"L'astensionismo affonda la destra. Il vero vincitore non ha partecipato: è Draghi"

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Comunali (Photo: Ansa/HP)
Comunali (Photo: Ansa/HP)

Un crollo patologico e asimmetrico dell’affluenza, a danno esclusivo del centrodestra. La sconfitta di quel ‘vecchio’ Movimento 5 Stelle che ha subìto la leadership di Giuseppe Conte, e in particolare dei gruppi vicini a Davide Casaleggio e ad Alessandro Di Battista. Un problema enorme di rappresentanza del Nord che sembra aver voltato le spalle a Matteo Salvini senza tuttavia lanciarsi tra le braccia di Giorgia Meloni. E un solo “vincitore”, l’unico che a queste elezioni comunali non si è presentato: Mario Draghi. Sono i messaggi più forti che arrivano dalle urne, secondo il politologo e già coordinatore dell’Istituto Cattaneo di Bologna Marco Valbruzzi. Un voto segnato da un primo dato eclatante: il crollo della partecipazione dell’elettorato che ha visto il suo record negativo, fermandosi al 54,6 degli aventi diritto. In pratica, un elettore su due ha deciso di non andare a votare. Le principali città chiamate a rinnovare i consigli comunali e a eleggere il loro nuovo sindaco hanno fatto registrare l’astensione più alta di sempre: a Roma, Torino, Milano e Napoli si è recato alle urne meno del 50% dei cittadini, a Bologna solo il 51%.

“Il calo dell’affluenza è un dato eclatante”, dice all’HuffPost Valbruzzi, “quando c’è un crollo del genere, con un tasso di partecipazione inferiore al 60%, una democrazia funziona meno efficacemente: se un calo dell′1-2% era da considerare fisiologico, una perdita di circa il 7% è senza dubbio patologico”. Un triste primato, secondo il docente di Scienze Politiche alla Federico II di Napoli, tutto da addebitare alla coalizione del centrodestra: “Sono i partiti che la compongono a essere i principali responsabili dell’alto tasso di astensione, per la mancanza di alternative valide e di scelte adeguate dei candidati. L’origine e la conseguenza della mancata partecipazione sono riconducibili alle decisioni, o meglio alle indecisioni, dei partiti di centrodestra. In tutte le principali città si vede a una smobilitazione asimmetrica dell’affluenza, tutta a danno dei partiti guidati da Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi”. Ed è un processo in chiara controtendenza rispetto agli ultimi otto, dieci anni, quando l’astensione segnalava generalmente una disaffezione degli elettori verso il centrosinistra.

Nella Capitale il candidato del centrodestra Enrico Michetti si avvia a vincere il primo turno con il 30%, tenendo a lievissima distanza Roberto Gualtieri, candidato Pd, col 28% circa. Da Roma però arriva il primo messaggio nazionale, ed è destinato alla sindaca uscente Virginia Raggi: “Cinque anni fa”, spiega Valbruzzi, “la sindaca ha incarnato il simbolo di un nuovo processo politico, il radicamento del Movimento 5 Stelle nei territori”, insieme a Chiara Appendino a Torino. “Oggi quel radicamento è scomparso. Per questo la sua oltre a essere elettorale è anche una sconfitta politica, soprattutto per una parte del M5S, meno per il suo nuovo leader Giuseppe Conte che si è speso molto di più su Bologna e soprattutto su Napoli”. Secondo il politologo quello che arriva da Roma è un chiaro messaggio diretto a quel “gruppo grillino che ha subìto la leadership di Conte, e mi riferisco in particolare all’area che fa riferimento a Casaleggio o a Di Battista”.

Per vedersi riconfermata, Raggi avrebbe dovuto consolidare i consensi tra quei ceti che nel 2016 l’avevano fatta approdare al Campidoglio: “L’unica possibilità che aveva la sindaca uscente di arrivare al ballottaggio era nell’irrobustire il voto nelle periferie della Capitale, che non sono solo geografiche ma pure periferie sociali. Il voto odierno ci dice invece questo: le aree popolari l’hanno abbandonata”, afferma il politologo della Federico II. A Roma il dato definitivo dell’affluenza è del 48,8%, otto punti in meno rispetto al 57% del 2016, quando si era votato nel corso di una sola giornata. I territori che hanno visto una minore partecipazione sono le aree più disagiate: il Municipio VI (42,8%) - quello di Tor Bella Monaca e Torre Angela - e il Municipio XV, la zona di La Storta e la Cassia (45,5%). Partecipazione contenuta anche sul litorale di Ostia con il 46,7%, dove pure la Raggi ha speso molto del suo capitale politico durante il suo mandato. L’affluenza maggiore è stata registrata nel Municipio II, quello che va dai Parioli a San Lorenzo, con il 56,6%.

“Si tratta di un’area dell’elettorato che rispetto a una offerta politica variegata ha deciso di non recarsi alle urne. Un vuoto di rappresentanza che però nessuno è riuscito a conquistare”. Né Michetti, né Gualtieri né tantomeno Calenda. Seppur sconfitta, Virginia Raggi può ancora giocare un ruolo determinante in vista del ballottaggio. Il candidato del centrosinistra Roberto Gualtieri ha già affermato che nei prossimi giorni si appellerà agli elettori della sindaca uscente e di Calenda. “Ma il risultato del ballottaggio dipenderà soprattutto dal voto di quei quartieri in cui i grillini hanno perso meno consensi”, dice Valbruzzi, “e solo in parte minore dall’orientamento dei sostenitori di Calenda che in sé ingloba una percentuale di consenso di destra”. Secondo il politologo, l’ex ministro dell’Economia del Governo giallorosso affrontava una doppia sfida, che può dirsi vinta: “Da un lato non doveva deludere e anzi riconquistare parte dei consensi nelle aree popolari e periferiche della Capitale che in passato il Pd aveva perduto; e dall’altro doveva tenere nelle cosiddette “ztl” di fronte alla forte competizione che lì gli muoveva Carlo Calenda. Oggi Gualtieri, sebbene indietro al primo turno, si trova in una posizione avvantaggiata in vista del ballottaggio perché è colui che può ampliare di più il suo bacino elettorale al secondo turno”.

La vittoria a Milano dell’uscente Beppe Sala è “evidente ma ‘pompata’, come detto, dal calo asimmetrico dell’affluenza nel centrodestra. Avrebbe vinto ugualmente ma difficilmente si sarebbe visto riconfermato con questo distacco percentuale se dall’altro lato ci fosse stato un candidato più convincente”. Ma il dato che arriva dal capoluogo lombardo è un altro, a detta del politologo: ”È il restringimento elettorale della Lega Nord, quella storica come si chiamava un tempo, che a Milano è molto lontana persino dal 15% come lista di partito”. Basti pensare che alle Regionali del 2018, nel capoluogo della Lombardia, il partito guidato da Matteo Salvini aveva ottenuto il 18% e alle Europee del 2019 più del 27%. “Un elemento che segnala l’indebolimento della leadership di Salvini a livello nazionale, mostrando un’insofferenza e un distacco verso l’offerta politica del Carroccio nei suoi territori ‘tradizionali’”.

Un trend che si sostanzia anche nei voti di Bologna e Torino, dove si vede un sorpasso nei consensi di Fratelli d’Italia a danno della Lega: “Questo è un dato nazionale senza ombra di dubbio, anche perché mostra come - diversamente dalla coalizione giallorossa - la competizione interna nel centrodestra sia stata dannosa per i suoi componenti. Come se il partito di Meloni e quello di Salvini si fossero contesi lo stesso elettorato. Al centronord il problema della destra ora è sotto la luce del sole, c’è un problema di rappresentanza, e questo è un altro dei messaggi netti che arrivano dalle urne”.

Secondo Valbruzzi invece quelli di Napoli e Bologna sono risultati che rafforzano a livello nazionale “la costruzione di un nuovo bipolarismo. Da questo punto di vista l’esperimento di Conte e Letta sembra aver funzionato. A Bologna il M5S è scomparso, con un riflusso dei suoi consensi verso la casa madre, per così dire, il Partito Democratico”. A Napoli invece, sostiene il docente, si vede una “dinamica di successo” ancora più forte, “soprattutto per l’ex premier Conte, e tutta da spendere sul piano nazionale”. Nel capoluogo campano, infatti, i grillini tutto sommato hanno tenuto col 9% dei consensi circa.

Tuttavia, il vero vincitore di questa competizione elettorale non è né Enrico Letta (peraltro vincitore nel collegio uninominale di Siena e quindi neodeputato dem) né il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, ma colui che a queste elezioni non si è presentato: il premier Mario Draghi. “Sì, perché con questi risultati elettorali gli eventuali scossoni per la tenuta della maggioranza che si potevano ipotizzare alla vigilia sono stati scongiurati”, sostiene Valbruzzi. “La coalizione giallorossa, quella che appoggia in maniera più convinta l’esecutivo guidato dall’ex banchiere centrale europeo, è uscita dalle urne molto rafforzata. Mentre nel centrodestra il risultato è stato così deludente da non incentivare nessuna delle forze che sostengono la maggioranza, e in particolare la Lega, a favorire la caduta del Governo Draghi e il voto anticipato”.

Vince quindi colui che alle urne non c’era ed è un dato che riporta il discorso su queste Comunali al punto di partenza, ovvero al crollo dell’affluenza: “Perché la presenza del ‘convitato di pietra’ Draghi ha quasi messo la museruola ai partiti, non del tutto liberi di attaccarsi e dare vita a una competizione elettorale senza esclusione di colpi, dal momento che a livello nazionale, a Roma, sono seduti tra gli stessi banchi della maggioranza e alleati di governo. La figura ‘invisibile’ del presidente del Consiglio, in altre parole, ha innescato una sorta di compressione delle dinamiche elettorali di cui si può dire è l’unico ad averne tratto beneficio”, conclude Valbruzzi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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