regno Unito 5%. Sono differenze considerevoli che hanno un impatto".

Da considerare poi le differenze "molto forti" a livello regionale: gli ultraottantenni sono il 5% in Campania (la regione meno vecchia) e il 12,2% in Liguria (la regione più vecchia). "A parità del grado di diffusione del virus, fatto uguale a 100 lo 'sforzo sanitario' dell'Italia  - spiega Livi Bacci, che è professore di demografia all'Università di Firenze.- la Campania farebbe uno sforzo pari a 77, la Liguria uno pari a 134. Facendo lo stesso confronto, lo sforzo richiesto agli Stati Uniti, fatto uguale a 100 quello dell'Italia, sarebbe pari a 75. Ecco un altro costo – la maggiore vulnerabilità nei confronti di un'emergenza sanitaria – del forte invecchiamento del nostro paese".

 A fronte del dislivello tra aree del Paese, "il fatto che il Nord sia più organizzato dal punto di vista sanitario non compensa lo squilibrio demografico. È evidente - fa notare Livi Bacci - che se la popolazione è costituita da molti anziani tutto il sistema sanitario ne risente".

Difficile immaginare quali saranno le conseguenze dell'epidemia: "Dipende dalla durata: se tutto si risolverà nell'arco di qualche mese gli effetti non saranno sconvolgenti. Le esplosioni epidemiche hanno un forte impatto ma di breve durata e mi aspetto una ripresa abbastanza rapida".

Le incognite restano ancora molte, visto che per il Coronavirus non ci sono per ora farmaci precisi nè vaccino. Altra incognita sono i portatori sani: "gli asintomatici sono un multiplo dei contagiati, ma senza indagini specifiche, e' impossibile dire quanti".

Quanto alle conseguenze economiche, Livi Bacci guarda a ciò che è accaduto in passato: "la crisi, anche l'ultima del 2008, ha depresso i livelli di natalità in Italia e in altri Paesi europei perchè meno risorse significa meno autonomia per i giovani che spostano in avanti il momento di fare figli o rinunciano ad averne”.

L'altro effetto è sull'immigrazione: con la crisi gli immigrati sono tornati ai paesi origine. Sulla mortalità le crisi economiche influiscono poco: quelle nel mondo occidentale degli ultimi 50 anni hanno avuto effetti relativamente modesti".