L'arte che resiste è nata per caso: ovvero la “repubblica delle invenzioni” di Jules-Louis Breton

Giuseppe Fantasia
·Journalist
·7 minuto per la lettura
MAST (Photo: MAST)
MAST (Photo: MAST)

Un nuovo lockdown è (forse) alle porte, ma in un’epoca di incertezza e confusione come questa, fin quando si potrà, cercate di visitare un museo, sempre distanziati e sempre con la mascherina, è bene ribadirlo. Bologna reagisce tenendo aperto uno dei suoi spazi più innovativi, curiosi e d’avanguardia, il MAST - la Fondazione dedicata alla manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia che fino al 3 gennaio del prossimo anno, Covid permettendo, proporrà al pubblico la mostra “Inventions” curata dalla storica della fotografia Luce Lebart in collaborazione con Urs Stahel.

MAST (Photo: MAST)
MAST (Photo: MAST)

Una mostra ‘nata per caso’, ci è venuto da pensare dopo che l’abbiamo vista, ma più che la mostra - che ne è una conseguenza – ad essere ‘nate per caso’ sono proprio quelle fotografie che la compongono e che altro non sono che le foto scattate dal Sous-sécretariat d’Etat aux inventions Jules-Louis Breton che, nel bel mezzo del primo conflitto mondiale, decise che le migliaia di invenzioni proposte all’Office National des Inventions di Parigi dovessero essere catalogate.

Ecco, quindi, una scopa di gomma, più in là troviamo dei guanti per lavare i piatti e una maschera antigas purtroppo più attuale che mai. Nella stanza accanto c’è una lavatrice e poco distante quattro foto di uomini e ragazzi eleganti che hanno in mano un’aspirapolvere. Nessuno di loro è in posa per mostrare sé stesso, ma solo per far conoscere – e, possibilmente - apprezzare il suo oggetto, la sua invenzione. Tra il 1915 e il 1938 furono così catalogate migliaia di invenzioni formate dagli oggetti più disparati, alcuni belli, altri meno, ma comunque resi affascinanti proprio da quegli accostamenti inattesi.

Grazie a Breton, quelle foto andarono a formare nel loro insieme una sorta di “repubblica delle invenzioni”, un “laboratorio virtuale” capace di svelare quelli che potevano essere, ad esempio, i meandri di un progresso tecnico, ma soprattutto finirono con l’avere un ruolo amministrativo e pedagogico, un ruolo d’informazione e di dimostrazione (se non addirittura di pubblicità) che continuò fino alla chiusura di quel celebre ufficio, sicuramente all’avanguardia non soltanto nel nome.

Fiera economia domestica, Marie Mécanique di F. Bernard, 1936 (Photo: MAST)
Fiera economia domestica, Marie Mécanique di F. Bernard, 1936 (Photo: MAST)

A distanza di tutti questi anni anni, alcune di quelle fotografie - assieme ad altre
provenienti dall’Archive Modern Conflict di Londra – le trovate nel bel museo bolognese dove il fascino di quei pezzi così diversi e uniti insieme è accentuato dalla loro obsolescenza e davvero importa poco se alcuni hanno perso lo scopo per il quale erano stati creati o se non ne hanno mai avuto uno. “Quel che conta è che in tutte quelle fotografie in bianco e nero gli oggetti siano privi di finalità”, ci spiega Stahel. “È come se diventassero delle sculture che appaiono combinazioni di forme, consistenze e materiali. Stanza dopo stanza è tutto un susseguirsi di invenzioni che vanno dagli oggetti usati per sopravvivere in tempi di crisi ai dispositivi per godere di una migliore qualità della vita in tempo di pace”.

Guanti di gomma, 1920 circa (Photo: MAST)
Guanti di gomma, 1920 circa (Photo: MAST)

Ad attirare la nostra attenzione, all’ingresso, è la foto di un uomo che tenendo in
mano un uovo sembra porsi la fatidica domanda “prima l’uomo o la gallina?”, una
domanda che si era già chiesta, secoli prima, Aristotele e poi, a seguire, Tommaso d’Aquino, Diderot, Darwin e tanti altri, accendendo così un dibattito non da poco che dura ancora oggi. A guardarla più da vicino, noterete anche voi che l’uomo, in realtà, non sta esaminando l’uovo, ma un cerchio nero sulla base del portauovo.

Si tratta del “Miroeuf” di Victor Mendel, un’invenzione grazie alla quale è possibile stabilire all’istante il grado di freschezza dell’uovo stesso. “Il contenitore in alluminio ha uno specchio leggermente inclinato e visibile attraverso un foro circolare che scruta a sua volta l’osservatore secondo un principio che ricorda quello della macchina fotografica”, leggiamo nella rivista “Recherches et Inventions” di quell’anno (1923) – che è il seguente: “l’uovo è attraversato da raggi luminosi che colpiscono lo specchio e il grado di freschezza è indicato dalla luminosità dell’uovo”. Un’immagine che dimostra e pubblicizza quel prodotto allo stesso tempo e che, grazie alla luce particolare che ha, valorizza e rende attraente l’invenzione stessa.

Torretta osservazione uccelli e velivoli dei Breton, 1930 (Photo: MAST)
Torretta osservazione uccelli e velivoli dei Breton, 1930 (Photo: MAST)

Da non perdere, come già anticipato, le foto dedicate all’aspirapolvere – o meglio – alla scopa elettrica che si farà conoscere solo negli anni successivi, ma già all’epoca, c’era questa voglia di fare in qualche maniera ‘piazza pulita’, perché comunque essa evocava un’idea di pace e di ricostruzione. Spazzare via il passato è la condizione essenziale per ricostruire e la polvere era – ed è - vista come un “nemico” da togliere magari con la scopa elettrica, già all’epoca più efficace di quella normale, ma c’era chi credeva solo in quest’ultima.

Alla Fiera delle Arti Domestiche, Francis Bernard presentò il simbolo di quella novità, la figura di “Marie Mécanique” (1936), ricca di sense of humour che è poi il trait d’union che accomuna tutte queste fotografie e che emerge soprattutto quando gli scatti coinvolgono figure umane messe a confronto con gli oggetti allo scopo di spiegarne le modalità di utilizzo. Basta guardare “Dispositivo di ascolto per la sorveglianza a terra” in cui è ritratto un uomo in piedi con in mano un apparecchio di monitoraggio acustico del terreno. È uno strumento simile a uno
stetoscopio gigante i cui auricolari, infilati nelle orecchie dell’uomo, sono connessi attraverso un cavo al rilevatore posizionato a terra.

La particolarità sta tutta in quell’uomo che è ripreso nell’atto di ascoltare il terreno, proprio come fa il dottore con i battiti del cuore di un paziente. Una situazione a dir poco paradossale, perché l’ambientazione prescelta per lo scatto è in contrasto con la finalità dello strumento, concepito originariamente per localizzare ordigni in un campo minato. Impossibile non sorridere, ma sarà solo un bene, visto il periodo.

Fotografie speciali, non c’è che dire e che, sebbene siano state prodotte senza intenzioni artistiche e non siano firmate, hanno in realtà innegabili qualità estetiche avendo quello che si può definire a tutti gli effetti uno stile fotografico. Un invito a esplorare sia l’archeologia della società dei consumi, sia la preistoria visiva dell’istituzionalizzazione della ricerca. Peccato per le didascalie che spiegano il tutto (alla Galleria Nazionale di Roma, ex GNAM, la mitica Cristiana Collu le ha tolte da quattro anni, ma lei è avanti) rompendo quell’incantesimo, ma vi basterà non leggerle.

Cingolato del signor Caufer               (Photo: MAST)
Cingolato del signor Caufer (Photo: MAST)

Continuando il percorso nell’altra ala del museo, non perdete poi l’esposizione dei lavori del sesto concorso fotografico “Mast Photography Grant on Industry and Work” dedicato ai talenti emergenti selezionati tra quarantadue candidati provenienti da tutto il mondo che al MAST hanno sviluppato un progetto originale e inedito. Davvero particolare l’uomo senza volto e la macchina coperta di neve che sembra averne uno di Aapo Hhuta.

Nei suoi lavori è solito esplorare il mondo dell’Intelligenza Artificiale sollevando non pochi dubbi sulle modalità di implementazione dei software mentre Alinka Echeverria guarda alla quarta rivoluzione industriale ricostruendo le storie di tre donne del passato, pioniere nel campo dell’industria cinematografica e dell’informatica.

Se Chloe Dewe Mathews mostra poi i danni ambientali delle coltivazioni intensive nei polytunnel (le strutture in plastica che ricoprono quattrocento chilometri quadrati di superficie terrestre per consentire di produrre ortaggi tutto l’anno), Maxime Guyon usa il mezzo fotografico al massimo delle sue potenzialità per restituirci gli aspetti tecnologici e le alte prestazioni degli aerei e Pablo López Luz fotografa le vetrine dei negozi di abbigliamento in America Latina che resistono all’omologazione imposta dall’industria globale della moda e porta la riflessione sul paesaggio urbano quale luogo privilegiato per cogliere le trasformazioni sociali e culturali. Il bello è tutto lì, ma dopo un’ora (questo è il tempo di visita consentito), vi toccherà uscire fuori.

Dispositivo di ascolto (Photo: MAST)
Dispositivo di ascolto (Photo: MAST)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.