L'Avvocato chiede una mano al giudice. Corsa per non spegnere l'Ilva

Giuseppe Colombo
Ilva

L’ultimo tentativo si spegne nel tardo pomeriggio al ministero dello Sviluppo economico. È lì, davanti ai sindacati e al governo, che l’amministratore delegato di ArcelorMittal, Lucia Morselli, conferma la decisione del colosso dell’acciaio di lasciare l’ex Ilva di Taranto: “Abbiamo deciso di andarcene, il recesso è in corso”. Dopo due ore e mezza di discussioni, accuse e contraccuse, le parti certificano l’impossibilità di avviare una trattativa. Richiesta, quasi invocata, mai partita. E ora la presa di consapevolezza impone all’esecutivo una corsa contro il tempo perché l’urgenza ha cambiato nome: non è più tenere Mittal a Taranto, è impedire lo spegnimento degli altoforni. Per farlo il governo punta sulla battaglia legale, affiancato dalla magistratura: è il tentativo estremo, disperato di salvare l′1,4% del Pil, oltre 10mila posti di lavoro, il senso di una politica industriale. 

Quando i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo lasciano il Mise, la prima cosa che fanno è tenere i lavoratori fuori dalla responsabilità del funerale. “Le lavoratrici e i lavoratori non saremo mai complici della chiusura dello stabilimento”, dice il numero uno della Cgil. “Ci sarà un’insubordinazione verso la proprietà”, rilancia Rocco Palombella, il segretario generale della Uilm. Si evince quanto caro sia il prezzo dell’addio che Mittal ha messo sul tavolo. E questo è anche il conto che si ritrova in mano il governo. Spegnere gli altoforni significa molte cose, tutte con un prezzo altissimo in termini di consenso per il governo e di ricchezza per il Paese, oltre al danno per i lavoratori. 

E dato che questo spegnimento, in base al cronoprogramma reso noto dall’azienda, parte tra poco più di venti giorni, si capisce quanto forti siano la responsabilità e la pressione che gravano sull’esecutivo. La mannaia si chiama colatura della salamandra, cioè della ghisa residua...

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