Lavoro, M5s: obiettivo Commissione lotta a morti bianche e sfruttamento

Pol/Luc

Roma, 31 ott. (askanews) - "L'istituzione al Senato di una commissione parlamentare incaricata di indagare le condizioni di lavoro in Italia, un paese in cui ancora si muore di lavoro e sul lavoro, è un segnale importante, necessario, non più rinviabile, che si pone in continuità con l'azione di Governo e arriva dopo il Dl Salva Imprese che prevede l'assunzione di ulteriori 150 ispettori tecnici del Lavoro intende migliorare il sistema dei controlli, potenziano le attività dell'Istituto". Lo affermano i senatori del M5S Susy Matrisciano, Giuseppe Fabio Auddino, Barbara Guidolin, Antonella Campagna, Sergio Romagnoli, Iunio Valerio Romano e Simona Nocerino, componenti della commissione Lavoro di palazzo Madama, dopo l'ok del Senato alla commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati. "La mission della Commissione - spiegano i senatori - è indagare il fenomeno delle morti bianche, una piaga per un Paese, in cui incidenti mortali sul lavoro, ma anche alle condizioni di sfruttamento - pensiamo al caporalato o al lavoro minorile - ma anche l'incidenza della criminalità organizzata in appalti e subappalti, o ancora il fenomeno delle cooperative 'spurie'. Per la prima volta, rispetto agli obiettivi perseguiti da analoghi organi parlamentari, che si sono occupati quasi esclusivamente di malattie professionali, la Commissione amplierà il proprio raggio di azione, indagando le cause di incidenti mortali". "Se per il Governo e il M5S - concludono -, come dimostrano i tavoli istituiti in materia dal ministro Nunzia Catalfo, la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro rappresenta una priorità, riteniamo debba esserlo per tutte le forze politiche presenti in Parlamento, perché si tratta di una battaglia di civiltà, alla quale questa Commissione, siamo certi, darà un importante contributo".

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    "Ho venduto Ciesse Piumini a Mittel perché restasse italiana"

    Mittel ha rilevato il 90% di Sport Fashion Service, società che detiene tre brand come Ciesse Piumini, Ciesse Outdoor e West Scout. Un'operazione da una quindicina di milioni di euro e un'azienda con un fatturato di 25 milioni, ma alla cui origine c'è una storia molto italiana, passata attraverso la crisi del 2008, una clamorosa rinascita e, alla fine, la scelta di vita radicale di un uomo che per anni è stato tra i protagonisti dell'abbigliamento sportivo made in Italy: Flavio Milani. Il ritorno di Ciesse Piumini in mani italiane è del giugno del 2011, quando Fremil International srl la acquisisce dal fondo di investimento Gem dopo il fallimento dell'obiettivo di quotarla in borsa entro il dicembre del 2010. L'avventura della Fremil (che già distribuiva lo storico marchio di abbigliamento per la neve e lo sci West Scout) si arena nelle secche della crisi economica e l'azienda è costretta a chiedere un concordato in continuità al 100%.La ristrutturazione finanziaria vede una nuova società, la Sport Fashion Service prendere in affitto le attività della Fremil e stringere un accordo di distribuzione e design e gestione dell'area commerciale con la 30gradi srl per il 40% di tutte le vendite a marchio Ciesse Piumini.Nel 2016, grazie ai buoni risultati della collaborazione che portano a un consolidato di 30gradi e Sport Fashion Service di 26 milioni di euro, quest'ultima è in grado di pagare il concordato che si chiude nell'aprile del 2017, alla sua naturale scadenza. Ciesse Piumini e West Scout vanno a gonfie vele e tutto sembra preludere a un luminoso futuro, ma è a questo punto che Flavio Milani, ad della azienda, decide di vendere. "Non ce la facevo più" racconta all'Agi, "sopravvivere alla crisi aveva consumato tutte le mie risorse, avevo lasciato in secondo piano la mia sfera personale, sacrificato quello che non dovrebbe essere sacrificabile e non volevo più rivivere momenti come quelli in cui avevo visto quasi morire la mia azienda".Milani, 57 anni, è nella moda da quando ne aveva 25. E' nel 1987 che si inventa il marchio West Scout e nel 1989 è uno dei primi italiani a creare una linea di produzione in Cina, a Tianjin. E' lì che nel 2006 nascerà la prima impresa europea interamente a capitale straniero ed è al management locale ("per me sono come figli" dice) che venderà la Tianjin WS con tutto il portafoglio ordini "per mantenere attiva la linea di produzione e i livelli occupazionali". I livelli occupazionali: la prima preoccupazione quando viene presa la decisione di vendere. I marchi Ciesse e West Scout fanno gola a molti, però Milani non vuole vendere al miglior offerente: gli interessa che i brand sopravvivano e che realtà di eccellenza come il centro di ricerche di Pomezia e il network produttivo rimangano in attività. E' per questo che viene accantonata l'offerta dei fondi di investimento e scelta quella della famiglia Stocchi, che nel 2017 acquisisce il 70% della Sport Fashion Service attraverso il Blue Line Group. Vendita perfezionata questa mattina con la cessione del restante 30% alla Mittel e a due altri investitori entrati con quote del 5%, Curiosamente, per la chiusura dei giochi Milani ha scelto di tornare alle origini. E' lui l'artefice della collezione, l'ultima realizzata prima della cessione, che oggi è nei negozi, come 30 anni fa. Con la garanzia che Ciesse e West Scout resteranno marchi italiani e con la forza lavoro di Pomezia - che negli ultimi due anni è quasi raddoppiata - che resterà al proprio posto.

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    La casa di Giulia De Lellis: appartamento lussuoso a Verona

    Giulia De Lellis abita in un appartamento di lusso a Verona, a pochi isolati dalla casa dove conviveva con l'ex Andrea Damante

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    Il dj Fabio Carrara ha lottato per 5 anni contro un male che si è rivelato incurabile: famoso in tutto il mondo, ha fatto ballare migliaia di persone.

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  • La Cassazione decide sulla madre di Loris a 5 anni dal delitto
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    La Cassazione decide sulla madre di Loris a 5 anni dal delitto

    Sarà una giornata cruciale, quella di giovedì prossimo, per Veronica Panarello, la donna accusata di aver ucciso nel 2014 il figlioletto di 8 anni, Loris Stival. La prima sezione penale della Cassazione, il 21 novembre, è chiamata infatti a decidere se confermare o meno la condanna a 30 anni di reclusione inflitta all'imputata dalla Corte d'assise d'appello di Catania nell'estate dello scorso anno. Una pena pesante, disposta già in primo grado dal gup di Ragusa, contro la quale Veronica Panarello si è sempre battuta e continua a farlo con il ricorso depositato nei mesi scorsi al 'Palazzaccio' dalla sua difesa: dieci punti in cui si rileva "l'illogicità" della sentenza di secondo grado, a partire dalla ricostruzione del delitto.I fatti risalgono al 29 novembre 2014, quando Veronica Panarello denunciò la scomparsa del figlio Loris a Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa: il cadavere del bambino venne ritrovato quello stesso pomeriggio, in un canalone del Vecchio Mulino. L'8 dicembre successivo, la donna venne sottoposta a fermo, convalidato 4 giorni dopo dal gip che dispose la custodia in carcere. Il processo per Veronica Panarello ha avuto inizio, con rito abbreviato, il 20 giugno 2016: parti civili sono Davide Stival, ex marito dell'imputata e papà di Loris, e i suoi genitori Pinuccia Aprile e Andrea Stival.La prima sentenza risale al 17 ottobre dello stesso anno, con una condanna a 30 anni per omicidio e occultamento di cadavere pronunciata dal gup di Ragusa, confermata in secondo grado nel luglio 2018 a Catania: per la Corte d'assise d'appello, Panarello ha agito "scientemente e lucidamente, senza esitazioni di sorta, per sopprimere quella giovanissima vita da lei generata, ma ha altresì dimostrato l'assenza di qualsivoglia forma di resipiscenza subito dopo la commissione dell'orribile crimine, omettendo di attivarsi in qualche modo per salvare il figlio che era ancora in fase agonica, chiamando i soccorsi o invocando l'aiuto di altre persone a tal fine".La donna, scrivevano i giudici etnei nelle motivazioni della loro sentenza, "si è invece adoperata senza alcuna 'pietas' secondo il piano poco prima prestabilito per cercare di eliminare le tracce del delitto con l'occultamento del cadavere di Loris e addirittura simulando una violenza sessuale ai danni del bambino da parte di ignoti per depistare le indagini".Sono proprio queste conclusioni ad essere contestate nel ricorso in Cassazione, firmato dall'avvocato Francesco Villardita, difensore dell'imputata, tuttora reclusa nel carcere Le Vallette di Torino e per la quale il gup di Catania ha anche disposto recentemente il rinvio a giudizio per calunnia ai danni del suocero Andrea Stival, da lei chiamato in correità. Se i giudici della Suprema Corte confermeranno la sentenza d'appello, verrà scritta la parola 'fine' nel processo per la tragica morte del piccolo Loris; in caso contrario, se la Cassazione accoglierà i rilievi contenuti nel ricorso della donna, gli atti torneranno all'attenzione della Corte d'assise d'appello di Catania, per un nuovo processo.

  • Morta Paola Santoro: addio alla giornalista stroncata dalla malattia
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    Morta Paola Santoro: addio alla giornalista stroncata dalla malattia

    Paola Santoro, importante firma di Repubblica e D, è morta a Milano a soli 48 anni dopo una lunga malattia.

  • I misteri del lager di Gusen, "l'inferno degli inferni"
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    I misteri del lager di Gusen, "l'inferno degli inferni"

    Un campo di concentramento segreto, che si estendeva sotto terra, per decine e decine chilometri, nell'oscurità: nei tunnel lavoravano in condizioni disumane decine di migliaia di deportati, senza riuscire mai vedere la luce del sole. E al suo interno i nazisti cercarono di sviluppare armamenti segreti e condussero ricerche nucleari. L'ultimo grande mistero del Terzo Reich si trova nelle viscere dell'Alta Austria, a pochi chilometri dalla cittadina di Linz.Come emerge da una serie di documenti inediti, ai quali l'Agi ha avuto accesso, la rete di tunnel che si sviluppavano sotto il lager nazista di Gusen - definito dagli stessi deportati "l'inferno degli inferni", teoricamente un'estensione del campo di Mauthausen - era molto più ampia di quanto le autorità avessero finora ritenuto. O ammesso. Quando gli Alleati liberarono il campo, il 5 maggio 1945, trovarono "montagne di cadaveri" e qualche migliaio di sopravvissuti, "persone che oramai erano solo pelle e ossa".Ora le ricerche, che ormai procedono da svariati anni, del regista austriaco Andreas Sulzer e di un team della seconda emittente pubblica tedesca, la Zdf, hanno portato alla scoperta di una serie di carte e testimonianze che modificano la conoscenza finora acquista del lager di Gusen e dei suoi sotterranei: tra queste la relazione del capo dei servizi d'intelligence della Us Air Force, General McDonald, la testimonianza di Walter Chmielewski, figlio di un ex comandante del lager, ulteriori analisi geoelettriche del terreno, nonché documenti del ministero austriaco per la ricostruzione, che parlano di due strutture sotterraneo lunghe "tra i 16 e i 24 chilometri", al posto degli 8 chilometri "ufficiali" di cui parlano le autorità austriache. Un gigantesco sistema di tunnelIn realtà, il reticolato di tunnel - praticamente un'immensa fabbrica di guerra sotterranea \- era forse ancora più lungo. Le strutture delle gallerie erano molte. Una aveva il nome in codice "Bergkristall" ed è quella già nota, dove venivano assemblati i famigerati caccia a reazione Messerschmitt. L'altra, rivela il film mandato in onda dalla Zdf, si chiamava "Kellerbau". Analisi fotografiche realizzate nella primavera del 1945 dall'Air Force americana mostrano un sistema di tunnel gigantesco. Robert Zellerman, un esperto di strutture militari nonché ex ispettore Unscom in Iraq, ha analizzato in base alle foto aeree dell'epoca gli scavi compiuti sui terreni di Gusen e stima che l'estensione della rete dei tunnel arrivasse ad almeno 30-40 chilometri.Non solo. Sono emerse altre fotografie secondo le quali alcune delle strutture sotterranee erano disposte su più piani, come verrebbe confermato, affermano Sulzer e la Zdf, da successive misurazioni geoelettriche. Pure il rapporto tecnico dell'Istituto di studi per l'energia atomica del 1968 parla di "gallerie disposte una sopra l'altra". Non finisce qui.Finora si era sempre ritenuto che i detenuti del lager fossero tutti sistemati nelle baracche sopra i tunnel, nei sottocampi chiamati Gusen I, Gusen II e Gusen III. Ma il professor Johannes Preuss, esperto presso l'Università di Mainz, ha condotto ricerche d'archivio dalle quali sono emerse carte dalle quali si deduce che fu pianificata una vasta sistemazione dentro i tunnel, questo anche per proteggere la produzione sotterranea - che evidentemente i vertici del Terzo Reich consideravano di importanza vitale - da eventuali bombardamenti nemici.Sempre Zellermann afferma che nelle immagini aeree si possono riconoscere condotti d'aria. È d'accordo la geologa Birgit Kuehnast, che - in base ad ulteriori analisi geoelettriche - parla di strutture quadrate "lunghe 130 metri e larghe 150" certamente non di origine naturale. Analisi che coincidono con la testimonianza di Chmielewski, che riferiva di un "campo di concentramento sotterraneo" in cui trovarono spazio almeno 18 mila deportati. Migliaia di deportati dal destino ignotoE qui si apre un ulteriore mistero nel mistero, un abisso drammatico che si apre alla lettura delle carte. La presidente del Comitato per il Memoriale di Gusen, Martha Gammer, è rimasta senza parole quando ha trovato presso l'archivio sulle vittime e i sopravvissuti del Terzo Reich di Bad Arolsen dei documenti che mostrano la "scomparsa" di quasi lo stesso numero di detenuti: 18.500. Svaniti nel nulla nell'aprile del 1945, ossia a pochi giorni dalla fine della guerra, stando ad una lista d'inventario della produzione di armi di Gusen: carte nelle quali, aggiunge Gammer, "era presente l'ordine che chi era a conoscenza dei segreti di questo campo non dovesse cadere nelle mani degli Alleati. Dove sono finite tutte queste persone?".La verità è che sul numero delle vittime non vi è mai stata chiarezza. Confrontando nel complesso i registri di Mauthausen e Gusen, a pochi giorni della liberazione risultavano circa presenti circa 90 mila detenuti viventi. All'arrivo degli Alleati, i sopravvissuti erano solo 40 mila. Alcune migliaia di detenuti erano stati portati sul Danubio e fucilati, altri 10 mila evacuati. "Ma gli altri dove sono finiti?", si chiede il documentarista Sulzer, che della verità su Gusen ha fatto una missione di vita.Il sospetto è che dopo la guerra le tracce di questo lager sottoterra siano state consapevolmente nascoste. "Nonostante le ricerche sempre più intense, non sono state ancora sufficientemente studiate molte parti dei programmi delle Ss per la realizzazione di armi segrete", afferma lo storico Matthias Uhl, interpellato da Sulzer e dalla Zdf, "E questo soprattutto a causa del fatto che alcuni atti cruciali furono distrutti alla fine della guerra oppure risultano ancora top secret". Perché?"Una cosa è chiara", afferma lo storico Stefan Karner, dell'Universita' di Graz. "La storia di Gusen e del suo enorme complesso grazie ai nuovi indizi e alla scoperta di documenti in Austria, negli Usa e in Germania deve essere riscritta da capo". Probabile che la risposta a queste domande stia nelle ricerche nucleari quasi certamente realizzate in questa immensa rete sotterranea, come testimoniato per esempio dalle spedizioni ferroviarie di materiale scientifico indirizzato direttamente al generale delle Ss Hans Kammler, l'architetto delle camere a gas dei lager nazisti, il responsabile delle "armi segrete" del Terzo Reich. Ebbene, il suo ultimo quartier generale si trovava qui, presso l'inferno sotterraneo di Gusen.

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    Giletti contro tutti: "Italia incapace di governarsi"

    "C'è un'incapacità di governare e riguarda il nostro paese da 10-15 anni. Non riusciamo più a trasformare i progetti in realtà". Sono le parole di Massimo Giletti, che apre così Non è l'Arena. "L'Italia dimostra ancora una volta la sua fragilità. I nostri pensieri vanno a Venezia, simbolo non solo dell'Italia. Ma sta succedendo di tutto a Matera, a Pisa, in Sicilia, vicino a Caserta. Questa situazione, unita a quello che sta succedendo a Taranto con l'Ilva, ci racconta con tristezza. Gli stessi che nei salotti buoni dicono che sono populista diranno che Giletti attacca subito. C'è un'incapacità di governare e riguarda il nostro paese da 10-15 anni. Non riusciamo più a trasformare i progetti in realtà", afferma. "Chi è incapace? E' colpa della natura o siamo incapaci noi come classe dirigente a governare le grandi opere. E' possibile che vadano sempre a finire in mezzo a tangenti e che i magistrati debbano supplire all'incapacità politica di gestire le situazioni?", dice.

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    Un attico da sogno con arredi bianco candido e una vista da sogno: per il suo nido d'amore Lory Del Santo ha scelto una casa lussuosa.

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