L'arrembaggio degli industriali del Nord per la riapertura

La fabbrica è la stessa ma da un giorno all'altro è cambiato il lavoro. Non più abiti da cucire, libri da stampare, borse da confezionare o capi di alta moda, ma mascherine igieniche per proteggersi e proteggere contro il Covid 19. E' la svolta solidale delle migliaia di lavoratori delle aziende che hanno deciso di cambiare produzione, a volte macchinari spesso materie prime, per dare una mano nell'emergenza coronavirus. Una novità anche per Graziella Balbino che dopo 37 anni di drappeggi e pinces a tailleur e pantaloni, si è trovata a cucire mascherine. "Con i guanti il tessuto all'inizio scivolava, ora mi sono abituata e sono orgogliosa di questo progetto", spiega la responsabile dell'atelier di Alba del gruppo Miroglio. ANSA/UFFICIO STAMPA MIROGLIO (Photo: Ansa)

I telefoni iniziano a bollire la mattina presto. Come avviene da una settimana, ma questa volta è un ultimatum ad esplodere: “Ora basta, stiamo morendo. Dobbiamo alzare i toni”. Decine di imprenditori del Nord, quello che genera il 45% del Pil e però chiuso e dilaniato dal virus come nessun altro. Ecco dove monta la protesta. Dall’altra parte dei telefoni i presidenti di Confindustria Lombardia, Veneto, Piemonte e Emilia-Romagna. Il messaggio viene raccolto. Parte un giro di telefonate tra i vertici delle quattro territoriali. A metà pomeriggio l’arrembaggio al governo: bisogna riprendere a produrre, in maniera ordinata e sicura, ma occorre farlo il prima possibile perché il rischio è che “l’Italia spenga definitivamente il motore”. Messaggio contro il governo e prima ancora contro Confindustria nazionale che sta trattando con Conte sulla fase due.

Quello che dice il documento degli industriali del Nord è la volontà di rompere la nebulosità che avvolge la grande questione che il governo si trova a dover risolvere entro cinque giorni. Il 13 aprile scade la proroga della serrata e da palazzo Chigi non è arrivata una decisione chiara sul che fare. La strada è quella di un allungamento del lockdown per altre due settimane, ma il calendario delle imprese non coincide. Nei tempi e a maggior ragione nei contenuti. Perché se palazzo Chigi pensa al massimo a un ritocco della lista delle attività rimaste aperte, includendo qualche fabbrica legata alle filiere essenziali, la prospettiva del mondo produttivo è molto più larga. È la richiesta di uscire dalla “logica dei codici Ateco”, quelli contenuti nell’elenco delle fabbriche e delle attività autorizzate all’apertura anche durante il blocco dell’ultimo mese. 

Ma c’è un secondo messaggio che gli imprenditori del Nord rovesciano sul tavolo dell’esecutivo. Avvicinano lo scenario del dopo, gli danno un’identità ancora più precisa e quindi allarmante. Il concetto viene esplicitato in un passaggio del documento: “Prolungare il lockdown significa continuare a non produrre, perdere clienti e relazioni internazionali, non fatturare con l’effetto che molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese”. In tre parole: tracolli di fatturato, chiusure, licenziamenti. È la massima tensione possibile che si può scaricare su chi ha in mano il potere di decidere. 

Ma torniamo a metà pomeriggio, quando i presidenti delle quattro territoriali di Confindustria decidono di alzare il tiro. Il documento non viene concordato con il vertice nazionale di viale dell’Astronomia. A Roma tutti sono tenuti all’oscuro. Eccolo il terzo messaggio del documento. Questa volta il destinatario è Confindustria nazionale. Lo strappo del Nord finisce inevitabilmente per indebolire l’associazione degli industriali nella sua interezza e quindi anche nella sua possibilità di incidere sulle decisioni della catena di comando del Paese. Perché chi ha in mano quasi la metà della ricchezza del Paese non è una sparuta minoranza o una fronda di ribelli di cui si può non tener conto.

Anche qui, questa volta internamente, i tempi non sono allineati. Il Nord si sfoga per prima perché la pressione è più alta e soprattutto non è più sostenibile. Ma a Roma, Vincenzo Boccia e i suoi fedelissimi stanno lavorando con il governo. In una modalità più silenziosa. Non per questo meno incisiva. Gli umori in casa Confindustria sono gli stessi per tutti. Tutti, cioè, vogliono riaprire, seppure in modo graduale e avendo come stella polare la tutela della salute dei lavoratori. Ma un conto sono un documento, le parole durissime, l’incresciosa prospettiva futura posizionata all’oggi. E un altro è il dialogo. Quello che Boccia sta tenendo su con il premier e i ministri coinvolti nella partita. I contatti sono frequenti da alcuni giorni e tutti focalizzati a capire come si può ripartire. 

Il come Confindustria l’ha immaginato, ma è evidente che a decidere è il governo. Per questo la prima richiesta a palazzo Chigi è una road map che dica, punto per punto, come bisogna procedere con la riapertura. Il primo step è dietro l’angolo, è il 13 aprile. E poi c’è la questione più larga della fase due. Qualcosa è cambiato nella strategia degli industriali e l’hanno anticipato gli imprenditori del Nord. La prospettiva non è più quella dell’aggiungere un paio di attività a quelle aperte, non è più un ragionamento per settori da rimettere in moto. Quello a cui si punta è la riapertura della cosiddetta catena del valore e di tutte le imprese che sono impegnate nell’export. Sempre gli imprenditori del Nord lo dicono da almeno due settimane: i mercati non si adeguano al protocollo del lockdown italiano se molti Paesi - europei innanzitutto e Germania in testa - stanno tenendo le fabbriche aperte. Le commesse e gli ordini lasciano l’Italia e vanno lì. 

Questo è quello che Confindustria pensa. Ma sul cronoprogramma degli industriali pende l’incognita di quanta autonomia il governo vorrà prendersi nella sua decisione. Ne sanno qualcosa i sindacati, che al momento non hanno contatti con il governo tanto che hanno dovuto scrivere una lettera a Conte, chiedendo di essere convocati per capire cosa vuole fare il governo dopo Pasquetta. Le aziende bloccate che stanno chiedendo ai prefetti di ripartire sono 71mila. Alcune, con il via libera degli stessi prefetti, hanno riaperto o sono in procinto di farlo. Il problema della sicurezza dentro le fabbriche, dalle mascherine in giù, è un problema che è già montato, ancora prima della decisione del governo sulla serrata. La Cisl parla della protesta del Nord come di “questioni vere”, ma chiede una ripartenza sicura. La Cgil chiede che sia il governo ad assumersi la responsabilità di decidere, ma insiste sul fatto che la riapertura deve essere davvero contingentata e soprattutto i lavoratori vanno tutelati non solo con le mascherine, ma anche con gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito. Ma i sindacati, oggi, sono fuori dalla partita. Spingono per rientrarci. Anche per loro ci sono solo cinque giorni di tempo. 

 

 

 

 

 

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