Lamborghini, monete virtuali e una vita 'all in'. Chi sono i Crypto Kings

SAUL LOEB / AFP

AGI - Le chiamano ‘Lambo', per quella passione che hanno gli anglosassoni - e gli americani in particolare - per i diminuitivi e le sigle. Sono le Lamborghini, status symbol per antonomasia dei Signori delle Criptovalute: se arrivi a possederne una, vuol dire che sei nell'empireo. Per il resto, al netto di alcune eccezioni, rifuggono gli stilemi della finanza: niente cravatta, mai il gessato e soprattutto mai e poi mai il doppiopetto.

Amano però abitare lussuose dimore, anche se preferiscono quelle negli Hamptons agli appartamenti su due piani di Park Avenue e gli piace caracollare sulle piste degli aeroporti verso jet a noleggio calzando comode sneakers piuttosto che le rigide Church. E questa è l'unica cosa che hanno in comune con un'icona della finanza come Warren Buffet che dal 2006 possiede il marchio di scarpe sportive Brooks e che delle cryptovalute ebbe a dire, senza mezze misure, che non sono altro che “veleno per topi” destinato a “fare una brutta fine”.

Loro, però, sembrano non curarsene. I ‘Crypto Kings' si fanno beffe della finanza tradizionale e hanno scommesso sull'immaterialità delle valute virtuali. C'è chi le ha create, come il mitologico Satoshi Nakamoto, e chi ha messo a punto il metodo per gestirle. Ma tutti hanno una cosa in comune: sono piuttosto strambi.

Nerd, li si potrebbe definire appiccicando loro la stessa etichetta che è stata prima lo stigma, poi la fortuna di persone come Brin, Bezos, Zuckerberg e Musk. Ma sarebbe riduttivo, perché alcuni di loro conducono un'esistenza decisamente fuori dallo stereotipo dello sfigato chiuso in una stanza piena di schermi e computer.

Prendiamo il caso di Sam Bankman-Fried, sessantesimo nella lista dei miliardari del mondo di Forbes fino a quando non ha visto la sua fortuna passare in un pugno di ore da 26 miliardi di dollari a 991 milioni. Una foto scattata in occasione di un evento alle Bahamas, dove vive, lo ritrae insieme con l'ex presidente americano Bill Clinton - sotto la cui amministrazione prosperò e poi esplose la prima bolla delle dot.com - e con l'ex premier britannico Tony Blair.

Entrambi non hanno la cravatta, Clinton addirittura sfoggia una camicia sportiva, ma indossano tutti e due un completo. Bankman-Fried li supera a destra presentandosi sul palco in maglietta bianca, bermuda verde militare e sneakers con calzini a mezza caviglia. Si narra che viva in una specie di comune con altre dieci persone, vada al lavoro in una Toyota Corolla (niente Lamborghini per lui) e non disdegni di dormire in ufficio, in un sacco a pelo sotto alla scrivania.

È il tipo di persona che, figlio di due professori di Stanford, dopo essersi laureato in fisica al Mit se ne esce con frasi come “la scuola è inutile per la maggior parte dei lavori”. Salvo poi dirsi “sconvolto” per la rovina della sua creatura, Ftx, e ammettere di avere “fottuto ogni cosa”.

A mettere gli ultimi chiodi sulla sua bara (milionaria) è stato un altro personaggio sui generis, Zhao Changpeng, ceo di Binance, figlio di esuli cinesi emigrati a Vancouver negli anni '80. Uno che, fuor di metafora, con le criptovalute si è giocato la casa, visto che ha costruito la sua fortuna con il milione di dollari ottenuto vendendo l'abitazione e investendo in quel salto nel buio che sono le valute virtuali.

È stato Zhao a decretare la fine di Ftx con una serie di tweet in cui metteva in dubbio la solidità e la solvibilità dell'azienda di Bankman-Fried. E, nomen omen, il banchiere virtuale è finito cotto a puntino.

Ma immaginare il mondo delle cryptovalute come dominato da tardoadolescenti strambi sarebbe cadere in un altro stereotipo. Prendiamo l'esempio di Chris Larsen, fondatore del sistema di scambi in valute Ripple e creatore di Xrp, la settima criptovaluta del mondo. È stato il primo a rendersi conto che le valute virtuali – e in particolare il bitcoin – sono mostruosamente energivore e da sole rappresentano una minaccia per il clima. Da qui lo slogan ‘Change the Code, Not the Climate', un'iniziativa ambientalista che finora non ha prodotto grandi risultati.

Una scommessa vinta è invece quella di Song Chi-Hyung, oggi uno degli uomini più ricchi di Corea grazie all'intuizione di portare la cripto-speculazione sullo smartphone: sua è la app KakaoStock, forte di 300mila utenti. Laureato alla prestigiosa Statale di Seul, stava pensando a quale MBA iscriversi quando la Corea fu percorsa dalla grande onda dei primordi di Internet. Lui la cavalcò e la trasformò in una miniera d'oro.

#Crypto Billionaires after the #cryptocrash:

Changpeng Zhao $29.7B (#BNB)
Sam Bankman-Fried $15.34B (#FTX)
Gary Wang $4.6B (#FTX)
Song Chi-hyung $3.1B {#UP)
Chris Larsen $3.1B (#XRP)
Brian Armstrong $2.8B (#COIN)
Jed McCaleb $2.5B (#XRP)

Source: coingape

— Watchlists.com (@WatchlistsC) October 25, 2022

Gli ultimi mesi sono stati un bagno di sangue per chiunque abbia investito o gestisca criptovalute, tranne che per una persona: Jed McCaleb che ad aprile valeva due miliardi e mezzo di dollari e oggi vale due miliardi e mezzo di dollari. La sua arte è stata quella di entrare e uscire dal settore nei momenti strategici, fino a creare una sua valuta virtuale, lo Stellar, una delle meno conosciute, ma anche una dele meno svalutate.

Nel complesso i Crypto King sono personaggi sfuggenti, che amano apparire nei loro contesti, all'esterno dei quali sono figure quasi incomprensibili. Il tipo di persona che potrebbe capitare di incontrare mentre carica una ‘Lambo' su un megayacht a Portofino, ma quando qualcuno prova a spiegare come hanno fatto a guadagnarseli si resta un pezzo a bocca aperta tutt'altro che sicuri di aver capito.

Non fanno decisamente parte di questa cricca i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, consegnati alla fama dal film ‘The social network': sono i geniali olimpionici di canottaggio turlupinati da Zuckerberg che avrebbe rubato loro la formula magica da cui poi nacque Facebook. Con i 65 milioni di dollari avuti al termine della battaglia legale con il patron di Meta, hanno creato una fortuna di 4,2 miliardi con la quale hanno deciso di lanciare una vendetta personale: un metaverso tutto loro da contrapporre a quello di Zuckerberg. Probabile che finisca male per tutti.

Se il Congresso decidesse di indagare sull'industria delle criptovalute per attività anticoncorrenziali, Barry Silbert e il suo Digital Currency Group sarebbero i primi a finire nel mirino. A differenza di molti suoi pari che hanno in orrore l'economia tradizionale, Slbert ha detto di ispirare le strategie di DCG alla Standard Oil, il conglomerato creato da John D. Rockefeller. Per questo ha investimenti in tutto il settore, inclusi il trader e prestatore di valuta digitale Genesis e la società di gestione patrimoniale digitale Grayscale.

Avete presente la leggenda dei colossi nati nel garage. Bene, c'è un colosso dell'immateriale – Coinbase – che è nato  nella stanza da liceale di Brian Armstrong quando ancora scriveva codici per le startup californiane, tra cui quello di Airbnb. Coinbase oggi è il principale exchange di criptovalute statunitense, lui ne possiede un quinto e nonostante la società abbia perso il 90% rispetto all'Ipo della primavera 2021, gli restano nelle mani quasi due miliardi di dollari.

È un altro di quelli che ha fisime strane come il divieto ai dipendenti di parlare di politica sul luogo di lavoro. La cosa che odia sopra ogni cosa è la fissazione dell'Unione europea per le nuove norme sulle criptovalute.

A quasi 50 anni, Matthew Roszak le ha viste quasi tutte nel mondo della blockchain, la tecnologia alla base delle criptovalute. Ha fondato Tally Capital, una società di investimento privata focalizzata su criptovalute con un portafoglio di aziende come Binance, Block.One, Blockstream, Civic, Messari, Orchid, Spacechain, Tzero e Qtum.

1/ @MatthewRoszak believes blockchain is one of the biggest inventions of our time. A novel software network platform for human innovation.

"lock your door, turn off your phone, and study this technology for a day" pic.twitter.com/8XyJ7Yluvy

— Disruptive Brains (@DisruptiveBrain) May 11, 2022

È forse quello con il profilo più istituzionale nel mondo del settore, al punto da essere presidente della Camera di commercio digitale, la più grande associazione di categoria al mondo. È convinto che la tecnologia non serva solo a far soldi e per questo è nel consiglio di amministrazione di BitGive, una fondazione filantropica con cui i magnati del digitale cercano di mostrarsi più munifici che avidi.

Il suo approccio è forse quello più laico e meno integralista, tanto da aver prodotto il primo documentario dedicato alle criptovalute il cui titolo quanto mai esplicativo suona oggi forse un po' ottimistico:  ‘The Rise and Rise of Bitcoin'. L'età, si sa, è buona consigliera e Roszak sa che non c'è errore peggiore che bruciarsi i ponti alle spalle.

Per questo, oltre a essersi messo a disposizione del Congresso degli Stati Uniti e della  Federal Reservecome esperto di criptolvalute, è attento a corteggiare i big dell'informazione come CNBC , Wall Street Journal, Bloomberg e Financial Times offrendosi come consulente.