L'Assemblea dell'Onu ha condannato il Myanmar per le violenze ai Rohingya

Cecilia Scaldaferri

L'Assemblea generale dell'Onu ha approvato una risoluzione di condanna nei confronti del Myanmar per violazione dei diritti umani dei Rohingya e di altre minoranze. Tra gli abusi, arresti arbitrari, torture, stupri e morti durante la detenzione. La mozione è passata con 134 voti a favore, 9 contrari e 28 astenuti; l'Assemblea ha esortato le autorità birmane ad adottare misure urgenti per combattere l'incitamento all'odio contro la minoranza musulmana negli Stati nord-orientali di Rakhine, Kachin e Shan.

Paese a maggioranza buddista, il Myanmar ha sempre considerato i Rohingya 'bengalesi' provenienti dal Bangladesh e dal 1982 ha negato loro la cittadinanza, rendendoli apolidi e negando loro libertà di movimento e altri diritti fondamentali. Nell'agosto 2017, le forze armate hanno lanciato una campagna repressiva contro miliziani Rohingya, con uccisioni e stupri: oltre 700 mila persone sono scappate nel vicino Bangladesh per evitare la furia dei soldati birmani.

Nell'approvazione del bilancio Onu per il 2020 pari a 3,07 miliardi di dollari, l'Assemblea generale per la prima volta ha incluso fondi per indagini su crimini di guerra in Myanmar; i finanziamenti sono passati da versamenti volontari dei Paesi al bilancio del segretariato con contributi obbligatori. L'ambasciatore del Myanmar all'Onu, Hau Do Suan, ha denunciato la risoluzione, definendola "un altro classico esempio di doppio standard sull'applicazione selettiva e discriminatoria delle norme sui diritti umani" progettato per "esercitare una pressione politica indesiderata sul Myanmar". Di recente, all'Aja la leader birmana e premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, aveva negato le accuse.