L'avvocato Catizone: "Lo scambio in culla? Raro, ma quando accade è difficile risalire al colpevole"

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(Photo: Screenshot)
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“Lo scambio è un reato raro, ma di difficile risoluzione. È molto complicato l’accertamento della responsabilità, ovvero risalire a chi materialmente ha compiuto il gesto di scambiare le identità”. Sono queste le parole di Andrea Catizone, giurista specializzata in diritto di famiglia e dei minori e dirigente dell’Osservatorio sulle famiglie, in merito alla vicenda che ha visto coinvolte le giovani Caterina e Melissa, scambiate in culla in ospedale al momento della nascita, nel 1998. Dopo tre anni, la scoperta da parte dei genitori naturali che fino a quel momento avevano cresciuto la bambina “sbagliata”: “Può essere uno shock fortissimo sia per il genitore sia per il piccolo che viene di fatto scambiato - aggiunge Catizone ad HuffPost -. Per questo, la legge italiana è severa verso chi compie il reato di ‘alterazione di stato’, previsto dall’articolo 567 del codice penale. Le pene vanno dai 3 ai 10 anni e dai 5 ai 15 anni”.

Scoprire di aver portato a casa, dopo il parto, non il proprio figlio naturale, ma magari quello della compagna di stanza in ospedale, è l’incubo di ogni genitore che in buona fede si affida alle cure di una struttura. Ma come è possibile che ciò si verifichi? Quali sono le norme affinché non accada? Il Ministero della Salute, attraverso la Direzione Generale della prevenzione sanitaria, ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale delle linee guida per evitare episodi di bambini scambiati alla nascita e per accertarsi che non accada. Le disposizioni del Ministero riportano uno dei sistemi più utilizzati nelle strutture sanitarie e, cioè, quello del braccialetto identificativo che viene apposto sia al neonato sia alla madre subito dopo il parto. Il braccialetto, che oltre al codice identificativo della struttura, ha lo stesso numero progressivo identificativo prestampato, resta attaccato alla mamma e al bimbo per tutta la degenza. Della pratica è responsabile l’operatore che materialmente mette il braccialetto alla puerpera e al neonato. Nel caso di parto gemellare, alla mamma verranno applicati due braccialetti, tanti quanti sono i figli.

Il braccialetto identificativo deve essere mantenuto anche nel caso in cui un neonato venga spostato in un altro reparto o nel caso in cui avesse bisogno di cure particolari e dovesse essere portato in un altro ospedale. Lo manterrà fino al momento delle dimissioni. Al momento delle dimissioni, il personale sanitario dedicato all’assistenza deve controllare che il piccolo porti ancora il braccialetto di identificazione e che corrisponda a quello della donna che sta per portarlo via.

Queste procedure rendono, secondo la giurista Catizone, estremamente difficile che un neonato venga scambiato alla nascita. “Non dimentichiamo inoltre - aggiunge - che nella maggior parte dei casi c’è anche il padre che segue il parto e i passaggi successivi, in cui la madre può essere più o meno cosciente. Visivamente impara a riconoscere il bambino”.

Se sbagliare - per distrazione - e scambiare due neonati è difficile, è possibile che dietro allo scambio ci sia un atto intenzionale da parte di un operatore sanitario o degli stessi genitori. “In questo caso, però, è difficile accertare la responsabilità. Può esserci una corresponsabilità da parte della struttura che non ha seguito tutte le procedure, ma il responsabile è chi materialmente ha compiuto lo scambio. E non è sempre facile ‘scovarlo’. Ad esempio, se tutto fosse accaduto con la connivenza dei genitori, quest’ultimi di certo non richiederebbero l’esame del Dna, che invece è uno di quegli elementi cruciali per verificare se un neonato sia stato scambiato in culla o meno”. Qualora si abbia un sospetto, è comunque consigliabile sporgere denuncia e richiedere l’esame del Dna.

Il “lato oscuro” di questo reato è che molto spesso non viene neanche immaginato dalle mamme e dai papà. Non è così comune chiedersi se quel fagottino che hanno portato in camera dopo il parto, bisognoso di cure, sia proprio il nostro. Si dà per scontato che lo sia. Così è successo ai genitori di Melissa Foderà e Caterina Alagna, le due ragazze venute alla luce all’ospedale di Mazara del Vallo nella notte di Capodanno del 1998, e scambiate in culla, la cui storia verrà raccontata in una fiction su Rai1. Le famiglie si sono accorte dell’errore solo tre anni dopo, quando una nuova maestra all’asilo che le due bimbe frequentavano stava per affidare Caterina all’altra mamma, data l’incredibile somiglianza. Da lì i dubbi, poi i test del Dna e la conferma dell’assurdo scambio in culla che poi ha portato al risarcimento da parte dell’Asl anche se nessuno è stato punito tra i sanitari perché i colpevoli non sono stati individuati. Il calvario che le famiglie hanno dovuto affrontare, il “lutto” come lo chiamano le mamme delle giovani, è stato sanato dall’incredibile affetto tra le due ragazze, cresciute come sorelle. Ma non dalla legge. Recita l’art.567 del Codice penale: “Chiunque, mediante la sostituzione di un neonato, ne altera lo stato civile è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Si applica la reclusione, da cinque a quindici anni, a chiunque, nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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