L'asticella di Conte

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(Photo: Vincenzo Izzo via Getty Images)
(Photo: Vincenzo Izzo via Getty Images)

C’è chi vedrà il bicchiere mezzo pieno, anzi pienissimo, tendente all’orlo, chi mezzo vuoto, anzi vuotissimo, due gocce d’acqua dentro. I primi, Giuseppe Conte e i contiani, aspettano le amministrative sperando di parare agilmente il colpo della prima tornata elettorale con il nuovo leader; i secondi, quella non trascurabile parte di Movimento critica con la nuova monarchia illuminata, sono pronti a rimarcare i vuoti lasciati nelle urne rispetto alle amministrative del 2016 e le politiche del 2018. Entrambi poi sanno perfettamente che la vera partita si gioca al secondo turno, sugli apparentamenti possibili, ma affatto certi, con i candidati di centrosinistra, soprattutto a Torino e Roma qualora Valentina Sganga e Virginia Raggi rimanessero fuori dai ballottaggi. Sulla linea di demarcazione che vede da un lato la costruzione organica di un centrosinistra e sull’altro la brusca archiviazione di un’era che quando iniziò costituì le basi del M5s di governo. Perché sia Virginia Raggi sia Chiara Appendino lo hanno detto chiaro e tondo: allearsi con il centrosinistra mai, non nel loro nome almeno. Farlo vorrebbe dire buttare un bel macigno nelle acque mai tranquille di un Movimento in cerca di identità.

Conte da par suo ha messo nel mirino Bologna e soprattutto Napoli. Lo ha detto chiaramente, in quelle due città ha costruito le impalcature politiche che si presentano al voto, da quelle due città si aspetta i risultati che gli devono consentire di non finire ammaccato dopo lo spoglio di lunedì pomeriggio.

Nel capoluogo partenopeo si gioca la partita più grossa. C’è un candidato in comune con il Partito democratico, un caso unico nelle grandi città. È un profilo civico, di quelli che tanto piacciono ai 5 stelle, non è del partito ma la tendenza è più pentastellata che non dem. Gaetano Manfredi, ex ministro dell’Università nel Governo giallorosso, ha buone possibilità di spuntarla, Conte è pronto a cavalcarne il successo facendone il simbolo del laboratorio che vuole costruire nei prossimi mesi in vista delle elezioni politiche. Ma c’è di più.

Il problema dell’entourage del professore è quello di trasformare il consenso personale del premier in schede infilate nell’urna per il Movimento 5 stelle, trasferimento che ancora soffre di un importante iato tra i consensi che riscuote l’ex premier e le intenzioni di voto per il M5s. Sarà un’operazione difficile, e per questo si guarda molto a Napoli come un test, nel quale l’asticella è fissata al fare del Movimento la prima lista in città. Difficile, non impossibile, un segnale che serve anche per dimostrare che il Sud è ancora quel granaio che può issare il partito su percentuali stratosferiche, proprio come tre anni fa.

Diverso il discorso di Bologna, dove i 5 stelle hanno inserito la loro lista nell’elenco di quelle che appoggiano il candidato dem, Matteo Lepore. Un appoggio agli alleati e non una corsa su un nome comune, dunque, un percorso costruito negli anni dal plenipotenziario in città, Massimo Bugani. In Emilia l’obiettivo è di rialzarsi dalle percentuali modestissime degli ultimi anni, magari per essere decisivi nell’affermazione di Lepore al primo turno, per poi riscuotere il dividendo in giunta.

Altrove il piatto langue, e non poco. Negli ultimi sondaggi pubblicati la fotografia era chiara: l’era Raggi e Appendino è probabilmente destinata a non avere un bis, a Milano si va verso il magro raccolto degli ultimi anni. Troppo distante Sganga sotto la Mole, in difficoltà la sindaca uscente a Roma, anche se il distacco da Roberto Gualtieri sembrava in qualche misura colmabile. Un possibile percorso insieme al Pd è stato disgregato sia dalla contrarietà delle due uscenti, sia dal logorante braccio di ferro con Beppe Grillo, che ha impegnato Conte proprio nel periodo caldo in cui un cammino comune sarebbe dovuto essere costruito.

All’interno del Movimento la battaglia per Torino viene data per persa, su quella romana si conserva qualche speranza. Non è un caso che Conte abbia deciso di dividersi per il suo ultimo giorno, un comizio serale nell’ormai consueta piazza di Bocca della Verità insieme a Raggi dopo un pomeriggio passato sotto il Vesuvio. Se i pronostici fossero confermati, la vera partita si aprirebbe dopo. Perché dal Pd aspettano “un segnale” dall’ex premier, almeno una dichiarazione pubblica di sostegno ai propri candidati laddove M5s non fosse presente al ballottaggio. Conte vaglia la possibilità, non sarebbe affatto contrario, conscio tuttavia delle problematiche che la mossa farebbe scattare. Perché c’è tutta un’ala di malpancisti, di riscoperti puristi della prima ora, che guarda a Raggi come possibile contrappeso nel partito delle alleanze dell’avvocato. Dire sì a Gualtieri significherebbe cancellare di fatto gli ultimi cinque anni di governo della città e di gestione dei rapporti con il Pd. E Raggi non potrebbe prenderla benissimo.

Il 4 ottobre dunque in casa 5 stelle si avrà un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, come sempre succede, al netto di sorprese o colpi di scena. La vera partita politica, il primo tassello del futuro, sarà tuttavia questione del giorno dopo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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