Lautaro: "Estate faticosa, ma sono felice all'Inter: il rinnovo arriverà. Lukaku? Veniamo dal nulla, ci capiamo"

Stefano Bertocchi
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Lautaro Martinez si racconta tra Inter, campo, mercato e vita privata in una lunga intervista a SportWeek, settimanale de La Gazzetta dello Sport. L'argentino è partito dall'attesa per la nascita della figlia in arrivo dalla sua Agustina.

Che bel gol, ragazzi!
Lui: "Non vediamo l’ora di vederla. Siamo così contenti… è una cosa meravigliosa e anche i nostri genitori sono felici. Nina sarà la loro prima nipotina".
Lei: "Non ce l’aspettavamo. E all’inizio è stato difficile accettare l’idea: siamo giovani, pensavamo a un figlio, ma più avanti… Ho fatto un test per caso, per essere sicura che non fosse e invece… Quando Lau è tornato a casa mi ha trovata in lacrime, è rimasto scioccato, siamo stati una settimana così…".
Lui: "Dieci giorni sul divano… tramortiti…".
Lei: "Poi dopo la prima ecografia, dopo aver sentito il battito di quel cuoricino, è cambiato tutto. Abbiamo realizzato ed è stato molto emozionante. Il momento è difficile, mettere al mondo Nina in piena pandemia da Covid-19 mi fa un po’ paura, ma non vediamo l’ora di vederla. È la cosa più bella che poteva capitarci".

Che genitori sarete, ve lo immaginate?
Lui: "Sempre presenti, come i nostri. Proveremo a insegnarle quello che hanno insegnato a noi: che la prima cosa è l’umiltà. E a essere sempre generosi con la gente che è generosa. E con chi ha davvero bisogno".
Lei: "Io sono contenta di essere giovane, ci capiremo di più forse. Lui sarà apprensivo e anche severo. È uno molto inquadrato".

Sarà anche geloso, probabilmente.
Lui: "Sicuramente!".
Lei: "Lui voleva un maschio, per giocarci a pallone. E la prima cosa che mi ha detto è stata: 'Femmina, va bene, ma niente fidanzati'".

Ora ridiamo, poi vedremo. Intanto, come hai trascinato Agustina da Mendoza a Milano?
Lui: "Pressing alto via sms".
Lei: "Non è stata una scelta facile: io lì avevo i miei negozi di abiti, la famiglia, gli amici, l’Università. Ho lasciato tutto ma non mi pento, sono felice. Mi ha conquistata la sua sicurezza, la determinazione. Dal giorno uno mi ha detto: 'vedrai che verrai qui, staremo insieme'. E così è stato. Quando ha in testa una cosa, va avanti finché non la ottiene, non si ferma".

Agustina, ti ha detto per caso se vuole lo scudetto dell’Inter?
Lui: "Certo che lo voglio, lavoro per questo, sono qui per questo".

Determinato e...?
Lei: "Forte, generoso, incazzoso ma a casa è cariñoso. E perfezionista, ordinatissimo. Io sono più rilassata".
Lui: "No, no, lei è molto disordinata: tutto buttato…".
Lei: "Ma sto migliorando, lui resta fissato: il suo armadio è perfetto".
Lui: "La cucina anche. Quando prepara la cena, le sto dietro con la spugna a pulire".
Lei: "Ecco, anche un po’ rompiscatole. Vado a cambiarmi!!".

Lau, la famiglia è sempre stata il centro per te.
"Quando sono andato via da casa avevo 16 anni, è stato molto difficile. Adesso sono ancora più lontano dai miei genitori e dai miei fratelli e avere una persona accanto che pensa solo a farmi stare bene è importante. Lei mi dà serenità. I miei li sento tutti i giorni, ogni mattina trovo il buongiorno di mamma sul cellulare".

All’inizio, al Racing, ti mancavano così tanto che stavi mollando tutto.
"Era il 2014, stavo tanto male, piangevo, volevo tornare dai miei fratelli, siamo cresciuti insieme. E poi io già non ci volevo andare…".

Per colpa del Boca Juniors? Dicono che le porte in faccia servano nella vita.
"Servono, ma quando sei così giovane fanno male. Me lo ricordo ancora quel provino: dopo 15 minuti mi dicono che non ho potenza, non ho velocità. Avevo 15 anni, è stato un colpo durissimo. E quando poco dopo si è presentato a casa il Racing, non ne volevo sapere. Volevo divertirmi e basta. Ma per fortuna ho ascoltato mio padre. Lui ha giocato a pallone e tante cose le ha provate prima di me. È la prima persona che sento alla fine di ogni partita".

È a lui che devi dire grazie se sei arrivato qui?
"A lui e a mamma: perché quando non avevamo da mangiare, un piatto non me lo hanno fatto mancare mai. Né quello né la palla. Tutto è grazie a loro e per loro".

Hai più pianto?
"Io non piango tanto, tengo tutto dentro. Agustina mi dice che devo imparare a tirar fuori le emozioni. Ma io tendo a chiudermi, a voler risolvere tutto da solo. Per fortuna lei capisce al volo quando sto male".

Ti guardi mai indietro?
"Sempre. Quello che ho fatto, mi ha portato dove sono. Non lo dimentico".

Eri un bambino come tanti, sei diventato un campione da 100 milioni. Te lo immaginavi?
"Forse non me lo immagino ancora. Nel calcio devi lavorare ogni giorno per migliorarti ed essere decisivo. Io lo faccio da quando ero piccolo. Ero così già da bambino: quando andavo a palleggiare in strada e imitavo Falcao, il mio idolo del River Plate, non tornavo a casa sino a quando non mi riusciva di fare quello che mi ero messo in testa. Anche a scuola ero così".

Eri bravo anche a scuola?
"Sì, ero… intelligente: ascoltavo quello che diceva il prof e mi rimaneva in testa. Così studiavo meno. Avrei voluto fare l’Università, Nutrizione, ma non ho avuto tempo. Ho scelto il calcio".

Per il calcio avevi già scelto di mollare il basket.
"Se non avessi fatto il calciatore, avrei giocato a basket. Come mio fratello Jano. Mi piaceva, ero un play… e forse certi movimenti, le virate, le ho imparate sul quel campo che c’era vicino casa mia. A Bahia Blanca si gioca tanto a basket, grazie anche a Manu Ginobili. Ho messo piede in quel campo per caso, ma mi è piaciuto subito: la mattina andavo a scuola, poi calcio e basket. O viceversa. La sera ero distrutto. Dormivo poco, mangiavo male. Non ero mai a casa. Così mio padre mi ha messo spalle al muro ed io ho scelto il calcio. Sono nato in uno spogliatoio di calcio, seguivo papà anche in trasferta, sempre".

Dove giocava il tuo papà?
"Era un’ala. Ha giocato nel Rosario, nel Racing de Olavarria e nei Liniers, piccolo club di Federal B dove ho iniziato io. Quando ha smesso lui, l’anno dopo ho esordito io. Mi portava al campo e si metteva in porta per farmi tirare. Tutti i giorni. E quando non c’era, giocavo con Alan, mio fratello più grande. Mettevo in porta lui... Io ho fatto l’ala, il difensore ma il portiere mai… Giocavamo sempre insieme".

Dormivate anche insieme, tutti in una stanza.
"Sì, io con Alan. Jano, il più piccolo, nel letto con mamma e papà".

Quando papà non c’era, era nella casa di riposo a fare l’infermiere?
"Certo, doveva fare due lavori, il calcio non bastava a mettere a tavola cinque piatti ogni giorno. Oggi continua a farlo: è felice quando aiuta i nonni della casa di riposo".

Aiutare gli altri fa lo stesso effetto anche a te? Hai comprato ai tuoi una casa più grande. E durante il primo lockdown hai mandato disinfettante e mascherine agli ospedali di tutta Bahia Blanca per vincere il Covid-19.
"Aiutare chi ha bisogno, i bambini, la mia città è una cosa normale. Quella è casa mia, ci torno appena posso. C’è la mia famiglia, la mia gente, mia nonna, i miei amici. Pace, amore".

Mentre tu dalla terrazza di casa tua a City Life arrostivi carne e la spedivi a casa di Lukaku.
"Adoro l’asado e piace anche a Rom. Mi rilassa grigliare in terrazza. Prima di questa pandemia, organizzavamo spesso da me. Tutti insieme. Speriamo di poterlo rifare presto".

Altre passioni?
"Pugb, uno sparatutto, ci gioco con l’ipad. Con Lukaku, per ore".

Siete un bella coppia (anche) tu e Lukaku…
"Con lui sto bene, in campo e fuori. È un bravo ragazzo, parla otto lingue ed è importante questo in una squadra come la nostra. Ed è molto umile. Ha una storia simile alla mia, veniamo dal niente, ci capiamo".

Zanetti parla la tua stessa lingua.
"È stato con me dal primo giorno, non conoscevo una parola di italiano, né Milano. Mi ha dato una maglia importante. Mi ha aiutato tanto".

La tua forza è la fame?
"Secondo me la concentrazione, anche fuori dal campo. Perché quello che fai fuori, dopo lo porti in campo".

E quando non giochi a pallone né all’iPad con Lukaku?
"Sto con Agustina, bevo il mate, parlo con la mia famiglia, lavoro a progetti a lungo o breve termine".

Tipo?
"Progetti familiari, investimenti per il futuro e soprattutto vorrei portare in Europa i nostri genitori".

La serata perfetta?
"Quella in cui segno tre gol, con la mia famiglia allo stadio. E se non sono in campo, sono sul divano: tv, mate e Alma, la mia vita. Ma la serata perfetta sarà quella in cui nascerà Nina, se nascerà di sera".
(Rientra al momento giusto Agustina, dolce ma incisiva). Lei: "Amore, è molto bello quello che hai detto. La mia serata perfetta è diversa, però… A me piace uscire".

Discoteca contro divano. E chi è Alma?
Lei: "Alma è il nostro carlino. Anche per me è una figlia, ma è pur sempre un cane. A volte litighiamo: lui mi fa 'vai via due ore e lasci sola Alma?'. Sì, amore, ancora non è nata Nina! Per uscire, comunque, intendevo… a cena. A ballare non mi ha mai portata. Ci siamo conosciuti in una discoteca di Buenos Aires, tre anni fa. Ma poi a ballare non mi ci ha più portata. Vietato".

Sarà contento Conte. Quanto è esigente?
"Molto. È un allenatore che lavora per migliorarti fisicamente e tatticamente. Per me è stato fondamentale il suo arrivo all’Inter, mi ha fatto crescere tanto. E non voglio fermarmi".

Del resto anche tu sei molto esigente con te stesso. E se qualcosa va storto, se esci dalla Champions, apriti cielo…
"Sono così, sono nato così: voglio sempre giocare, segnare, vincere. Agustina dice che devo godermi di più le cose belle e avere più pazienza quando qualcosa va male. Ma io se sbaglio un gol o se perdo, sto male. Lo so che dagli errori si impara…".

Ma esci dal campo che vuoi spaccare tutto. Per quanti giorni non parli con Agustina?
Lei: "È capace di non parlare per due giorni. Ma sta migliorando…".
Lui: "Sono troppo incazzato nero, dite così? Ma sto migliorando. Prima non parlavo neanche con mio padre".
Lei: "E in questi momenti io devo avere tanta… psicologia: gli preparo qualcosa di buono. E finché non lo fa lui, non si parla della partita".

Un piatto che funziona?
Lui: "Pastel de papa, carne trita e patata gialla. Me lo preparava mia mamma. Agustina è brava, ma la mamma è la mamma".

Discoteca vietata, musica preferita?
Lui: "Il reggaeton".

Ma balli anche?
Lui: "No, no, io no. Agustina è brava a ballare".
Lei: "Non è vero, sa ballare benissimo. Ho i video, ho le prove".

Il giudizio degli altri pesa?
Lui: "Quando ero ragazzino molto. Dopo l’espulsione a Cagliari di un anno fa, ho letto tante cattiverie che ora non apro neanche i giornali. Mi concentro sul lavoro e la mia famiglia".

Chi ti ha comprato le prime scarpe con i tacchetti?
Lui: "Mio padre, delle Penalty nerazzurre. Forse mamma le conserva ancora. Lei soffre più di tutti la mia mancanza, ma è anche felice: sto realizzando il mio sogno, gioco a calcio e vivo di questo. Ma… a casa c’è ancora il mio letto, i miei vestiti, il mio profumo. C’è anche la macchina, l’Audi A1 comprata quando ero al Racing. Non la fa usare neanche ai miei fratelli. È lì ferma, che mi aspetta".

Nerazzurre, come l’Inter. Conoscevi il campionato italiano?
Lui: "Poco. Ero sempre in strada a giocare. C’era una sola tv in casa e guardavamo quello che la mamma e papà volevano".