L'asse Pd-5s blinda le nomine di Agcom e Privacy. I renziani fuori dalla porta

Italy's Prime Minister Giuseppe Conte (L) shakes hand with Italy's Culture minister Dario Franceschini (R) and Italy's Health Minister Roberto Speranza (Bottom R) as Italy's Foreign Minister Luigi Di Maio (Top C), Italy's Minister of Regional Affairs Francesco Boccia (Bottom C) and Italy's Secretary of the Council of Ministers Riccardo Fraccaro (Bottom L) look on after Conte delivered a speech on September 9, 2019 during the new government confidence vote at the lower house of parliament in Rome. (Photo by Andreas SOLARO / AFP) (Photo credit should read ANDREAS SOLARO/AFP via Getty Images) (Photo: ANDREAS SOLARO via Getty Images)

Lo schema di gioco è arrivato al momento clou, quello finale, e dice questo: martedì in Parlamento votiamo insieme i miei e tutti e due diciamo sì ai tuoi. Dove per miei e tuoi si intendono i candidati che Pd e 5 stelle stanno scegliendo in queste ore per chiudere la partita delle nomine di Agcom e Garante per la privacy. I renziani sono alla porta. Nei corridoi di Montecitorio una fonte di governo autorevolissima si lascia sfuggire la questione: “Italia Viva è infuriata perché è stata tenuta fuori da questo giro, non è al tavolo e vorrebbe esserci”. Eccolo l’altro corno della fibrillazione che preme sulla maggioranza già sconquassata dall’affaire prescrizione. Una tensione che è destinata a durare almeno fino a fine marzo, quando la partita delle 400 nomine in ballo toccherà il suo apice in termini di peso delle poltrone.

La tornata delle nomine per la composizione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e del Garante per la Privacy ha una regia politica precisa. Riccardo Fraccaro, insieme a Stefano Buffagni, per i 5 stelle, e Dario Franceschini per i dem, stanno lavorando per chiudere il cerchio nel fine settimana: un commissario Agcom a testa, un componente del Garante per ognuno. E intesa anche sul nome del presidente dell’Authority, che sarà un nome di garanzia. D’accordo anche nel non calpestarsi i piedi su chi dovrà essere il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali. L’importante - è il ragionamento - è non lasciarlo alle opposizioni. Il presidente, infatti, è il componente più anziano dei quattro membri eletti dal Parlamento (due spettano alle opposizioni). Si cerca un profilo in tal senso perché il rischio c’è. A dicembre il nome che si faceva in Parlamento era quello di Ignazio La Russa. Significa consegnare la poltrona a Fratelli d’Italia. 

I grillini hanno una rosa di candidati e arriveranno a scegliere i due nomi già sabato, a margine della piazza sui vitalizi. Il Pd è in fase avanzata e pronto a dare i suoi nomi in tempo utile per la seduta di Camera e Senato in calendario tra quattro giorni. I renziani non pervenuti. Fonti del partito insistono nel dire che le nomine non sono cruciali perché altrimenti non si sarebbe portata la tensione sulla prescrizione fino a sfiorare la crisi di governo. Ma poi è arrivata la decisione di votare la fiducia al decreto Milleproroghe, il provvedimento sul quale hanno provato il blitz. E le acque non si sono calmate. Un esponente di governo dei 5 stelle è pronto a giurare sul suo ragionamento: “Renzi non apre la crisi fino a quando non si fanno le nomine di maggio”. Parliamo dell’artiglieria pesante: Eni, Enel, Poste, Leonardo, Enav.

Che le nomine siano il collante che tiene ancora in piedi una maggioranza ridotta a brandelli sul fianco renziano non è storia di oggi. Quello che è intervenuto rispetto a una traccia data per assodata, cioè la spartizione, è che i renziani sono rimasti fuori. Alla tornata precedente sono riusciti a incassare il ritorno di Ernesto Maria Ruffini all’Agenzia delle Entrate. Un fedelissimo di Renzi dai tempi della prima Leopolda, un uomo di fiducia che lo stesso leader di Italia Viva aveva voluto a Equitalia quando era premier. Ma Ruffini era un uomo voluto anche dal Pd e i grillini hanno detto sì perché nella spartizione a loro è toccata la poltrona delle Dogane con Marcello Minenna. Perché questo schema non si è ripetuto? La stessa fonte dell’esecutivo che ha raccolto l’irritazione dei renziani rivela a Huffpost che a cambiare è stato l’equilibrio interno allo schema di gioco. Quando i renziani si staccarono dal Pd, i grillini e i dem si misero d’accordo sul fatto che la discussione sulle nomine doveva procedere con due poli, rappresentati appunto dai due partiti. La quota renziana, in altre parole, doveva essere frutto di una trattativa con il Pd, da portare poi al tavolo generale con i 5 stelle. Le nomine di Agcom e Privacy sanciscono invece una blindatura da parte dell’asse tra il Pd e i pentastellati. 

Da qui la tensione che si sta generando in queste ore. Il fiato sul collo dei renziani è forte, almeno a quanto dicono nei capannelli che si formano in Transatlantico. Così come è forte la consapevolezza che lo schema dovrà ritornare all’assetto iniziale in occasione della tornata di fine marzo. Le assemblee chiamate alla conferma o al rinnovo dei consigli di amministrazione sono già in calendario. Poste il 16 aprile, Terna il 27 aprile, Enav il 5 maggio, Eni il 13 maggio, Enel il 14 maggio. Le liste dei confermati o dei sostituti vanno presentate con un anticipo di 40 giorni. Qualcosa si sta già muovendo. Pd e 5 stelle sono uniti nell’instradare le valutazioni verso la riconferma di Matteo del Fante a Poste. Il manager ha dalla sua la performance dell’azienda e il fatto di aver gestito bene una parte importante della macchina del reddito di cittadinanza. Chi balla è Francesco Starace all’Enel. I due partiti ne stanno facendo una questione di prospettiva industriale. La partita della fibra viene spinta verso l’operatore unico, cioè Tim, e in questo senso le idee e le prospettive di Starace potrebbero risultare non coincidenti e quindi propedeutiche a un cambio. Chi non sarà della partita di questa tornata sarà sicuramente Fabrizio Palermo, che rumors di palazzo vorrebbero in uscita da Cassa depositi e prestiti. Gli ottimi rapporti con il governo, a iniziare dal Tesoro, e la performance che la Cassa sta registrando da quando è in sella sono gli elementi che spingono il governo a non pensare a un suo trasferimento. Ma nella partita più importante, quella di primavera, i renziani non vogliono restare alla porta. Un alto rappresentante dem che si occupa del dossier delle nomine lo confessa serenamente: “Inutile pensare che potremmo fare senza di Renzi”. 

 

 

 

 

 

 

 

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